MESTRE - Prima o poi la città dovrà fare i conti con un dato: i musulmani, a Venezia, sono più di quarantamila. Una comunità così vasta che, oggi, non ha un proprio centro di preghiera. Inevitabilmente, presto o tardi, si dovrà trovare una soluzione a questa esigenza che riguarda quasi un quinto della popolazione. Perché oggi, i luoghi di culto cittadini per islamici, sono tutti abusivi: sono sette, tra Mestre e Marghera, hanno una destinazione d’uso che va dal commerciale all’area produttiva e, quindi, non sono a norma di legge. Ergo: il Comune deve farli chiudere in attesa di avere uno spazio adeguato.
LE ORDINANZE
Nei giorni scorsi è arrivata l’ordinanza di chiusura per tre di questi luoghi di culto travestiti, come spesso accade, da centri culturali. Quello di via Linghindal, ex concessionaria Land Rover, la più grande tra le “moschee”, era già finito nel mirino della polizia locale nel 2025. A maggio, poi, era scattato il conto alla rovescia di 90 giorni con un’ordinanza che imponeva di far tornare gli spazi al precedente uso commerciale. La polizia locale ha verificato che non solo i responsabili non avevano ottemperato alla richiesta di ripristinare gli spazi alla destinazione d’uso originaria (commerciale) ma l’area continuava a essere utilizzata come sala di preghiera per la comunità. A questo punto, il provvedimento si è fatto più restrittivo: se non si procederà a smantellare il tutto, lo farà direttamente il Comune con una demolizione coatta.
Più o meno stesso discorso per la “moschea” di via Lazzarini: a Marghera. Anche qui, la polizia locale, ha presentato notizia di reato in procura. Il centro si trova nell’area artigianale di Marghera, ha sede in un capannone ben distante da centri abitati, definita e conosciuta come «un luogo multiculturale e molto aperto». Ultimo intervento, quello in via Paolucci: qui c’era già stata una prima intimazione a luglio e quindi come per via Linghindal, scaduti i termini, la polizia locale ha dato l’aut aut: o si rimuove tutto, o arriveranno gli operai del Comune a farlo.
LE ALTRE
Nei prossimi giorni dovrebbe arrivare anche una quarta ordinanza per un altro centro di culto in piazzale Madonna Pellegrina. Un procedimento c’era già stato ad aprile, i termini sono in scadenza e quindi si procederà a chiedere di sgomberare i locali anche nella “moschea” di Altobello. Siamo a quattro: all’appello ne mancano altre tre. Il motivo è presto detto: sono silenti e, sulla carta, non attive come luoghi di preghiera. Il primo caso è quello di via Piave: la contestata chiusura di quel centro culturale ha visto numerosi ricorsi da parte dell’associazione Ittihad, che la gestisce. Al momento, si sta aspettando l’ultimo verdetto, quello della Cassazione. A Marghera, il centro di preghiera storico, quello più conosciuto, è quello di via Monzani. Centro che, al momento, non risulta più operativo nei database del Comune. Medesimo discorso per un altro centro culturale che veniva utilizzato come luogo di culto, sempre a Marghera, in via Brunacci.
In passato c’erano stati anche il centro culturale islamico “La Pace” (sempre di un gruppo di bengalesi) in via Paganello, chiuso dopo il mancato rinnovo del contratto di affitto, e la “Ditib Venezia” di via Ca’ Marcello. Il primo centro islamico stoppato dall’amministrazione Luigi Brugnaro fu quello di via Mestrina (famoso per un video, poi diventato virale, in cui il sindaco raccontava con foga il modo con cui l’aveva fatto chiudere) seguito da quello di via Fogazzaro. L’ultima grande polemica (anche politica, soprattutto in campagna elettorale) è quella nata intorno al progetto di una grande moschea in via Giustizia. Progetto contro cui si era schierato l’intero centrodestra, con barricate in particolare della Lega che aveva organizzato picchetti davanti al cantiere con l’europarlamentare Anna Maria Cisint. Durante la campagna elettorale la Lega aveva dovuto rimuovere i suoi 70 banner “No Moschea” sui bus dopo l’esposto dell’Unione comunità islamiche d’Italia. la società del trasporto pubblico locale aveva ritenuto che ci fossero nei cartelli «Messaggi religiosi incompatibili con le condizioni contrattuali».