Prima ammiratore, poi collega nella musica, quindi amico e autore nel 2004 della prefazione della biografia Peppino di Capri - il Sognatore scritta da Geo Nocchetti insieme con il grande cantante (Rai-Eri). Renzo Arbore piange la scomparsa di Peppino e sospira: «Con lui si chiude un’epoca».
Quale?
«Quella della musica da night club che, a pensarci bene, sono forse rimasto l’ultimo a rappresentare».
Cosa intende per musica da night club?
«Quella praticata da artisti che hanno animato i locali notturni: d’inverno si chiamavano appunto night club e d’estate diventavano dancing. Penso agli storici luoghi da ballo di Roma all’epoca della Dolce Vita, come Le Grotte del Piccione o il Pipistrello...di questo genere di musica Peppino è stato il re indiscusso».
Perché ha lasciato il segno, non solo in Italia ma anche nel resto mondo?
«Perché è stato un interprete rivoluzionario che già alla fine degli anni Cinquanta aveva avuto l’intuizione di mescolare la canzone napoletana tradizionale con il rock’n’roll e le sonorità esotiche. Non a caso cantava con un gruppo chiamato “Peppino di Capri e i suoi Rockers”. Il suo primo successo, nel 1958, fu Malatia che era una rumba-rock».
E in seguito?
«Ha continuato a interpretare im modo modernissimo le grandi canzoni napoletane rendendole ballabili sia attraverso i ritmi lenti, quelli della famosa “mattonella”, sia attraverso il twist o il cha-cha-cha».
Nel libro lei scrive che «Peppino di Capri era già Peppino di Capri quando Renzo Arbore non era ancora Renzo Arbore». Quando vi incontraste per la prima volta?
«Negli anni Ottanta, quando Peppino venne ospite della mia trasmissione tv Indietro tutta. Ma già nei Settanta avevo programmato i suoi brani alla radio, a Per voi giovani, aiutandolo un po’».
Perché aveva dovuto aiutarlo?
«Dopo aver aperto i concerti italiani dei Beatles, nel 1965, Peppino era molto preoccupato: avanzava la nuova generazione dei musicisti beat e lui si sentiva superato. Per questo soffriva».
Le aveva mai raccontato il suo rammarico per il fatto che i Fab Four lo guardassero dall’alto in basso?
«No, non me ne ha mai parlato apertamente ma sapevo che ricordava quell’esperienza con dispiacere. Del resto l’idea di accoppiarlo a Beatles, che avevano un pubblico di “capelloni” e quindi totalmente diverso dal suo, era apparsa bizzarra non solo a me ma anche a Gianni Boncompagni. L’aveva avuta la casa discografica che Peppino e il quartetto di Liverpool all’epoca condividevano».
Vi vedevate spesso?
«Si, nella sua villa caprese o nelle case di Napoli e sull’isola di amici comuni. Passavamo delle magnifiche serate, scherzavamo sulla musica, suonavamo. Parlavano della bellezza delle antiche canzoni napoletane come Voce ’e notte, una delle poche che lui stesso aveva inciso».
Qual è per lei la sua canzone più emozionante?
«Luna caprese, non c’è dubbio».
Al di là dell’artista acclamato in tutto il mondo, che persona era?
«Un uomo mite, molto dolce, sorridente e sorprendentemente timido. Malgrado i tanti anni passati nei night a contatto con la gente, aveva mantenuto una notevole ritrosia».
Nel libro lei scrive anche che «Peppino era quello che noi musicisti alle prime armi volevamo essere: talentuoso, innovatore, ricco e famoso, pieno di femmine»: e lui come manifestava l’ammirazione nei suoi confronti?
«Venendo ai concerti della mia Orchestra Italiana e parlando benissimo della mia creatura. Cosa che non hanno mai fatto altri musicisti, invidiosi dei miei successi. Ma lasciamo perdere, preferisco parlare di Peppino».
Il primo ricordo di lui che le viene in mente?
«Quando scoprii il suo grande talento alla fine degli anni Cinquanta nel programma tv di Enzo Tortora Primo applauso, l’antesignano dei talent, che Peppino vinse a mani basse».
E un episodio indelebile che ricorre in queste ore?
«Il trentennale della sua carriera che festeggiammo nel 1988 con un grande concerto sulla Piazzetta di Capri. C’ero anch’io, fu emozionante anche perché recuperammo l’antico maestro del cantante: Mario Perrone, il primo a fare pianobar sull’isola».
Peppino le manca molto?
«Sì, sono profondamente dispiaciuto. Ho perso un vero amico e insieme il protagonista di un’epoca bellissima per la musica pop».
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