VENEZIA - «Sì, mi metteva le mani addosso, e l’ha fatto anche con tutte le altre: alla madre di sua figlia ha spaccato tutti i denti davanti. È pericoloso, e c’è la concreta possibilità che l’episodio si ripeta, ovviamente dando poi la colpa a te». Dino Keber, dopo aver divorziato dalla madre di sua figlia e prima di conoscere Tania Terrin, è stato fidanzato per sei anni con un’altra donna, con la quale ha convissuto. L’ha insultata, minacciata, pestata a sangue e perseguitata per tutto il tempo e soltanto oggi che lui è morto, dice, si sente finalmente libera di poter uscire di casa, nonostante la loro relazione fosse finita due anni fa.
Lei, il 20 aprile scorso era stata contattata da Tania tramite i social, la quale le confidava che due giorni prima Dino l’aveva quasi ammazzata e ora stava cercando di scaricare tutta la colpa su di lei. Aveva paura. Se la donna che, con un nome fittizio, chiameremo Gaia ha deciso di raccontare la sua storia è per una sola ragione: fare in modo che tutto, nel sistema di protezione delle vittime di violenza, cambi. Che Tania, così come avrebbe dovuto esserlo Giulia Cecchettin, sia l’ultimo volto di una tragedia annunciata, e ignorata.
Sei anni di pugni, calci, ossa rotte, insulti, minacce di morte. Perché non ha denunciato prima? Perché non lasciare il suo ex fidanzato prima, non cercare una fuga da quell’inferno?
«Anch’io mi chiedo come ho potuto accettare tutto questo. Quando sei dentro a quel vortice, però, non capisci cosa sta succedendo. Credi di essere tu quella sbagliata: pensi che lui ti abbia picchiata perché te lo meritavi, per ciò che hai fatto. Sono finita al pronto soccorso tre volte. L’ho denunciato soltanto una. E nemmeno volevo farlo».
Non voleva denunciarlo?
«No, sono andata dai carabinieri per tutelarmi da una sua eventuale denuncia che minacciava avrebbe sporto. Sono arrivata in caserma per avvisare i militari che se Dino fosse andato da loro dicendo che avevo cercato di distruggergli la casa, in realtà mi stavo solo ribellando alle sue percosse. Così è scattata la denuncia d’ufficio per violenza domestica».
Era sempre stato aggressivo con lei, fin dai primi tempi?
«I primi due anni no. L’ho conosciuto come una persona solare, attiva, socievole. Nel tempo tutto è peggiorato: inizialmente capitava mi picchiasse circa una volta al mese, poi sempre più di frequente».
E non ha mai provato a fuggire da lui?
«Sì, lasciandolo e trasferendomi a 600 chilometri di distanza. In quel periodo Dino si era anche trovato una nuova fidanzata, tutto sembrava appartenere al passato. Invece, nel 2022 lei l’ha denunciato per violenza. Lui però è riuscito a trovarmi anche lì ed è venuto a riprendermi. Ogni volta che chiudeva con una donna tornava da me. Anche in quel caso, mi ha convinta a fare ritorno».
In che modo?
«Lui ogni volta usava come scusa la sua malattia, il diabete. Diceva che non era colpa sua se diventava violento, che lui era una persona buona, ma la sua malattia lo trasformava in “Mr.Hyde”. Diceva proprio queste parole. Io mi sentivo in colpa a lasciarlo; credevo di essere l’unica che avrebbe potuto salvarlo. Vedevo lui come la vittima e io come il carnefice che voleva abbandonarlo a se stesso».
Nessuna delle fidanzate con cui era stato prima l’aveva messa in guardia da lui?
«No. Non ho mai conosciuto nessuna delle sue ex. Nessuna di loro mi ha mai cercata per avvertirmi, così come io non l’ho mai fatto a mia volta. L’unica con cui ho avuto modo di interagire è stata Tania, perché mi ha scritto il 20 aprile scorso per chiedermi se Dino era mai stato violento con me e fino a che punto. Mi ha detto che due giorni prima l’aveva quasi uccisa, strangolandola, e ora cercava di scaricare la colpa su di lei. Non sapeva che aveva fatto del male a tutte quelle prima di lei, come non lo sapevo io al tempo».
