Nel Bosco di Sponz Fest, con Dylan Thomas. Intervista a Vinicio Capossela, Marco Martinelli e Ermanna Montanari - Teatro e Critica

La 14esima edizione di Sponz Fest, ideato e diretto da Vinicio Capossela a Calitri, è stato aperto da Sotto al Pascone, spettacolo corale liberamente ispirato a Under Milk Wood di Dylan Thomas e realizzato con il Teatro delle Albe. Una conversazione con Capossela, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.

Foto Giada Campoli

Calitri (Avellino) è un piccolo paese inerpicato sull’Irpinia. Una realtà minuscola e fertile dove germogliano ancora preziosi sterpi della tradizione del Sud Italia. Da 14 anni si svolge lo Sponz Fest, una sorta di festa pagana che mette insieme musica, ballo, teatro e rituali collettivi inseguendo un lignaggio che è quello della cultura popolare. Un’anima dionisiaca alberga in questo piccolo villaggio e rivive ogni anno in un invito che somiglia a una danza attorno a un gigantesco focolare. A idearlo, nel 2013, è stato Vinicio Capossela, musicista, autore, cantautore  e cantastorie noto per aver mescolato generi e ispirazioni che spaziano dalle sonorità sudamericane a quelle balcaniche, dall’epica romanzesca  e picaresca anglosassone al blues, allo storytelling surreale, fino alla ruvida slam poetry metropolitana. Poi ci sono Marco Martinelli e Ermanna Montanari, fondatori e ancora alla guida del Teatro delle Albe, uno stendardo della ricerca teatrale italiana, sempre con lo sguardo puntato su nuove modalità di costruzione di storie e narrazioni che non si accontentano di scritture pacificate, ma mettono alla prova un’idea con la potenza immaginifica delle comunità di geografie differenti. A unire questi universi è il genio di Dylan Thomas (1914-1953) poeta gallese tra i più visionari e refrattari a ogni classificazione. Tra folgoranti sillogi che vivono della musicalità tronca del verso e bislacche raccolte di racconti simbolisti, spunta, pubblicato solo postumo nel 1954, Under Milk Wood, poema pensato per la radio come concerto polifonico, che fotografa 24 ore di vita in un sonnolento villaggio di pescatori. Llareggub, appoggiato alla costa occidentale, è uno scrigno di realismo magico dove si agitano personaggi improbabili che oscillano tra la bizzarra e monotona vita di paese e le più folli  e torbide avventure oniriche. Ripubblicato con una traduzione di Gabriele Frasca da Luca Sossella editore nel 2024, Capossela aveva recuperato il progetto irrealizzato dall’amico dj e speaker radiofonico Renato Striglia, arrivando a una co-produzione con Rai Radio3, composta con voci illustri. E nell’edizione 2026 dello Sponz Fest ha scelto di realizzare Sotto al Pascone (qui è ascoltabile l’audio integrale della serata), una versione site-specific nel bosco che lambisce la piccola Calitri: ad abitare con voci e corpi il “Pascone” è una comunità paesana raccolta in formazione scenica, con la collaborazione della compagnia di amatoriale I teatranti del sipario.
Alla vigilia dell’unica recita (26 agosto) abbiamo incontrato Capossela, Martinelli e Montanari in una videoconversazione, di cui queste righe fanno da parziale relazione.

Vinicio Capossela, come è nata l’idea dello SponzFest?

