Luca Jurman a SPOT: come è nato il business dei talent show

Luca Jurman è stato ospite di SPOT – Il Podcast, il format condotto da Michele Monina e Massimiliano Longo che si registra dal vivo, all’aperto, allo Spot Music Fest di Bareggio, nel Parco Arcadia alle porte di Milano. Cantante, vocal coach, produttore e arrangiatore, quarant’anni di carriera tra i tour di Laura Pausini, i dischi di Eros Ramazzotti e le collaborazioni internazionali con Alejandro Sanz, Jurman è oggi una delle voci più scomode del sistema musicale italiano.

Una conversazione che tocca i nodi che lo hanno reso una figura divisiva: come è nato il business dei talent, cosa viene detto e cosa taciuto ai ragazzi che ci entrano, chi ha davvero titolo per giudicare un talento. E la causa legale che, racconta, sta affrontando proprio per le sue critiche.

Il calcolo dei 50.000 euro: come nasce il business dei talent

L’episodio si apre con il passaggio più concreto di tutta la conversazione, quello in cui Jurman ricostruisce il ragionamento economico che, a suo dire, ha cambiato tutto. Quando l’industria musicale italiana ha iniziato ad avere problemi economici, spiega, si è resa conto che portare un artista in una trasmissione televisiva per promuovere un singolo aveva costi molto alti.

Da lì il calcolo: se portare un artista in televisione costa cinquantamila euro, prenderne uno che sta chiuso dentro un programma per sei mesi, che nel frattempo si costruisce una fan base e un’attenzione mediatica, significa non solo risparmiare quella cifra ma guadagnare in prevendita. “E lì c’è stato il business”, dice. Il punto di partenza, secondo lui, di tutto quello che è venuto dopo.

Talent in Italia e all’estero: due strade opposte

Jurman non chiede la chiusura dei talent, e lo precisa più volte. Il suo punto è diverso: che in Italia i talent facciano i talent come vengono fatti all’estero. Ricorda che quando sono nati i primi programmi si prendeva spunto da quello che accadeva fuori, ma che dopo oltre vent’anni all’estero si continua a lavorare su un’idea reale di talento, mentre in Italia, sostiene, si è creata una struttura in cui si vanno a pescare prodotti musicali di facile consumo.

Non è importante che siano talentosi, dice, l’importante è che siano facilmente consumabili. Un meccanismo che, nella sua ricostruzione, ha finito per premiare chi è più gestibile rispetto a chi è più bravo, perché l’artista vero è ipersensibile, ha una parte etica e culturale a cui non riesce a rinunciare, e questo lo rende difficile da trattare.

Cosa non viene detto ai ragazzi

Il passaggio più duro riguarda quello che secondo lui i talent non spiegano ai loro concorrenti. Jurman racconta di aver posto la domanda dall’interno: se dite di voler spiegare ai ragazzi come stanno le cose, perché non lo fate davvero? Perché non dite che stare in un talent è una fortuna, ma che fuori dal talent la vita è completamente diversa?

E soprattutto, aggiunge, “non gli spiegate neanche che non stanno facendo la gavetta, che questo non è studiare, non è che se tu studi tre mesi, sei mesi, è studiare”. Un’illusione che, nella sua lettura, ha coinvolto anche i genitori, spinti a credere che se ce l’ha fatta uno può farcela chiunque, e che ha finito per cancellare il valore dello studio e del percorso lungo.

A questo proposito Jurman racconta anche un episodio che riguarda una delle sue allieve più note uscite da quella scuola, Alessandra Amoroso, e quello che accadde mentre stava lavorando alla registrazione del suo disco appena finito il programma. Un aneddoto che è meglio ascoltare direttamente dalla sua voce, nel video.

I giudici senza competenze e il paragone col chirurgo

Sul tema di chi giudica, Jurman usa un’immagine forte. Se una persona che nella vita fa un altro mestiere si riveste del ruolo di professore di musica davanti a milioni di telespettatori, dice, il messaggio che passa è che chiunque domani può fare il maestro, il discografico, l’arrangiatore. E questo, per lui, è allucinante.

Il paragone che porta è quello della medicina: sarebbe come se lui decidesse di fare il chirurgo toracico perché ha visto tutte le puntate di una serie televisiva. Lo stesso vale, sostiene, per molti di quelli che vengono definiti giudici, spesso privi di formazione su come si fa un disco, come si produce, come si accompagna un cantante per anni. Il criterio finisce per essere l’opinionismo, il mi arrivi o non mi arrivi, senza basi. Su chi occupa oggi quei ruoli e su cosa ne pensa, Jurman non usa mezzi termini nel video.

La causa legale e il diritto alla critica

Sulla vicenda giudiziaria, Jurman parla apertamente. Definisce quella che sta affrontando una SLAPP, un tipo di azione legale nata all’estero, spiega, con cui le grandi aziende chiedono cifre altissime a chi le critica, così alte che il solo doversi difendere basta a mettere a tacere la persona. La causa, di cui ci siamo già occupati, arriva dalla società di produzione di Amici e dalle reti Mediaset, per diffamazione e uso non autorizzato dei video del programma.

Alla domanda su cosa dovrebbe accadere perché si fermi, la risposta è netta: fermarsi da cosa, dalla critica culturale? Per lui è un diritto costituzionale, e la sua è critica formativa, perché nella vita fa l’insegnante. Aggiunge che smettere di usare le immagini non risolverebbe nulla, perché a suo avviso troverebbero comunque un altro modo. E ricorda di fare lo stesso tipo di analisi su programmi internazionali e su Sanremo senza che nessuno abbia mai reagito allo stesso modo.

Artist United e l’implosione del sistema

Sul futuro, Jurman lancia un appello. Racconta di aver scritto Artist United, l’idea che tutti i grandi artisti, i grandi professori e i grandi produttori italiani si uniscano per cambiare le cose, non solo nei talent ma nel mondo discografico e in quello dei concerti. La convinzione è che ci siano moltissimi talenti in Italia, e che questa situazione vada avanti da decenni peggiorando.

La conclusione è secca: o quel sistema implode, o bisogna fare qualcosa per cambiarlo. Una lettura che trova d’accordo anche i conduttori, convinti che si stia arrivando a un punto di saturazione e a un possibile azzeramento.

“Il pubblico non è stupido”

La chiusura è affidata a un’immagine che sintetizza la sua posizione. Jurman dice di essere stufo di sentire che il pubblico televisivo sia stupido, una capra. Per lui è vero il contrario: se dai alle persone qualcosa di pessimo e poi arriva qualcuno che offre loro qualcosa di buono, sanno distinguere e capiscono la differenza.

Il pubblico non è stupido, ripete. E questo, nella sua visione, è il motivo per cui prima o poi il meccanismo si romperà da solo. Un’ultima battuta, rivolta a Maria De Filippi, chiude l’episodio: il desiderio, dice, sarebbe poterle parlare direttamente, senza intermediari, per spiegarle come a suo giudizio si potrebbe davvero fare del bene alla musica e ai ragazzi di questo paese.

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