Milano, 12 settembre 2026 – Il profumo di rosa di nonna Franca, che si respira ancora tra i suoi vestiti. La testardaggine di nonno Dario, “che quando si metteva in mente che una cosa dovesse essere fatta nei tempi che decideva lui, anche se tutti gli ripetevano che era praticamente impossibile, tirava fuori la soluzione: “Si fa così!“”.
Mattea Fo, nipote “degli attori di teatro italiani più rappresentati e tradotti al mondo, anche se l’Italia spesso se lo dimentica”, apre stanze di vita quotidiana mentre come presidente della Fondazione Fo Rame prosegue la maratona per il centenario del “Modello giullare“, che è partita dal Teatro Sistina di Roma il 24 marzo - giorno del compleanno del Premio Nobel - e farà tappa domenica a Milano, alle 18.15 alla Bam - Biblioteca degli Alberi Milano per Fuoricinema.
“Dario Fo. Cent’anni e oltre...“
“Stiamo attraversando l’Italia con amici e testimoni per ricordare quello che è stato ma anche la grande eredità di Dario Fo e Franca Rame. Lo faremo fino al 24 marzo del 2027 e non ci fermeremo. A Fuoricinema ragioneremo con Claudio Bisio e Giorgio Gallione. Due voci a confronto che hanno conosciuto le figure di Dario e Franca in modi diversi. Morte accidentale di un anarchico - il loro testo più rappresentato al mondo - quest’anno è tornato in scena per il centenario con Lodo Guenzi e la regia di Gallione e Bisio ha iniziato la sua carriera proprio da quello spettacolo, insieme a Dario. Capiremo da loro quale sia - ancora oggi - il messaggio importante delle loro opere”.
Alle voci di Bisio e Gallione si intreccia la sua: qual è il messaggio più importante che Dario Fo e Franca Rame le hanno trasmesso?
“I messaggi sono tantissimi, ma la cosa principale che i miei nonni mi hanno insegnato è che bisogna prendere parte, non bisogna fare le cose tanto per farle, tanto per far ridere, tanto per far parlare di sé. Bisogna prendere parte a quelli che sono i temi, le problematiche del presente, del quotidiano che uno vive, altrimenti non ha senso. Bisogna usare la propria voce per farla sentire, per dichiarare il proprio pensiero anche su temi scomodi. Cosa che loro hanno fatto tutta la vita”.
Nipote e collega di lavoro, sin dal 2010.
“I due mondi si sovrappongono inevitabilmente. Ho avuto la fortuna di vivere i miei nonni per tanti anni, fino all’ultimo. Da quando ero piccola fino a quando se ne sono andati. Nonostante fossero due figure conosciute, con una vita complessa tra tournée e quant’altro, ho avuto la fortuna di trovare degli spazi molto personali e intimi con loro. Da nipote. Anche se a casa nostra - essendo fortunati e potendo vivere la parte lavorativa come una passione - il lavoro è stato sempre al centro. Ricordo le conversazioni a tavola sui testi che sarebbero dovuti andare in scena e sulla quotidianità politica”.
Un sapore, un profumo, un luogo che riaccende subito il ricordo dei nonni?
“Per mia nonna sicuramente il profumo alla rosa: lo adorava. Esce appena apri le scatole dei suoi abiti, anche perché era solita abbandonare le boccette vuote che ancora fanno la loro funzione all’interno degli armadi. E quando vado nei ristoranti e ci sono sono piatti che non conosco, non posso fare a meno di pensare al nonno: si sarebbe alzato, sarebbe entrato in cucina e sarebbe andato dallo chef a chiedergli la ricetta. Nel frattempo avrebbe assaggiato dalle pentole, sfacciatamente, quello che c’era sul fuoco”.

Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997
Com’è stato lavorare con loro?
“Quello che mi continuavano a ripetere, sin dall’inizio, è: “Non fermarti mai davanti alla prima informazione. Cerca sempre di andare a fondo, di approfondire, fare ricerca, perché spesso le prime informazioni che ci arrivano non sono del tutto corrette“. Dario aveva un’idea di come si affronta il mondo da una persona che ha sempre avuto qualcun altro che gestiva le cose pratiche. Quindi noi, che ci siamo trovati ad accompagnarlo anche negli ultimi anni senza la nonna, abbiamo dovuto risolvere situazioni che adesso, nel ricordo, sono molto divertenti quanto assurde, ma magari al momento potevano essere più complesse”.
E l’impresa continua...
“Uno dei lavori di cui mi occupo è gestire i rapporti con le compagnie teatrali che vogliono mettere in scena i testi dei miei nonni ed è molto appassionante e complicato. Entri in contatto con realtà molto diverse da tutto il mondo e che magari non capiscono alcuni passaggi ancorati alla politica italiana: devo capire la loro situazione, come vogliono affrontare il testo e spiegare il pensiero di Franca e Dario”.
Voci che mancano, voci che continuano a farsi sentire nei teatri e non solo.
“Adesso, per il centenario, con Matthias Martelli stiamo portando “Lu Santo Jullare Francesco“ e “Mistero Buffo“ in una tournée che sta toccando tutti e cinque i continenti. Stiamo chiudendo tre mostre: racconteremo anche Dario Fo pittore. Abbiamo portato il film “Lo svitato“ dal Festival di Bari a Francoforte e al Festival di Montone che ha allargato lo sguardo alla registrazione degli spettacoli per raccontare il rapporto di Franca e Dario con lo schermo. C’è stato il restauro della Cineteca di Milano. Ed è in uscita un libro per Rizzoli curato da Guido Harari, Stefano Bertea e me, che racconta un altro pezzo del mondo di Dario”.
Dopo Fuoricinema, la maratona del centenario di Fo tornerà nella sua Milano?
“Il convegno internazionale partirà proprio da qui: 12-13 ottobre, due giornate calde, ricche di eventi. A breve sveleremo il programma. Non ci fermeremo qui. Intanto valorizziamo l’archivio avvicinando le nuove generazioni: non è solo un insieme di materiale conservato, aiuta a creare nuovi progetti. È vivo”.
Un desiderio da esprimere per i cent’anni di Fo?
“La speranza è che anche l’occasione del centenario porti qualche teatro stabile a stringere coproduzioni per portare in scena i testi di compagnia e non soltanto i monologhi. Ne abbiamo di magnifici, come Sotto paga, non si paga! e Isabella, tre caravelle è un cacciaballe che meritano di tornare in scena anche in Italia. All’estero lo sono già. Essendo produzioni grosse è necessario un impegno economico. E serve coraggio”.