Vinicio Capossela: Lo SponzFest prende il titolo da un’espressione dialettale: «sponzare» in dialetto locale del Cilento significa proprio “perdere la rigidità, ammollarsi”. E allora, quando abbiamo iniziato quattordici anni fa, volevamo fare non un festival, ma piuttosto un “fest”, un evento che si pensa e si realizza insieme alle associazioni. Calitri è il paese d’origine della mia famiglia; io non sono cresciuto lì, ma col tempo ho iniziato a trovare lì quella zolla di immaginario che a volte definiscono le radici ideali. Quando non si consumano con l’esperienza, possono continuare a avere. Negli anni, poi, si è formata una comunità mobile. Non è soltanto la comunità locale che s’impegna a fare lo Sponz, è tutta una serie di amici, come appunto Ermanna e Marco, che sono venuti già diverse volte. Un’occasione di incontro di comunità che si ritrovano nel mezzo: tante attività che si fanno insieme, tra incontri, musica e ballo. Ogni anno si porta un tema da declinare in vari modi, e quest’anno è il Bosco. C’è il “boscarsi”, “l’imbosco”, il trovare un luogo nascosto; ma ecco che arriva Dylan Thomas, Sotto il bosco di latte. Tradurre questo poema per voci in un’opera nuova era il desiderio di un carissimo amico di molti anni fa, Renato Striglia, che però non arrivò a realizzarla. Renato ha dedicato la vita alla radio e questo era un lavoro nato per voci, un «play for voices»: non una pièce teatrale, ma la creazione di una comunità. Dal vuoto, una voce narrante la immagina e ne fa ascoltare le voci, ne fa conoscere i personaggi estratti dai sogni e poi ne fa udire la vita nell’arco di ventiquattr’ore. È un tempo immobile in cui la gente compie dei lavori che stanno lì a definire dei personaggi. Llareggub è il nome del villaggio inventato da Dylan Thomas; è il villaggio dell’infanzia del mondo. Personalmente questa infanzia del mondo l’ho avuta nel racconto a più voci, polifonico, che fin dall’infanzia sentivo fare in dialetto e poi ho riascoltato in tutti questi anni. Lo spettacolo che facciamo è il racconto per voci di Calitri: il villaggio gallese raccontato da Thomas rappresenta, tutto sommato, ogni villaggio. Il titolo è Sotto al Pascone, perché il Pascone è una zona di bosco che sta ai margini del paese e che ha la stessa funzione proprio del “Milkwood” del racconto di Dylan Thomas: il luogo dove si consumano gli amori clandestini, quello dove si è un po’ al riparo dalle convenzioni sociali, dalle regole, il posto dove ci si va a imboscare.

Foto Giada Campoli

Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, vengo a voi per chiedervi di questa forte componente corale e di un teatro con la T maiuscola. Sono questioni che vi appartengono molto. Come è possibile dare corpo a una parola che invece è pensata per il solo ascolto?

Ermanna Montanari: Siamo arrivati pochi giorni prima ed era quasi tutto pronto. Ci siamo messi in ascolto di tutte le voci, dei corpi e soprattutto del dialetto e della sua cantilena, del suo suono. In questo bosco abbiamo progettato l’accendersi di una piccola gioiosa luce di tenebre e davvero sembra che si parli al contrario. Con queste quaranta persone c’è un legame profondo, sentimentale, amoroso. Come diceva Vinicio, oltre al festival c’è una comunità presente: sono voci, si ritrovano in un buio bosco tenebroso insieme ed emergono da un suono, dagli alberi, dall’erba. È come un ritmo cosmico a rovescio, imboscato, appunto. È una compagnia amatoriale che ha fatto tanto teatro, tra commedie note e inediti, ma si sono messi a disposizione, con le loro voci e le loro gioiose differenze. Il ritmo dialettale, la cantilena diventano suono; ci sono i vecchi del paese, che appena aprono la bocca sono già nel ritmo cosmico di questa piccola compagnia.

Marco Martinelli: Ciò che di veramente geniale ha fatto Vinicio è che è un Dylan Thomas incrociato con Ernesto De Martino: questo villaggio immaginario di Thomas è naturalmente incarnato in quelle voci e in quei corpi; c’è una trasformazione delle figure gallesi che prendono altri cognomi, diventando figure che il popolo di Calitri riconosce. Magari non sa che dietro c’è Dylan Thomas, ma quel villaggio pala loro in maniera molto profonda. Vinicio e Marianna Della Rocca hanno disegnato le figurine di Dylan Thomas sulle figurine di questa compagnia amatoriale. Lui, che sta al pianoforte, ha accanto due figure: Armando, che è un Omero cieco, un signore di 80 anni e più, cieco, che quando parla è un fiume che prorompe; l’altra figura è il barbiere del paese, ma egli possiede una sapienza che, tra filastrocche e canzoncine, custodisce un patrimonio di cultura.