Nessuno degli amici di Keber era a conoscenza della sua indole violenta? Nessuno ha mai provato a fermarlo?
«Al contrario. Quando ho sporto denuncia ho fatto anche i nomi di alcuni suoi amici che non solo sapevano tutto, ma ci avevano pure separati una volta in cui lui mi stava picchiando a sangue. Erano intervenuti per salvarmi. Quando sono stati interrogati, però, hanno difeso lui. Più avanti mi hanno detto di aver mentito perché non credevano la situazione fosse così grave».
Quando ha sporto denuncia, cosa è stato fatto per tutelarla?
«Nulla. Quando ho denunciato era agosto: tutti gli avvocati che ho chiamato in quel periodo per il gratuito patrocinio (che spetta di diritto nei casi di maltrattamenti familiari) erano in ferie e nessuno poteva seguirmi prima di due mesi. Ho chiamato il Telefono azzurro per avere un supporto psicologico, ma il primo appuntamento disponibile era dopo la metà di settembre. Mi sono sentita completamente abbandonata a me stessa, ad affrontare una cosa più grande di me di cui nemmeno i miei genitori erano a conoscenza».
La paura di lui, quanto tempo dopo è passata?
«Mai. Soltanto da quando ho saputo che si è tolto la vita mi sento al sicuro, libera di uscire. In questi due anni io e il mio nuovo fidanzato abbiamo evitato ogni luogo in cui c’era la remota possibilità di incrociarlo. Lui e il mio attuale compagno una volta sono anche arrivati alle mani, perché Dino mi perseguitava. Abbiamo rinunciato a tutti i compleanni degli amici che avevamo in comune, i centri della Riviera del Brenta in cui sapevamo era solito andare. Avevo il terrore quando sentivo una moto rallentare davanti casa mia: pensavo sempre fosse lui».
Il fatto che si sia tolto la vita, dunque, si può dire sia stata per lei una liberazione?
«Non voglio dire questo, ma quantomeno ora mi sento al sicuro. Il fatto è che non si doveva arrivare a questo. Andavano adottate le giuste misure prima. Tania si poteva salvare».
In che modo?
«Andavano usate misure cautelari come il braccialetto elettronico o l’obbligo di dimora; doveva essergli impedito di avvicinarsi a quella donna. Doveva essere tenuto in Psichiatria dove era finito due settimane prima, e dalla quale è uscito con una banale firma. Appena uscito è andato ad un ucciderla: era una tragedia annunciata. Quando una donna va a denunciare ha già superato il limite: non dovrebbe neanche uscire dal comando senza che le sia stato affidato un avvocato e un sostegno psicologico. Quando esce è matematico che venga manipolata dal suo aguzzino, torni sui suoi passi, ritiri la denuncia e prima o poi finisca con l’essere uccisa, perché non è in grado di uscire dalla bolla».
Tutte le donne potrebbero essere salvate.
«Sì, ma non c’è la volontà di farlo. Va fatta una perizia psicologica per valutare se l’uomo rischia di essere recidivo. Non può essere che la perizia viene fatta a me per capire se racconto il vero e non a lui per chiarire se è un potenziale assassino. Non si può continuare a valutare quanto è pericolosa è una persona da una denuncia (che nel mio caso, oltretutto, era di otto pagine, e avrebbe dovuto bastare a farlo finire dritto in galera). Una denuncia ritirata, poi, è da considerare una denuncia sulla denuncia. Dovrebbe far scattare un secondo allarme, perché è un atto dettato solo e unicamente dalla paura, e invece non viene più considerata. Le persone vicine alle vittime, inoltre, come amiche o familiari, devono essere messi nelle condizioni di sporgere denuncia al posto della persona offesa, e da questo atto devono scattare indagini più approfondite. La vittima, infatti, non si rende conto della situazione in cui si trova perché vi è immersa e l’aiuto dall’esterno è fondamentale. Tania si poteva salvare, si doveva salvare».