Milo Infante: «La Rai mi ha offerto un contratto da 5-600 mila euro l'anno, ma ho rifiutato. Ecco perché sono andato via»

Nei 58 minuti e 54 secondi di questa intervista – tanti ne segna il registratore - non c'è traccia di rancore o fastidio, ma voglia di essere chiari e rispettosi della verità. Al telefono dalla Sardegna, dov’è in vacanza con la famiglia - oggi è il compleanno della moglie Sara Venturi, avvocato penalista, già Miss Padania nel 1998 - Milo Infante risponde con calma alle domande, spiegando per la prima volta perché dopo 22 anni ha deciso di lasciare la Rai per Mediaset. Ovviamente senza fare sconti. 

Ha lasciato la Rai o è stato costretto a lasciarla?
«Me ne sono andato io. Quando ho capito che il mio tempo era finito, restare non aveva più senso».


E quando l’ha capito?
«È stato un percorso, non una decisione presa in una notte. Nei suoi cinque anni di vita Ore 14 è sempre stata la Cenerentola di Rai2. Nonostante gli straordinari risultati di ascolto del quotidiano e del serale (8,5 e 10,2 per cento di share, ndr), ogni anno ho sempre dovuto difendere il programma con il coltello fra i denti. Lo dico perché ogni anno, compreso questo, il responsabile del Day Time, Angelo Mellone, voleva chiuderlo per metterci La porta magica di Andrea Delogu, sostenendo che io facevo concorrenza a La volta buona di Caterina Balivo».


Quando si è rotto qualcosa?
«A dicembre. Durante una cena dissi all'ad, Giampaolo Rossi, e al responsabile degli Approfondimenti, Paolo Corsini, che per il 2026 avrei voluto una svolta. Chiesi una promozione e la direzione della struttura Sviluppo Nuovi Format, visto che avevo idee e uno studio pronto, il Tv2 di Milano, per sperimentare nuovi linguaggi. Tra l'altro, mi dissero che dal 2019 non era stato fatto nulla. E aggiunsi anche l'avvicinamento al tetto salariale di 240 mila euro lordi l'anno».


In Rai quanto guadagnava?
«Avevo lo stipendio base da vicedirettore: 174 mila 280 euro più la variabile se si va in video, che però non incide sulla pensione né sulla liquidazione, di 63 mila 628 euro».


Adesso Mediaset quanto la paga?
«Sono anche direttore di Videonews, quindi come gli altri pari grado. Ho accettato subito, senza trattare. Mi va benissimo. Ovviamente è più di prima». 


La risposta della Rai, invece, quale fu?
«”Milo, va bene. Considera già fatto tutto”. Non li ho più sentiti».


Nemmeno una risposta negativa?
«Niente. A febbraio tornai a chiedere, ad aprile mi arrabbiai. Un mese dopo scrissi una mail chiarissima a Corsini: "Prendo atto di questa ennesima mancanza. Da oggi mi sento libero di guardarmi intorno". Era il 10 maggio».


E come si guardò intorno?
«Il giorno dopo feci sapere a Mediaset che avrei incontrato volentieri Mauro Crippa (manager a capo di tutta l'informazione, comunicazione e immagine Mediaset, ndr) e il suo vice Andrea Delogu (stesso nome della showgirl, ndr). Non li conoscevo, ma ci siamo piaciuti tantissimo, subito. Siamo andati avanti per un mese».


Nel frattempo la Rai cosa fece?
«Niente. Quando telefonai all'ad Rossi per dirgli che me ne sarei andato, per tre giorni andò in scena una pantomima imbarazzante fatta di telefonate e proposte. Ma ormai era finita».


Questione di soldi?
«No. Se avessi voluto far cassa sarei rimasto. Rossi rilanciando mi propose la direzione di Rai Digital e la stessa soluzione economica adottata per Monica Maggioni: uscire dall'azienda e rientrare con un contratto da esterno di 5-600 mila euro l'anno».


Sono tanti soldi: non ci ha pensato neanche un po'?
«No. Avevo solo chiesto un adeguamento: cercavo considerazione e progettualità. Volevo crescere».


Come?
«Volevo fare il direttore: creare format, sperimentare, mettermi in gioco. Ma quando ho realizzato che non si poteva, mi sono fatto da parte».


La solitudine è stata un problema?
«Sì. Ho lavorato in piena libertà editoriale, a parte qualche maldestro tentativo di suggerirmi qualche ospite, ma anche nella totale solitudine».

Si spieghi meglio.
«Nei cinque anni di Ore 14, nonostante le mie richieste, non ho mai fatto una riunione con il marketing. Mai».


Il presidente Rai ad interim Antonio Marano, che la assunse nel 2003, cosa le ha detto?
«Niente. Non ci parliamo da due anni. Nel 2024 quando rientrò in Rai chiese subito di togliere la qualifica di vicedirettore ad personam – l'unica che avevo - a me, ad Alberto Matano e a Sigfrido Ranucci. Lo chiamai per lamentarmi e da allora non l'ho più sentito. Di sicuro non mi è mancato».