Come è stata pensata e come emerge la parte musicale in questa versione?

VC: Quando ho iniziato a cercare di realizzare per la radio il radio racconto mi sono imbattuto in alcuni brani del Bosco di Latte che si prestavano a essere cantati; c’erano già alcune come “canzoni mute”. Alcune sono state scritte, altre sono ancora in cantiere per il lavoro successivo. Dal punto di vista musicale, la questione dei corpi è concreta e centrale: sostanzialmente giochiamo a fare il radioteatro e su una pedana è disposta tutta la comunità delle voci. Non stanno recitando una parte, piuttosto la dicono, come in un gioco; in un’altra pedana ci sono io col mio pianoforte e i due narratori, due voci narranti aggiunte. Lo schema segue Thomas, ma i toponimi, l’ambientazione, i riferimenti sono completamente declinati su questo paese; anche i personaggi sono gli stessi, ma hanno nomi e mestieri paesani. Abbiamo poi, per le canzoni, coinvolto un gruppo di musica tradizionale, A Cunv’rsazion, che – nella forma del sonetto – canta coralmente. Le canzoni sono ricavate dal testo originale e tornano nella forma del dialogo: la componente letteraria scritta e la cultura orale dialogano sia musicalmente che teatralmente.

Foto Giada Campoli

In fondo in tutta la tua carriera, Vinicio, sia quella discografica che quella live, hai sempre attraversato una dimensione epica, di ricostruzione delle grandi o invece minuscole narrazioni. Tornando al coinvolgimento della comunità paesana, ripenso alla lunga esperienza del Teatro Povero di Monticchiello, dove da 60 anni un intero piccolo comune toscano della Val d’Orcia gioca a fare il teatro, con lo strumento dell’autonarrazione. Sono esperienze, richiamando ancora De Martino, che abbracciano un’artigianato antropologico. Torno da Marco e da Ermanna, che per tanti anni hanno condotto un lavoro corale: da quello con gli adolescenti italiani e non, della Nonscuola, fino a quello che incrocia il concetto di cittadinanza, quello sulle recenti “chiamate pubbliche”.

MM: Il collegamento è lì, anche se c’è una differenza: Montichiello è veramente un popolo che esprime la vita del proprio paese; nel nostro caso è più un cortocircuito tra dei grandi testi (la Divina Commedia, il Don Chisciotte e in questo caso Dylan Thomas) e la vitalità di un popolo, tra artisti che hanno un proprio percorso e che si mettono a giocare insieme ai cittadini. Piuttosto, se guardo a Vinicio, penso a Fellini: anche lui ha il piacere del bislacco, della figura strampalata, un artista di altissimo livello che prova il piacere in questo, come Majakovskij e Mejerchol’d che lavoravano con gli operai e i contadini della Rivoluzione Russa, portando esigenze d’arte perché facessero cortocircuito con quella straordinaria bellissima vitalità che può dare un popolo.

Foto Giada Campoli

Ma di particolare c’è anche che qui la componente performativa è fornita da un gruppo di teatro amatoriale, che è ancora diversa da operai o cittadini; sono persone che nutrono una tensione verso la teatralità, che l’hanno scelta, anche se non per professione, per elezione o vocazione.

EM: È vero. Una compagnia amatoriale sa che cosa significa rappresentare, mentre questo non riguarda il cittadino o il barbiere. Abbiamo notato questa grande differenza: questi è come se emergessero da una tradizione locale; hanno una postura, hanno una musica, mentre invece una compagnia amatoriale ha una questione della rappresentazione, di cui intravede il rischio. Ma questo chiama a una generale asciugatura.

