VILLADOSE (ROVIGO) - Da Villadose all'Australia, poi le Hawaii e infine Pittsburgh. È la storia di Michela Voltan, ingegnere di Hitachi Rail, che ha costruito all'estero carriera e famiglia.
Come hai vissuto la tua infanzia e adolescenza in Polesine?
«Sono cresciuta nel ridente paesino di Villadose, sconosciuto ai più. Ho frequentato lì le scuole. Ricordo la dolcezza e l’amore della maestra Dina Pozzato e la passione del maestro Teodosio per le poesie che ancora oggi mi riaffiorano in mente, A Silvia, La cavallina storna. Come molti bambini del paese ho fatto gli scout, ma soprattutto sono sempre stata una sportiva instancabile: pattinaggio, karate, corsa campestre e qualsiasi attività mi permettesse di stare all'aria aperta e mettermi alla prova. L'adolescenza è stata quella tipica della provincia veneta: le giornate in bar "dalla Ciana", le corriere per andare all'istituto per geometri a Rovigo e i primi lavoretti con Schiesari Catering per pagarmi gli extra mentre studiavo Ingegneria Civile all'Università di Ferrara. Al terzo anno mi sono trasferita a Trento per la specializzazione in strutture. È stato lì che, grazie alle mie passioni sportive, in particolare la subacquea e la vela, ho conosciuto Francesco, che oggi è mio marito».
Come è partita la vostra esperienza all’estero?
«All'inizio erano le passioni comuni a unirci. Poi, una volta laureato, Francesco ha deciso di partire per un anno sabbatico in Australia. È stata la distanza a farci capire quanto ci mancassimo: ogni occasione era buona per scriverci e-mail, lettere e sentirci dall'altra parte del mondo. Galeotto fu anche un viaggio in catamarano ai Caraibi organizzato dalla nostra associazione velica. Prima di partire per l'Australia Francesco ne era il presidente e aveva lasciato a me il timone dell'associazione. Da quel viaggio in poi abbiamo capito che il mondo era molto più vicino di quanto sembrasse. Dopo un periodo in Italia, Francesco ripartì con un classico Working Holiday Visa. Nel 2011 lo raggiunsi in Australia per quella che doveva essere un'esperienza di un anno con un Working Holiday Visa, avevo trent’anni, il limite per cui in Australia rilasciano questo tipo di visto. Ero stata categorica: "Un anno e poi si torna nel Bel Paese". Peccato che, quando arrivò il momento di tornare, la crisi economica avesse colpito duramente l'Italia mentre io, nel frattempo, avevo trovato un ottimo lavoro come ingegnere strutturista per una società mineraria, con prospettive professionali e uno stipendio impensabili rispetto a quelli che avevo lasciato in patria. Con la benedizione dei miei genitori, che mi hanno sempre sostenuta in ogni scelta, decisi di restare nella terra dei canguri».
Come è stata l’esperienza in Australia?
«Un anno... diventò cinque. In Australia siamo diventati cittadini australiani, nel 2015 abbiamo completato un Mba e abbiamo costruito basi solide per la nostra vita professionale. Nel frattempo, lavoravo per quella che allora era Ansaldo Sts, oggi Hitachi Rail. Alla conclusione di un importante progetto ferroviario, invece di salutarmi come avveniva normalmente alla fine delle commesse, l'azienda decise di investire su di me e mi propose una relocation internazionale. Sul tavolo c'erano destinazioni che sembravano uscite da un catalogo di viaggi: Lima, Copenhagen e Hawaii. Hanno vinto le Hawaii. Nel frattempo, Francesco e io ci eravamo fatti una promessa molto semplice: ci saremmo trasferiti ogni volta che uno dei due avesse avuto un'opportunità professionale interessante. Così siamo passati per l’Italia dove il 30 gennaio ci siamo sposati a Villa Mersi di Trento. A febbraio 2016, appena arrivato il visto per Francesco come “marito” mentre io avevo il visto lavorativo, siamo approdati a Oahu, nell'arcipelago delle Hawaii. Lì è nato il nostro primo figlio, Nicola, che oggi ha nove anni».
Come siete arrivati quindi a Pittsburgh?
