Leonardo Maria Del Vecchio lascia Essilux in polemica con la gestione Milleri, pesante rottura con il ceo. Resta come azionista «per difendere l'indipendenza dell'azienda»

«Questa non è la Luxottica nella quale sono cresciuto e non è la Luxottica che ricordo accanto a mio padre». È questo il senso stretto dell’addio a Essilorluxottica di Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito del fondatore del colosso dell’occhialeri. Uno strappo forte che guarda dritto al futuro nella dura lettera indirizzata al cda e al ceo Francesco Milleri anticipata da MF-Milano Finanza, che punta su altri due punti cruciali. «Non voglio diventare il figlio del fondatore utilizzato per rappresentare una continuità nella quale, su alcuni principi fondamentali, io stesso non mi riconosco più». E ancora: «Continuerò a esercitare fino in fondo la mia responsabilità di azionista attraverso Delfin. Continuerò a difendere l’indipendenza dell’azienda, la sua capacità di crescere e la necessità che abbia una proprietà stabile e una visione lunga». Non un addio al suo ruolo nel capitale della società quindi.

La mossa che certifica le dimissioni da presidente di Ray-Ban e da chief strategy officer del colosso dell’occhialeria da oltre 28 miliardi di euro di ricavi creato negli anni ‘60 dal padre è stata confermata da un portavoce del gruppo: un addio a tutti gli incarichi ricoperti in EssilorLuxottica per dedicarsi a nuovi progetti imprenditoriali. Dimissioni immediate che saranno operative dal 31 agosto e che seguono quelle rassegnate lo scorso anno anche dal fratellastro Rocco Basilico. L’affondo chiaro e duro è contro la gestione Milleri. Nella lettera Leonardo Maria si rivolge direttamente all'ammimistratore delegato Milleri, il manager di fiducia scelto da Leonardo Del Vecchio per guidare il gruppo dopo la sua scomparsa. Lmdv (così è ormai riconosciuto in sigla Leonardo Maria) oltre a essere finora un importante dirigente di Essilux ne è anche azionista rilevante attraverso il suo 12,5% nella holding di controllo Delfin, al centro di un riassetto burrascoso, insieme con gli altri sette eredi di Del Vecchio.

Ma a quanto pare non era più gestibile l’amarezza per una gestione aziendale definita «distante», «impersonale» e lontana dalle persone «che devono tornare al centro». Condotta che invece caratterizzava la «Luxottica vent’anni fa». La critica è alla gestione del capoazienda Milleri, di cui Lmdv è stato il braccio destro negli ultimi quattro anni, oltre che il principale alleato nel complesso governo dell’azionariato familiare. Lo scontro estivo non ha archiviato l’incertezza sul futuro all’interno di Delfin, la cassaforte lussemburghese che ha in portafoglio il 32,4% di Essilux, e quindi nemmeno la chiusura della successione tra gli otto azionisti

I LAVORATORI E IL TITOLO

Leonardo Maria parte da quello spirito ormai diventato un ricordo. «Io continuo a parlare con le persone dell’azienda. Lo facevo da store manager e non ho mai smesso di farlo», scrive, ma oggi «l’entusiasmo non è quello di prima. Il senso di appartenenza non è quello di prima. La distanza si sente. E le persone lo sanno prima dei mercati. Sempre.». Non lo dice espressamente ma fa capire di riportare anche pensieri di altri soggetti interni al gruppo. Poi il riferimento ai mercati: dai massimi del 13 novembre 2025, il titolo Essilux ha perso in borsa quasi il 50% e ora capitalizza 75,1 miliardi di euro. «Non lascio dopo una sconfitta. Lascio dopo aver fatto il mio lavoro», spiega Lmdv. «Il mandato triennale che mi era stato affidato in Ray-Ban arriva quest’anno alla sua conclusione con gli obiettivi superati. Lascio un brand più forte, progetti che continueranno e, soprattutto, una squadra che non ha bisogno di me per sapere cosa deve fare. Per me questo conta più di qualsiasi titolo».

L’EREDITÀ E L'INDIPENDENZA

«Ho avuto un privilegi enormi nella vita e non ho avuto mai difficoltà ad ammetterlo. Ma un privilegio, se hai una coscienza, porta con sé un debito di responsabilità. Il mio cognome non l’ho scelto, quello che faccio con quel cognome invece sì», rivendica Lmdv entrando nel vivo della sua scelta: «Mio padre ha costruito Luxottica chiedendo moltissimo alle persone. Ma sapeva una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: se chiedi alle persone lealtà, sacrificio e senso di appartenenza, devi essere disposto a restituirli. Non puoi essere una squadra soltanto quando presenti i risultati. Non puoi celebrare i tuoi manager quando vincono e scoprire improvvisamente la distanza istituzionale quando attraversano un momento difficile. Non puoi mettere le persone al centro delle presentazioni e ai margini quando diventano scomode». Dunque: «Questa non è la Luxottica nella quale sono cresciuto. E non è la Luxottica che ricordo accanto a mio padre». Un padre che «poteva essere durissimo. Chi lo ha conosciuto lo sa. Ma aveva un rapporto quasi fisico con la sua azienda e con le sue persone. Sapeva cosa accadeva nelle fabbriche, nei negozi, negli uffici. Capiva quando qualcuno aveva dato tutto. Capiva quando una persona aveva bisogno di essere corretta e quando aveva bisogno di sentire l’azienda dietro di sé. Non era sentimentalismo. Era leadership. Perché un’azienda non è una somma di funzioni. È un patto. E negli ultimi anni ho sentito quel patto indebolirsi».

L’APPARTENENZA

Certi nodi Leonardo Maria Del Vecchio deve averli già affrontati con Milleri se in un preciao passaggio della missiva spiega che per EssilorLuxottica «diventare una multinazionale non significa diventare impersonali. E la professionalizzazione non può essere il nome elegante che diamo alla perdita di appartenenza». Infine lo strappo più forte: «Non voglio diventare il figlio del fondatore utilizzato per rappresentare una continuità nella quale, su alcuni principi fondamentali, io stesso non mi riconosco più. Le persone devono tornare al centro. Non negli slogan. Nei comportamenti. Perché mio padre non ha costruito soltanto una delle più grandi aziende italiane. Ha costruito un luogo nel quale centinaia di migliaia di persone hanno creduto di poter costruire qualcosa insieme a lui. Perdere quello sarebbe molto più grave che mancare un budget», sottolinea. Ma se è un addio alla fabbrica, non lo è alla società: «Continuerò a esercitare fino in fondo la mia responsabilità di azionista attraverso Delfin. Continuerò a difendere l’indipendenza dell’azienda, la sua capacità di crescere e la necessità che abbia una proprietà stabile e una visione lunga».

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