Pawlikowski, racconta Thomas Mann in bianco e nero: “Il presente non mi appartiene è fantascienza”

ROMA – Un padre e una figlia attraversano una Germania ancora in macerie. È il 1949 e Thomas Mann torna nel paese dal quale era fuggito durante il nazismo. Accanto a lui c’è Erika, scrittrice e attrice, compagna di un viaggio che riapre anche le ferite della famiglia. In Fatherland, Hanns Zischler e Sandra Hüller sono i protagonisti del nuovo film di Pawel Pawlikowski, passato da Cannes, alla Festa del Cinema di Roma e ora in sala.

Il regista polacco, premio Oscar con Ida e premiato per la regia a Cannes con Cold War, torna a intrecciare la storia europea e i sentimenti privati, in uno splendido bianco e nero. Parla dell’esilio, delle divisioni del presente e del cinema come luogo nel quale trovare casa. Lo fa in italiano, una lingua amata fin dall’infanzia e imparata anche durante un soggiorno torinese.

Da dove nasce il suo rapporto con l’Italia?

“Quando ero piccolo, in Polonia, mio padre adorava l’italiano. Cercava di insegnarmelo, di impararlo insieme a me. All’epoca da noi si ascoltava molta musica italiana: Adriano Celentano, Mina. Ma era ancora un legame superficiale. Poi sono andato a Torino per ragioni personali. Ero giovane e volevo anche scappare da una tesi di dottorato che non andava bene, che non volevo finire. Sono scappato in Italia per un anno. L’italiano mi è sempre piaciuto e, quando ti piace una lingua, la impari più velocemente”.

(ansa)

E il cinema italiano?

“L’ho sempre sentito molto vicino. Il neorealismo, Fellini nelle diverse fasi del suo cinema, Olmi. Ci sono tanti registi italiani che amo. Adesso sono molto amico di Alice Rohrwacher: mi piacciono il suo cinema e la sua personalità”.

Da Ida a Cold War, fino a Fatherland, torna al passato per raccontare identità, esilio, paesi divisi. Quanto c’è di personale?

“Sono nato e cresciuto in Polonia, quel passato mi ha formato, per me è qualcosa di concreto. Non so come raccontare il presente, non trovo una chiave formale che mi interessi. Quello che succede oggi è già fantascienza. Cerco di raccontare la situazione in cui siamo, quello che penso e sento, attraverso il mondo del passato. Un mondo schiacciato e distrutto dalla storia, dalle ideologie, dall’idea di nazione, dai tentativi di utopia. È un materiale che mi affascina perché ci sono cresciuto dentro. Ho bisogno che un film sia un’avventura personale. Cercare paesaggi, personaggi, attori non è soltanto un’attività professionale: è una ricerca per creare un mondo con materiali che mi attraggono”.

“Fatherland” è stato a Cannes: a qualche mese di distanza come è accolto secondo lei il film?

“Sono molto contento che abbia trovato il suo pubblico e ne sono grato. Nascono dialoghi interessanti, vedo che il film colpisce l’immaginazione. Non di un pubblico enorme, ma di un pubblico al quale tengo. D’altra parte vivo una situazione un po’ assurda. Ho fatto un film molto calmo, non dimostrativo, in contrasto con il mondo di oggi, dove si fa chiasso per attirare l’attenzione. Tutti lottano per ottenerla. E io mi ritrovo a dover seguire queste stesse regole per promuovere un film che le contraddice. Ma la realtà è piena di paradossi”.

(ansa)

Che cosa significa per lei, oggi, la parola patria?

“La mia patria è l’Europa, e lo sento sempre di più. Sono tornato in Polonia, vivo a Varsavia, nella strada dove sono cresciuto. Ma non è più la Polonia della mia infanzia. Le persone nel caffè sotto casa, sui loro telefoni, vivono gli stessi drammi di quelle a Roma o a New York. Rimangono delle tracce, ma quella patria è soprattutto nella mia testa. E poi c’è il cinema. Facendo film in un certo modo, per due o tre anni mi creo una patria, un tetto sopra la testa, con persone che mi piacciono, che invito a farne parte”.