Allora, ad esempio, quanto è possibile condurre un preciso lavoro sulla voce, andare per il sottile nel curare un’interpretazione con persone che hanno chiaro lo scarto che c’è tra vita quotidiana, gioco e rappresentazione?

EM: Non abbiamo scelto quella strada. C’è qualcosa di meraviglioso che sta nel “farsi zoppi”: servirebbe tanto tempo e tanta dedizione della tua vocazione, mentre qui è un gioco meraviglioso di differenze e stai nel totale rispetto. Per la nostra generazione c’è un forte erotismo, inteso come senso di vita e senso del rispetto, che è quello che abbiamo sentito nel lavoro con queste persone.

VC: Voglio solo aggiungere una cosa. Io non ho nessuna esperienza di teatro, ma – nell’esigenza di stare sul campo fin da subito – mi sono trovato io direttamente a riscrivere il testo per renderlo anche divertente per l’abitante del paese, mettendo sul prato della lingua i fiori selvatici del dialetto. C’è di certo il tessuto linguistico dell’italiano, su cui però si innestano continuamente delle espressioni più colorite. Ci ho lavorato con Marianna Della Rocca, giovane ma straordinaria, veramente un vulcano. Ed è stata un’esperienza umana grandissima. C’è un film di Theo Angelopoulos, che si intitola La Recita. Ecco, mi sembra proprio di fare una bella recita. Non facciamola troppo più grande di quello che è, una bella recita.

Sergio Lo Gatto

SOTTO AL PASCONE
da Under Milk Wood di Dylan Thomas
Voce Narrante e canzoni Vinicio Capossela
Cantanti Irene Sciacovelli, Filomena D’Andrea “Makardia”, Marianna Della Rocca
Suono a cura di Gianluca Cavallini Luci Daniele Serra
con Armando “Testa di uccello” Fastiggi, Giovanni Sicuranza, Marina Mosca, Gaetano Guardione, Canio Zarrilli, Antonio Iannaccone, Maria di Milia, Vito Tateo, Marianna Antonietta Pasqualicchio, Irene Sciacovelli, Aurora Galgano, Federico Cappiello, Donato Maffucci, Roberta Strollo, Sandro Mizzi, Vincenzo Cestone, Anna Lapolla, Luciana Senerchia, Michele “Micione” Maffucci, Carlo Creddo, Marianna Della Rocca, Antonio Fonso, Matilde Maffucci, Maria Cristina Cestone, Alessandro Cesta, Lucia Cestone, Maria Gerarda Mastrodomenico, Annamaria Maffucci, Osvaldo Cicoira, Marco “Dum Dum” Stefanini, Filomena D’Andrea, Lorenzo Galgano, Lucia Russo, Michela Russo
Realizzato in collaborazione con l’associazione “I teatranti del sipario” (di Calitri)
Con la partecipazione straordinario di Armando Fastiggi, “Testa di uccello” e Giovanni Sicuranza
Brani della tradizione calitrana gruppo musicale A Cunv’rsazion

Sergio Lo Gatto

Sergio Lo Gatto

Sergio Lo Gatto, PhD è giornalista, critico teatrale e docente universitario. È stato consulente alla direzione artistica per Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale dal 2019 al 2022. Attualmente è ricercatore presso l'Università degli Studi Link di Roma. Ha insegnato all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, alla Sapienza Università di Roma e insegna al Master di Critica giornalistica e di Drammaturgia dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" e a Officina delle Arti Pier Paolo Pasoloni a Roma. Collabora alle attività culturali del Teatro di Roma Teatro Nazionale e con Dominio Pubblico. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica e collabora con Rai Radio3, dove cura e conduce la trasmissione "Teatri in Prova". Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per La Falena, Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato e curato diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove ha diretto la rivista online Conflict Zones Reviews. Insieme a Debora Pietrobono, è curatore della collana LINEA per Luca Sossella Editore e ERT. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), oltre a diversi saggi e articoli scientifici su teatro e arti performative.

Pubblica i tuoi comunicati

Il tuo comunicato su Teatro e Critica e sui nostri social