
di Roberta GRASSI
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giovedì 1 ottobre 2026, 07:16 - Ultimo aggiornamento: 07:51
Ingiusta detenzione per la donna arrestata insieme al marito per un chilo di cocaina del quale non sapeva nulla: la Cassazione ha annullato il provvedimento con cui le era stato negato il risarcimento e ha rinviato gli atti alla Corte d’appello di Bari per un nuovo giudizio. La donna era stata arrestata il 19 dicembre 2022 insieme al marito. Dopo la convalida dell’arresto, per entrambi era stata disposta la custodia cautelare in carcere, successivamente sostituita per lei con gli arresti domiciliari. Il procedimento, celebrato con rito abbreviato, si era concluso con la sua assoluzione, diventata irrevocabile il 29 luglio 2023.
Un chilogrammo di cocaina era stato trovato in un doppio fondo ricavato nel veicolo e non visibile dall’esterno.
Già durante l’interrogatorio di convalida il marito aveva confessato che il trasporto e la cessione della droga erano riferibili esclusivamente a lui: aveva chiesto alla moglie di accompagnarlo da un amico prima di imbarcarsi per l’Albania, tenendola all’oscuro delle reali ragioni della sosta. La donna aveva a sua volta dichiarato spontaneamente di non sapere che nell’auto fosse trasportata droga. Nonostante l’assoluzione definitiva, la Corte d’appello di Bari aveva respinto la domanda di riparazione per ingiusta detenzione. Secondo i giudici, la donna avrebbe comunque contribuito colposamente al trasporto dello stupefacente e, con il proprio comportamento, avrebbe rafforzato negli investigatori il convincimento circa un suo coinvolgimento nella vicenda.
La tesi è stata bocciata dalla quarta sezione penale della Cassazione. La sentenza di assoluzione aveva infatti escluso che la donna fosse consapevole del trasporto della cocaina, della cessione programmata e dei propositi criminosi del marito. Il successivo giudizio sulla riparazione non poteva dunque partire dal presupposto opposto, attribuendole una consapevole collaborazione che nel processo era stata «radicalmente esclusa». Per la Suprema corte non è consentito negare l’indennizzo sulla base di una collaborazione colposa soltanto ipotizzata quando un accertamento ormai irrevocabile abbia escluso non soltanto la conoscenza dell’attività illecita, ma anche la sua concreta percepibilità. Nell’ordinanza della Corte d’appello, inoltre, non era stata individuata un’altra condotta della donna caratterizzata da «macroscopica negligenza, imprudenza o trascuratezza» che avesse determinato o contribuito a determinare la misura cautelare.
Annullata quindi l’ordinanza del 14 ottobre 2025 con rinvio alla Corte d’appello di Bari per un nuovo giudizio sulla riparazione per l’ingiusta detenzione.
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