
Un film icona dell’instagrammabilità prima ancora che qualcuno potesse persino concepire l’idea di Instagram. Un’opera pensata per frame isolabili e moodboard visivi prima che lo scroll compulsivo con il pollice diventasse il nostro modo naturale di stare al mondo. Quando Marie Antoinette arrivò a Cannes nel maggio del 2006, accolto da fischi puritani e dalla perplessità granitica dei cugini d’Oltralpe, parte della critica liquidò il lavoro di Sofia Coppola con un’etichetta che voleva essere un insulto spietatissimo: si parlò di MTV-zzazione, una “versione videoclip di Versailles”. L’accusa era chiara: aver dissacrato la storiografia francese a colpi di scarpette Manolo Blahnik, macaron color pastello di Ladurée, musica post-punk e new wave dei Cure e dei New Order sparata a palla nelle gallerie grondanti stucchi dorati di Versailles e quell’inquadratura, che da sola fa l’immaginario del film, di un paio di Converse All Star lilla (apparentemente) abbandonate lì, fuori contesto, tra i broccati settecenteschi. Sacrilegio. I giornali francesi parlarono di “un lungo editoriale di moda di 120 minuti”, di un’opera “vuota come una meringa”, rimproverando alla regista di aver dimenticato la Rivoluzione, la fame del popolo e la presa della Bastiglia per concentrarsi solo sulle frivolezze di una ragazzina viziata. Quasi una lesa maestà culturale.
Oggi, a vent’anni esatti di distanza, non solo MTV ha smesso da un pezzo di essere l’oracolo della cultura giovanile, ma quella presunta “MTV-zzazione” si è pure rivelata una profezia fulminante. Ciò che la critica di allora scambiava per “superficialità da videoclip” era in realtà la prima intuizione di come avremmo fruito le immagini negli anni a venire: frammenti, atmosfere, suggestioni sonore, ritmi serrati.
Com’è invecchiato, allora, il film? La risposta è spiazzante: è invecchiato benissimo proprio perché non ha mai cercato di sembrare adulto, anzi, fin dall’inizio c’erano le premesse di quello che sarebbe diventato una sorta di archivio estetico immortale. In alcune interviste recenti, Sofia Coppola ha raccontato divertita un dettaglio rivelatore: sono state le sue stesse figlie adolescenti a mostrarle come il film viva una seconda vita tendente all’infinito su TikTok, tra reel e tendenze come la Coquette aesthetic o il Royalcore. È il cortocircuito perfetto: le nuove generazioni, Gen Z in testa, hanno adottato d’istinto il linguaggio del film, metabolizzandolo esattamente come la regista aveva metabolizzato Versailles vent’anni fa.
Grazie a un accesso senza precedenti a Versailles, Sofia Coppola vent’anni fa ha plasmato un universo visivo che continua a parlarci.
Oggi Versailles fa un gesto clamoroso e fa pace con il pop: fino al 24 gennaio 2027 gli spazi del Petit Trianon riaprono per Marie Antoinette by Sofia Coppola (en.chateauversailles.fr), una grande mostra che riporta nei saloni reali i costumi da Oscar di Milena Canonero, gli accessori, i bozzetti e gli oggetti del set. Il tempio della memoria accetta così di guardarsi allo specchio attraverso gli occhiali rosa della Coppola.
E a rendere questo anniversario ancora più prezioso arriva Making Marie Antoinette, l’inedito volume che raccoglie le immagini scattate sul set durante le riprese da Andrew Durham, amico fraterno della regista. Sfogliarlo oggi scatena uno straniante cortocircuito temporale. Durham ha documentato la lavorazione del film con una Contax 35mm: il libro apre proprio con le strisce dei provini, i numeri di fotogramma stampati sui margini della pellicola, la grana calda dell’analogico. In un’epoca dominata dagli smartphone che documentano qualsiasi istante in tempo reale per consegnarlo all’algoritmo un nanosecondo dopo, quegli scatti in pellicola hanno il sapore di un reperto museale.
Nelle immagini di Durham, Kirsten Dunst sorride mentre qualcuno le aggiusta una parrucca gigante; Jason Schwartzman, privato della sacralità di Luigi XVI, aspetta il suo turno tra le quinte in accappatoio; ci sono le sarte, i tempi morti tra un ciak e l’altro, le sigarette al volo, le sneakers sotto le crinoline. Sofia Coppola che beve da una lattina. È la materia prima del cinema prima che diventi film, è la giovinezza che prova ad abitare uno spazio monumentale. La forza del film sta nell’aver compreso che la storia non deve necessariamente sembrare “antica” per parlare al presente. Grazie a un accesso senza precedenti alla reggia di Versailles, Sofia Coppola ha plasmato vent’anni fa un universo visivo storico contaminato dal futuro: non voleva girare un polveroso biopic didascalico sulla caduta della monarchia, voleva raccontare oggi cosa significa avere quattordici anni ed essere catapultata al centro di un mondo spietato, che pretende di dirti come vestirti, come camminare, chi amare e come mostrarti agli altri. Voleva raccontare la claustrofobia di una bolla, seppure color pastello.
La sua Maria Antonietta non è il personaggio politico destinato a finire sulla ghigliottina per le sue “colpe”, è una ragazza sola in una prigione dorata costretta a diventare brand, diremmo oggi. Marie Antoinette non racconta la Rivoluzione perché la sua protagonista non poteva nemmeno immaginarla: viveva protetta e isolata da tutto, mentre fuori tutto crollava. È per questo che la Maria Antonietta di Sofia Coppola è diventata la ragazza che non passa. Prima che i Millennial la eleggessero a feticcio estetico-malinconico delle loro bacheche su Tumblr e nei blog – aprendo la strada a ciò che chiameremo female gaze? – e prima che la Gen Z la trasformasse nel proprio tempio di reel estetico-nostalgici, questo film aveva già compiuto un gesto rivoluzionario: sdoganare la malinconia femminile, togliendole l’etichetta di frivolezza viziata. Ci insegnava che gli archivi della moda non sono musei da rispettare con timore reverenziale, ma pezzi da smontare e ricomporre con il presente. Vent’anni dopo, quella figura immersa nel rosa e nello straniamento di una colonna sonora anacronistica non è invecchiata di un giorno: continua a ricordarci la vertigine senza tempo di dover mostrare tutto di sé prima ancora di aver avuto il tempo di capire chi si è davvero.
Un universo dietro le quinte
Le immagini di questo articolo sono tratte da Making Marie Antoinette, il volume che racconta il dietro le quinte del film, dal set alla prima a Cannes, grazie a un patrimonio inedito di scatti in pellicola. L’obiettivo di Andrew Durham ha colto gli attori tra un ciak e l’altro, al trucco e parrucco, nei momenti di relax, sospesi in quel territorio intimo tra realtà e finzione cinematografica (tutte le foto sono di Andrew Durham, tratte da Making Marie Antoinette (Important Flowers, 2026) Courtesy of the artist and MACK).

Cronache dal set
Il volume fotografico Making Marie Antoinette (Important Flowers, 2026) di Andrew Durham è pubblicato da MACK (€ 65, mackbooks.eu).