Le fratture raccontate dal film riflettono quelle dell’Europa di oggi?

“Non letteralmente, ma c’è un senso di frattura e di impotenza. Ci sono persone che cercano di tenere insieme le cose, che sentono quanto la vita sia complicata, piena di paradossi. L’arte dovrebbe mostrare la dimensione umana della realtà. È il contrario della politica e dell’ideologia, che riducono tutto a una narrazione semplice. Non parlo di destra o di sinistra. Oggi tutto passa attraverso il mondo digitale, è spinto dagli algoritmi. Nella nostra vita quotidiana, e non parlo delle zone di guerra, accade molto poco, ma siamo agitatissimi. Siamo convinti di avere ragione e che gli altri abbiano torto. Una volta entrati in quel buco, non riusciamo più a uscirne”.

Il film tiene insieme una storia intima e un grande affresco storico. Qual è stata la difficoltà maggiore?

“Ricreare il mondo del 1949. Trovare i luoghi giusti ha richiesto un grande sforzo. Per sei mesi abbiamo viaggiato, scattato fotografie, cercato gli elementi con cui ricostruire quel paesaggio”.

Quanto ha studiato il vero rapporto fra Thomas Mann ed Erika e quanto lo ha trasformato?

“Ho trasformato molto. Il vero viaggio di Thomas Mann durò parecchie settimane e con lui c’erano sua moglie, un autista e una guida. Ho deciso di condensare tutto in cinque giorni, nella forma di un semplice road movie. Ho scelto di concentrarmi sul rapporto fra padre e figlia e su quel figlio assente che, nel film, è molto presente. A quel punto ho trattato la storia e i personaggi secondo le regole della finzione. Ho cercato attori che non imitassero le persone reali, ma creassero personaggi autonomi, interessanti”.

(ansa)

È stata una scelta difficile?

“È stato un momento decisivo, perché avevo un po’ paura di prendere personaggi storici famosi e trattarli come personaggi di finzione. Ma, una volta presa questa decisione, sono andato fino in fondo. È un piccolo film con due persone al centro, come tutti i miei film, in effetti: due persone su uno sfondo storico, con una terza che interferisce e crea rapporti difficili, paradossali”.

Il film racconta anche il rapporto fra l’intellettuale e il potere.

“Sì, ma nella situazione che raccontiamo Thomas Mann non dipende dal potere. È abbastanza autonomo. Era un’istituzione, aveva vinto il Nobel, scritto tanti libri. Aveva irritato gli americani e, dopo quel viaggio, non poteva più vivere in America. Ma non voleva neanche tornarci, perché per lui il Paese era cambiato troppo. Non era però una vittima del potere. Ha trascorso l’ultima parte della sua vita in Svizzera, dove il potere politico si avverte meno. Quello dei soldi forse sì, ma non dipendi dai politici o dai dittatori”.

Il suo rimane un cinema artigianale. Che rapporto ha con il digitale?

“Questo film l’ho girato in digitale. Ma la luce, i costumi, tutto è molto lavorato. La componente analogica rimane importante. Oggi non è semplice sviluppare la pellicola in bianco e nero: non ci sono molti laboratori e hai meno controllo sul processo. Se girassi a colori, userei la pellicola”.

Quanto conta il controllo dell’immagine?

“La preparazione è fondamentale, così come il controllo sul processo. Ma è importante che quel controllo non uccida la vita sullo schermo. La vita deve rimanere negli attori, in quello che accade sullo sfondo. Bisogna creare un’immagine che faccia venire allo spettatore il desiderio di entrare in quel mondo. Per me è cruciale: guardare e voler essere davvero dentro quello spazio”.

(ansa)

Sta già pensando a un altro film?

“Ho due sceneggiature. Ma quando esci da un film sei un po’ diverso da quando hai cominciato a farlo. E anche il mondo intorno cambia. Per me ogni film è un periodo della vita, corrisponde a qualcosa che ho davvero in mente in quel momento. Quindi, vediamo”.