«Dopo quasi quattro anni nell'isola, meravigliosa ma tanto costosa quanto isolata dal resto del mondo, arrivò una nuova chiamata dell'azienda: Pittsburgh. Mi venne affidato il ruolo di Infrastructure Manager per il Nord America, incarico che ricopro ancora oggi. Il trasferimento ha avuto però una particolarità: sono arrivata a Pittsburgh all'ottavo mese di gravidanza della nostra principessa Emma, che oggi ha sette anni. Due anni dopo sono arrivati insieme il Covid e il nostro terzo figlio, Simone. E qui c'è un aneddoto che racconta abbastanza bene il mio carattere: tre giorni prima della sua nascita ho discusso la tesi della mia terza laurea, un Master in Bim Management nel 2021. Spesso mi chiedono come riesca a conciliare una carriera internazionale, i viaggi di lavoro, tre figli, un marito, una casa, la palestra, la bicicletta e persino l'organizzazione di feste ed eventi. La risposta è meno misteriosa di quanto sembri: tanta organizzazione, moltissima energia e due genitori che mi hanno insegnato fin da piccola a non aver paura di impegnarmi».
Quali sono i servizi per le famiglie in America?
«Negli Stati Uniti esistono numerosi servizi a supporto delle famiglie. Asili nido, summer camp, attività pre e post scuola e assistenza all'infanzia rendono possibile conciliare lavoro e famiglia anche per chi, come noi, vive lontano dai nonni. Certo, tutto ha un costo importante, ma almeno questi servizi esistono e funzionano. Oggi viviamo in un sobborgo a nord di Pittsburgh, in una di quelle tipiche schiere di case americane che sembrano uscite da un film. I bambini giocano per strada con gli amici del quartiere, frequentano la stessa scuola e girano in bicicletta da una casa all'altra. Un quadro quasi da cartolina, con l'eccezione che l'americano medio usa l'auto praticamente per tutto: dalla farmacia alla banca, passando per qualsiasi drive-through immaginabile. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, non amo particolarmente parlare di politica. Come ovunque, esistono aspetti positivi e negativi. Quello che apprezzo è che, in generale, stipendi e costo della vita tendono a essere più proporzionati tra loro e che le opportunità professionali sono numerose. D'altra parte, il sistema sanitario legato al lavoro resta uno dei punti più delicati».
Pensate di aver messo radici a Pittsburgh?
«Probabilmente no. Per adesso siamo qui e stiamo bene. Ma se c'è una cosa che questi anni mi hanno insegnato è che i piani possono cambiare rapidamente e che spesso le opportunità più belle arrivano proprio quando non te le aspetti. D'altronde, da Villadose alle Hawaii passando per l'Australia e approdando a Pittsburgh direi che il nostro giro del mondo non è ancora finito».
Francesco invece di cosa si occupa?
«Francesco adesso lavora come me per Hitachi, ma come project director per un progetto a Baltimore, in Maryland. Ma qui la flessibilità sul lavoro, e quindi il bilancio tra lavoro remoto e lavoro da casa, è cosa fattibile. Basandosi sulla meritocrazia, se uno raggiunge gli obiettivi ha raggiunto il suo dovere più di quello che timbra il cartellino otto ore e produce per quattro».
Com’è il sistema scolastico?
«Le scuole qui sono più o meno uguali come struttura. Però l’asilo non è obbligatorio in Pennsylvania. Dura un solo anno ed è di due ore e mezza al giorno, mattina o pomeriggio. Ed è come una “primina”. Le elementari sono di cinque anni. Poi fanno “sesta, settima e ottava” di intermediate, le nostre medie, e “nona, decima, undicesima e dodicesima” di high school. Ovvero quattro anni prima dell’università. Per quella, il college, ti muovi da uno Stato all’altro, altrimenti fino alla dodicesima sono nella tua zona di residenza. La high school funziona con materie comuni e selettive, in base alle passioni di ciascuno, ma sono tutte nello stesso campus. Una mini università per il nostro concetto, ma è da pensare come geometri, ragioneria, liceo tutte unite e uno ha materie comuni come la lingua, la matematica e materie di indirizzo. Ma per questo abbiamo ancora qualche anno per pensarci».