Come salvò la qualifica?
«L'ad Rossi non accettò la proposta».


La Rai negli ultimi anni ha perso Fazio, Amadeus, Berlinguer, Sciarelli è andata via: cosa è successo?
«Qualcosa si è rotto, ma non mi piace il tiro al bersaglio. All'ad Rossi gliel'ho detto: “Giampaolo, non sei circondato da dirigenti alla tua altezza”. Andando via, ho capito che anche tanti altri colleghi si sentono completamente abbandonati. Sono disperati. Ho ricevuto una valanga di messaggi».


Lasciando l’azienda ha citato Stephen King, «Ci sono altri mondi al di fuori di questo»: il mondo Mediaset per ora come le sembra?
«Sono entusiasta per la partecipazione. Mi fermano i direttori, ma anche gli autori, il centralinista, le guardie giurate. Mi fanno sentire in una squadra. Mauro Crippa, prima ancora che firmassi, mi ha detto: "Tu sei uno di noi". Se vieni dalla Rai sono parole che ti emozionano».


Pensando a chi ha cambiato come lei, Gerardo Greco dalla Rai e Myrta Merlino da La7, e a Mediaset si è fatto molto male, Crippa le ha dato qualche consiglio?
«Mi ha detto di essere me stesso».


E Pier Silvio Berlusconi?
«Conosce e ama profondamente la tv e mi ha gratificato e responsabilizzato molto quello che ha detto di me».


L'8 luglio, presentando il palinsesto, Berlusconi ha detto che per i suoi due programmi, il quotidiano che parte su Rete4 il 24 agosto e il serale a settembre, i primi conti si faranno a Natale: ansioso?
«Più che altro non voglio deludere la fiducia che mi è stata accordata. Un programma, comunque, cresce, cambia, si corregge. Ore 14 il primo anno faceva meno del 2 per cento. A novembre con gli autori decidemmo di buttare via tutto e ripartire da zero. Da lì è cominciata la grande crescita».


Salvo Sottile prenderà il suo posto a “Ore 14”: che ne pensa?
«Ho visto su Instagram che ha fatto una locandina con l’IA e il suo viso, mi è sembrato un po’ triste. Mi ha mandato un messaggio, gli ho risposto in bocca al lupo. Lui è bravo. Mi aspettavo che cambiassero il titolo, un po’ come il ritiro della maglia nel calcio...».


E Selvaggia Lucarelli, con la quale vi siete spesso beccati, le ha scritto? Adesso, con "GF Vip" e "L'Isola dei famosi", anche lei lavora per Mediaset.
«No. Adesso che me lo dice è una delle poche a non averlo fatto».


Che ne pensa del caso Ranucci?
«Che la Rai dovrebbe proteggere uno dei suoi programmi migliori, Report, e chi lo guida. Se emergeranno responsabilità personali, sarà giusto valutarle. Certi dirigenti dovevano essere più cauti. Finora Ranucci è soltanto la vittima di un attentato gravissimo. Prima di trasformarlo in imputato bisogna dimostrare le sue responsabilità».


Anche solo in termini di superficialità?
«Certo. La cronaca insegna che la verità raccontata oggi non sempre coincide con quella che emergerà domani. È una lezione che ho imparato sulla mia pelle».


Che intende dire?
«Io mi sento in colpa per aver contribuito alla mostrificazione di Alberto Stasi dando per buoni certi teoremi. Devo chiedergli scusa perché un cronista deve sempre dubitare».


Che telegiornale guarda?
«Il Tg5, da sempre. Però la cronaca del Tg1 è la migliore. Mi piace molto Giuseppe La Venia». 


Che programma vedremo ogni mattina dal 24 agosto?
«Non sarà la copia di Ore 14. Ci sarà la mia idea di cronaca, naturalmente, ma con un linguaggio nuovo».


Il titolo sarà "Ore 11", “In tempo reale” o “La cronaca in diretta”?
«Vedremo. Conta il progetto».


Lei ha raccontato tanti dolori. Ce n'è uno che non ha mai superato?
«Sì. Io e mio padre ci siamo parlati troppo poco. Avevamo due caratteri difficili. Pensavo ci sarebbe stato tempo, invece il tempo finisce».


C'è un ricordo che torna più spesso degli altri?
«Dopo la morte di mia madre, mi lasciai convincere a ricoverarlo in una struttura convenzionata con i giornalisti, quella che potevo permettermi all'epoca. Nella stanza con lui, non più autosufficiente, c’era un malato di Alzheimer che urlava sempre. Il secondo giorno papà mi guardò negli occhi e mi disse soltanto: "Portami via"».


E lei?
«Non lo feci. Mi avevano convinto che quella fosse la scelta giusta, che a casa sarebbe morto dopo pochi giorni. Lo lasciai lì: “Papà, come faccio?”. Morì due settimane dopo».


Se potesse rivederlo, qual è la prima cosa che gli direbbe?
«Perdonami».

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