I giovani non sono apatici. Semplicemente non credono più che mobilitarsi cambi qualcosa

Pur consapevoli, informate, sensibili alle disuguaglianze e ai temi ambientali, le giovani generazioni non rivendicano a chiara voce i propri diritti. Non si attivano per scuotere le profonde ingiustizie di questo tempo, non protestano, non contestano, né entrano nell’agone politico. Semmai, come estremo atto politico, se ne vanno all’estero.

Se il disagio giovanile non riesce ad incanalarsi in forme organizzate per chiedere un’alternativa, non è per mancanza di consapevolezza. La causa va ricercata in un cumulo di ostacoli, in un milieu culturale imbevuto di sfiducia, individualismo e neoliberismo, e in politiche intimidatorie che creano un fossato tra i giovani e il mondo della politica. Su quel fossato va costruito un ponte.

il disagio giovanile è indagato dal forum disuguaglianze e diversitàpinterest

FilippoBacci//Getty Images

Il nuovo saggio del Forum Disuguaglianze e Diversità (un think tank che elabora politiche pubbliche) a firma di Fabrizio Barca, 72 anni e Caterina Manicardi, 27 anni, dal titolo Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica (si scarica gratuitamente dal sito del Forum) indaga il tema del rapporto delle ultime generazioni (17-34 anni) con la politica, utilizzando dati e ricerche sull’universo giovanile italiano e indagini qualitative svolte dal ForumDD dialogando per nove mesi con organizzazioni giovanili e andando nelle scuole a incontrare e mettersi all'ascolto di 3 mila ragazze e ragazzi. Si tratta di un ampio lavoro di ricerca che ha l’ambizione di aprire un dialogo serrato tra generazioni e che mette a confronto la realtà dei giovani di oggi con quella degli anni Sessanta. «Solo un confronto fra generazioni, che riequilibri poteri attraverso il conflitto e la testarda ricerca di armonie, può produrre trasformazione», scrivono i due autori.

La ricerca del ForumDD scandaglia vari aspetti relazionali della vita di ragazzi e ragazze e ne sottolinea due cambiamenti epocali – e contraddittori - avvenuti negli ultimi due decenni. I giovani di oggi sono cresciuti esposti al web senza sorveglianza, il più delle volte incoraggiati dai genitori che lasciano bambini anche piccolissimi ad intrattenersi con gli smartphone; sono gli stessi genitori che, però, sorvegliano rigidamente le frequentazioni dei figli, quelle reali, faccia a faccia. Quindi, soli e non protetti davanti ai pericoli del mondo virtuale (tra frammentazione dell’attenzione, dipendenza, solitudine, paura del confronto sociale, esposizione alla pornografia, ecc), ma iper-sorvegliati nelle interazioni del mondo reale con amici e adulti.

Sono generazioni che non sempre hanno potuto sviluppare al meglio le capacità cognitive e relazionali che servono per crescere, come la lentezza, la gestione delle frustrazioni, la persistenza e l’interazione fisica. Cresciuti in un milieu culturale dominato dal pensiero neoliberista, hanno introiettato l’individualismo come valore fondante; le difficoltà della congiuntura economica fanno percepire loro l’impegno in politica come un rischio serio sulle proprie prospettive; avvertono i partiti politici come distanti; quando entrano nel mondo del lavoro non trovano un ambiente che li stimoli all’impegno collettivo.

Dunque, non solo non credono nella possibilità di un’alternativa, ma sanno che qualunque visione utopica viene irrisa e si vedono bollati come ingenui a credere in un mondo diverso.

