Colpo basso di Enrico Mentana: lascia La7 a fine anno e lo annuncia proprio ad Alessandria, la città del suo editore, quell’Urbano Cairo con il quale non ha trovato un’intesa per il futuro. Il 23 dicembre sarà quindi la sua ultima messa cantata al telegiornale e l’appuntamento diventa più atteso del discorso di fine anno del presidente della Repubblica.
Come si congederà il direttore dal suo fedele pubblico? Il suo contratto scade a breve e, come un calciatore ultra trentenne dal palmarès cospicuo e dall’ingaggio pesante, non è stata raggiunta l’intesa per proseguire il rapporto di lavoro. Classe 1955, Mentana è a La7 dal 2010, dopo essere stato a Fininvest-Mediaset, nel medesimo ruolo per il Tg5, dal 1992 al 2009.
Mentana ha reso credibile La7 e inventato un format
È un passaggio storico per la televisione italiana. È stato proprio l’approdo di Mentana, a La7, a rendere questo canale un polo editoriale molto credibile agli occhi dei telespettatori al pari dei più blasonati (e più immediati da schiacciare sul telecomando). Mentana ha travasato di colpo spettatori da Mediaset e dalla Rai verso un telegiornale nel quale ha speso tutto sé stesso, andando in onda praticamente sei giorni su sette per lunghi anni.
Ha pure inventato un format, quello della “maratona elettorale”, che ha preso il suo nome. Modello imitatissimo ovunque (in malo modo) che ha avuto pregi e difetti. I primi: inviati sul posto di grande caratura, ironia e capacità come Alessandra Sardoni e Paolo Celata, valorizzati a dovere. L’altro lato della medaglia: l’opinionista di casa nostra che sa tutto dell’Udeur di Mastella doveva fingersi contemporaneamente esperto dei collegi uninominali delle Marche e dell'andamento elettorale delle contee in bilico dell'Ohio.
L’insofferenza verso la sua tv
Da qualche tempo Mentana, pubblicamente, aveva espresso più di un’insofferenza per la televisione di Cairo. La scorsa estate, al Festival della Tv di Dogliani, ci andò giù diretto: schiacciando il tasto 7 del telecomando un elettore di centrodestra “non si sente a casa”.
Davvero solo negli ultimi mesi si è accorto dello sbilanciamento della sua tv? Eppure basterebbe leggere le didascalie - solo quelle - di “Otto e Mezzo” di Lilli Gruber (con il quale aveva bisticciato di recente) per rendersi conto degli enormi pregiudizi nei confronti della premier. Mentana non arriva per primo sulle notizie: ci ha messo vent’anni a capire che Mediaset tende a essere berlusconiana, ora ne ha impiegati sedici per comprendere la strategia della sua tv: fidelizzare gli italiani che si sentono più vicini al campo progressista.
“Tutti i programmi di La7 - disse in quell’occasione - hanno la stessa impostazione, lo stesso orientamento, gli stessi ospiti. Quando dico anti-Tele Meloni dico che è una televisione che ha ospitato un centinaio di volte Schlein e Conte nell’ultimo anno solare, poi forse ci sarà stato due volte Crosetto. Non è una critica, ma una constatazione”.
La7 è l’altra faccia di Rete4
Dice, sempre il direttore, che però non ci sarebbero, a fare oggi da contraltare, una nuova RaiUno e una nuova RaiDue. Dimentica quello che è diventata Rete4 negli ultimi anni e il suo “retequattrismo”, format diametralmente opposto a La7.
Per un Formigli c’è un Giordano. Per un Del Debbio c’è una Gruber. Da una parte Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti, Nicola Porro, Giuseppe Cruciani, Stefania Cavallaro. Dall'altra Zoro, Corrado Augias, Massimo Gramellini, David Parenzo. Per un servizio sulle periferie in mano ai maranza su Rete4 troviamo il solito servizio sull’estrema destra che prende piede. Il risultato è il medesimo: i politici di primo piano del centrosinistra non mettono piede negli studi di Cologno Monzese, mentre i ministri si guardano bene dal frequentare i salotti di Cairo.
Il “pensiero unico” di La7 non è roba di quest’anno, ma si è palesato da molto tempo. Dal 2022, con l’avvento di Meloni a Palazzo Chigi, è stato più spinto e marcato di prima. Anche per ovvie ragioni di mercato con Rai in mano ai partiti di maggioranza e Mediaset già vicina a Forza Italia e alla coalizione. La7 è andata oltre la RaiTre di una volta. Cairo non ne ha risentito pubblicamente: lui sì che è di lotta (con la tv) e di Governo (con il “Corriere della Sera”). Nell’attacco alla linea editoriale della sua stessa tv, quest’estate, Mentana aveva aggiunto anche questa considerazione. “Se domani vince la sinistra, è un problema. Perché diventi tv di governo”. Forse il direttore è l’unico che crede nell’alleanza e vittoria del campo largo e, allora, leva le tende da una televisione che rappresenta l'unico collante del suo elettorato.