Lucy Lost, la recensione del bel film di animazione da Michael Morpurgo, una fiaba con mistero da svelare

Presentato ad Alice nella Città nell'ambito della Festa del Cinema di Roma, Lucy Lost di Olivier Clert è un altro film di animazione tratto da un romanzo di Michael Morpurgo, dopo gli ottimi risultati del Regno di Kensuke. La nostra recensione.

Prima Guerra Mondiale: ne arriva l'eco in un piccolo vilaggio di un'isola al largo dell'Inghilterra, dove padre, madre e figlio entusiasta hanno dato rifugio a una misteriosa bambina, che ricorda solo il suo nome, "Lucy". Ha i capelli bianchi, ha un aspetto etereo, sembra non avere passato, mostra capacità particolari e soprattutto comunica telepaticamente con una coetanea al di là dell'oceano, Milly, che si materializza davanti ai suoi occhi. Ce n'è abbastanza perché sia giudicata una strega, specie in tempi in cui la guerra fomenta il sospetto verso chiunque...

Sarebbe opportuno non aver letto il romanzo "Ascolta la Luna" di Michael Morpurgo, prima di vedere questo film da cui proviene, Lucy Lost, pena spoiler che possono minare un efficace quanto estremamente significativo gioco di prestigio narrativo. È l'esordio alla regia di un lungometraggio di Olivier Clert, già animatore e story artist su diverse produzioni internazionali, come Il piccolo principe, Lorax e La piccola Amélie: anche coautore dell'adattamento e dello storyboard, Clert con il team francese dello studio Xilam (sparso tra Francia e Vietnam) ha consentito a Morpurgo di contribuire ancora una volta, seppur indirettamente, all'animazione europea contemporanea. Non bisogna tuttavia aspettarsi un approccio sperimentale come quello "sensoriale" e quasi del tutto privo di dialoghi del recente Il regno di Kensuke, tratto da un altro lavoro dello scrittore, perché Lucy Lost è una proposta invece piuttosto classica, almeno sul piano formale: le musiche molto emotive di Anne-Sophie Versnaeyen, il character design contaminato il giusto dall'anime (il tema della storia peraltro riecheggia parecchio lo Studio Ghibli), le dinamiche di affetto e insofferenza tra i più giovani e i più anziani, l'importanza della famiglia. Il tutto confezionato in un'animazione 2D a mano libera molto espressiva e vivace, memore di una recitazione di cui si sono perse le tracce, da quando la tradizione occidentale, specialmente nell'ambito del lungometraggio, ha scelto la strada della CGI.

Dove però Lucy Lost sfodera il suo carattere è proprio nel trattamento del materiale di provenienza: il lavoro di regia, nel trovare i giusti equilibri di tono con sottigliezza, è riuscito a far funzionare un meccanismo molto intelligente, forte della capacità che ha l'animazione di evocare con facilità una dimensione metafisica. Davvero non vogliamo fare spoiler, ma quando i nodi vengono al pettine, superato il momento in cui si trova la spiegazione a elementi rimasti appesi fino a quel momento (o si ricevono conferme ad alcune supposizioni), la soddisfazione si tramuta subito in commozione. Perché Lucy Lost non gode di trucchetti narrativi, punta proprio su una costruzione metaforica affascinante: in questa chiave, è persino un bene che non si ecceda sulla sperimentazione audiovisiva, anzi l'approccio trasparente e classico ne aumenta il calore. Ciò che comincia come una fiaba sovrannaturale, senza perdere l'atmosfera che ha impostato fino a quel momento, rivela radici molto concrete, lasciandoci con un messaggio potentissimo sul concetto di identità. E su quale errore possiamo commettere nel darla per scontata: può essere difficile mantenerla, in determinate terribili circostanze dettate dalle umane miserie, dalle quali ci salveranno soltanto gli affetti... e le connessioni spontanee che travalicano logiche conflittuali alle quali, ahinoi, ci stiamo sempre più velocemente riabituando.