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LordHenriVoton//Getty Images

Il confronto con la generazione degli anni ’60 che si è ribellata contro ogni convenzione sociale e ha messo tutto in discussione (autorità, famiglia, religione, insegnamento, abbigliamento, lavoro, amore, ecc.) permette evidenziare forme diverse di disagio. «Allora, la sofferenza riguardava l’irreggimentazione, l’omogeneizzazione, la noia. Oggi, la sofferenza riguarda la sovraesposizione, l’allerta permanente, l’infinità di occasioni», scrivono gli autori. Citando il filosofo Fernando Savater, siamo passati dal «non puoi» degli anni ’60 al «puoi e devi» di «un individuo animato dal desiderio del sempre-di-più» che nei giovani produce «stress, angoscia e colpa per non essere sempre all’altezza».

Se le nuove generazioni non si mobilitano, non è per inconsapevolezza sociale e ambientale, né per individualismo, come spesso viene detto a sproposito. Ragazzi e ragazze hanno ben chiaro che «solo l’azione politica organizzata» può cambiare lo stato delle cose. Dunque, l’immobilismo dei giovani è piuttosto il frutto di un cumulo di ostacoli tra i quali anche il fatto che i giovani sono numericamente sempre meno: la fascia 15-25 anni è passata dal 15,7% della popolazione degli anni ’60 al 10,8% di oggi.

Viviamo in anni in cui il senso comune prevalente è segnato dalla perdita di speranza nel cambiamento, dalla sfiducia e nelle organizzazioni e nel settore pubblico (la retorica del «è tutto uno sfascio»), che genera appunto uno “sfascismo” che può alimentare solo pessimismo. Ai ragazzi e alle ragazze manca una narrazione di vittorie possibili: se sentono di poter contare poco o niente è perché non hanno mai sperimentato che «organizzandosi cambia qualcosa». Del resto, è vero che gli insuccessi delle numerose rivolte degli anni 2010-20 (dalle primavere arabe al dissenso in Turchia, ecc) hanno mortificato ogni anelito di cambiamento.

La loro condizione è aggravata dal “lavoro povero” che in Italia marca un divario generazionale tra i più elevati d’Europa: più di 1 giovane su 3 percepisce un reddito inferiore al 60% della media nazionale. La crisi di fiducia nasce anche da «decenni di politiche che nella scuola e nell’università, nella cura e nell’abitare hanno eretto ostacoli particolarmente significativi proprio per le nuove generazioni». La gerontocrazia italiana non ha certo steso tappeti rossi alle nuove leve.

In più, i giovani ammettono di aver paura ad esporre le loro idee politiche per almeno tre motivi: perché i datori di lavoro hanno accesso tramite i social alle loro forme di espressione ed impegno; per timore di minacce da parte di gruppi violenti; per le misure anti-dissenso varate dal governo negli ultimi anni (decreto anti-rave, misure contro gli attivisti climatici, decreto sicurezza).

«Con questo saggio mostriamo che il problema non sono le perturbazioni delle nuove generazioni, ma gli ostacoli che impediscono a esse di tradursi in un moto collettivo di trasformazione sociale. Ci auguriamo che questo testo, insieme agli altri progetti e azioni del ForumDD, concorra a un confronto acceso, aperto, ragionevole e informato sia sull’interesse personale di ogni giovane, sia sul contributo collettivo delle nuove generazioni alla dura fase che, come altrove, vive la nostra democrazia. Dobbiamo lavorare per rimuovere gli ostacoli che si ergono su entrambi i fronti: un’apertura potente delle organizzazioni, delle associazioni della cittadinanza attiva e del lavoro, dei movimenti e dei partiti, al “disturbo” che viene da quelle nuove consapevolezze e preoccupazioni; un salto nella contesa del senso comune, con una chiamata convincente al ruolo di cultura, arti e nuovi media nell’alimentare la fiducia che un’alternativa è possibile e che mobilitarsi cambia le cose; una strategia di proposte concrete che non rimedi a valle con nuovi sussidi o esenzioni temporanee, ma tocchi tutti i campi - scuola, università, lavoro, cura, casa, spazi pubblici, cittadinanza - recependo la domanda di un migliore e più giusto modo di vita. Ne continueremo a discutere portando la piattaforma “Ci siamo!” in giro per il paese», dichiarano Barca e Manicardi.