Lombardia, addio ai negozi sotto casa: quindicimila saracinesche abbassate nel giro di sei anni

12 settembre 2026 – Saracinesche abbassate, vetrine buie e vuote, insegne al neon spente. Le botteghe di quartiere, i negozi di vicinato, i mercati rionali e i bar chiudono. Negli ultimi sei anni in Lombardia ne sono spariti 11.550 nei paesi, 3.440 nei capoluoghi. In provincia erano 95mila nel 2019, ora sono meno di 83.500; nei capoluoghi erano 31.900, adesso se ne contano poco poco più di 28.400.

In Lombardia sono sparite in tutto quindicimila attività commerciali, crollate da 127mila a 112mila, il 12% in meno. Si calcola una perdita di ricchezza di quasi due miliardi e mezzo, di cui più di mezzo miliardo nelle città e un miliardo e 700 milioni in provincia. Il passivo sale a 16 miliardi in tutta Italia, tanto quanto il valore di una manovra finanziaria. Non è però solo questione di bilanci in rosso. La contabilità è solo una faccia della medaglia. L’altra raffigura servizi in meno, specialmente per gli anziani o chi non si può spostare troppo lontano da casa; famiglie senza lavoro; luoghi d’incontro spariti; minore sicurezza.

GRONCHI

Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti

L’eccezione di Pavia

“Il commercio di prossimità agisce come una vera e propria infrastruttura territoriale – sottolinea Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti – Attorno a ogni attività si muovono occupazione diffusa, redditi, immobili attivi, servizi professionali, manutenzioni, tributi locali e una rete di beni e servizi accessibili cui si aggiungono presidio degli spazi urbani, sicurezza e coesione sociale”.

Per questo si parla di desertificazione. Solo Pavia ha visto crescere le vetrine: 782, 16 in più delle 766 accese prima della pandemia e del lockdown. Un dato tuttavia poco significativo, la classica eccezione che conferma la regola. Covid e conseguenti chiusure hanno spostato sul web la spesa quotidiana. Ma per 100 euro spesi nei punti vendita fisici, 70 restano rimangono sul territorio; per altrettanti euro andati nell’e-commerce, 70 si delocalizzano, sottratti alle comunità locali.

I dati negativi nelle altre province

Le città dove le attività di prossimità chiudono di più sono le più periferiche: Sondrio, dove sono il 25 per cento in meno; Mantova -22,5%; Lecco e Lodi -21,8 e -21,7. Altrove le percentuali sono inferiori, ma comunque a doppia cifra ovunque tranne che a Milano, con il 9,4% di negozi in meno. Situazione analoga pure nelle province, sebbene con variazioni di località: nel Mantovano e nel Lecchese si conta il 18 per cento di esercizi in meno; in Valtellina il 17,5%; nel Lodigiano quasi il 15%.

Le serrate si fermano al 10% solo nel Milanese e nel Pavese. Nei capoluoghi di tutta Italia hanno invece chiuso complessivamente 43.750 negozi: ne sono rimasti 261.400, il 14% in meno dei 305mila del 2019. Nelle province italiane la somma delle serrate arriva a 111.500, con 722.400 botteghe superstiti rispetto alle 834mila di sei anni fa.