Piano Mattei: il Mediterraneo hub della sicurezza energetica

Non più frontiera o faglia di separazione, ma cerniera tra due mondi e infrastruttura liquida della sicurezza continentale. La terza relazione annuale sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, aggiornata allo scorso 30 giugno e appena depositata agli atti della Camera, offre ben più di un mero bilancio contabile: delinea la mappa di un’architettura geopolitica in cui il Mediterraneo riassume il proprio ruolo storico di baricentro strategico. Il documento sancisce ufficialmente il passaggio dalla fase embrionale e progettuale a quella della piena operatività.

I NUMERI

La missione del Piano si è consolidata sia sotto il profilo geografico che finanziario, ampliando il proprio raggio d’azione ben oltre il bacino strettamente nordafricano, pur mantenendo il Mediterraneo come hub logistico ed energetico fondamentale. Dai nove Paesi pilota iniziali del 2024, il Piano coinvolge oggi 18 nazioni partner, con gli ultimi ingressi di marzo 2026 che includono Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia. Sono 76 le iniziative attive, distribuite lungo le sei direttrici fondamentali: acqua, agricoltura, energia, infrastrutture fisiche e digitali, istruzione e formazione, salute, con un peso crescente assunto nell’ultimo anno dall’innovazione digitale e dall’intelligenza artificiale. Quanto alla massa critica finanziaria, a fronte di una dotazione iniziale di 5,5 miliardi di euro, la relazione certifica la mobilitazione di circa 1,2 miliardi di euro deliberati dal Comitato tecnico del Fondo italiano per il clima (di cui ben 936,7 milioni approvati nell'ultimo anno), cui si sommano 4 miliardi di euro in garanzie Sace e 269 milioni di euro di crediti bilaterali destinati alla conversione in progetti di sviluppo. «Una cooperazione da pari a pari, fondata sul rispetto, sulla fiducia reciproca e sullo sviluppo condiviso», si legge nella prefazione alla Relazione parlamentare. Pertanto, nella prospettiva di lungo periodo delineata dal documento, il Mediterraneo cessa di essere una mera rotta di transito e diventa lo spazio d’elezione per la sicurezza energetica dell’Europa. I progetti legati alle interconnessioni elettriche e ai corridoi dell’idrogeno e del gas non rispondono infatti solo a una logica di approvvigionamento per il sistema industriale italiano, ma mirano a creare valore aggiunto in loco, trasformando le sponde africane in esportatori di energia pulita e transizione ecologica. Accanto alle tradizionali rotte energetiche, emerge poi con forza la dimensione delle infrastrutture digitali. I cavi sottomarini che attraversano il Mediterraneo non trasportano più solo bit, ma rappresentano le nuove arterie su cui si misura la sovranità tecnologica e la connettività tra Europa e Africa, riducendo il digital divide del continente giovane per eccellenza.

IL MODELLO ITALIA

Il vero salto di qualità evidenziato dalla relazione depositata alla Camera risiede tuttavia nella capacità di attrazione internazionale del «modello italiano». Il Piano Mattei è riuscito a superare la dimensione puramente bilaterale per integrarsi nelle grandi strategie globali ed europee. La saldatura con il programma europeo Global Gateway e la fitta rete di intese operative siglate con i giganti del credito e dello sviluppo internazionale - tra cui la Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo e la Fao - dimostrano che l’Italia sta agendo da catalizzatore. Il Mediterraneo diventa così lo spazio in cui l’Occidente sperimenta un nuovo paradigma di cooperazione, non più “paternalistico” ma strutturale, capace cioè di generare stabilità politica attraverso crescita economica e sicurezza alimentare. Accanto all’acqua, la direttrice energetica e delle interconnessioni fisiche consacra il ruolo hub dell’Italia nel Mediterraneo. Progetti-cardine come il cavo sottomarino Elmed – l’elettrodotto che collegherà la rete italiana a quella tunisina – o l’Innovation Zone a Tunisi promossa da Terna, non sono semplici infrastrutture bilaterali. Sono i primi segmenti di una dorsale paneuropea volta a stabilizzare l’approvvigionamento e a favorire la transizione ecologica su entrambe le sponde dello sversamento mediterraneo. Tuttavia, tra le righe del documento analizzato dagli scranni parlamentari, emerge anche la complessità di una sfida metodologica. Se da un lato il Piano Mattei dimostra una straordinaria capacità di mobilitazione e coordinamento delle forze interne (ministeri, Cdp, Sace, Simest, università e terzo settore), dall’altro gli osservatori più attenti rilevano il rischio di una «cornice narrativa» eccessivamente inclusiva. La scommessa dei prossimi anni sarà dunque quella di evitare che il Piano diventi solo un suggestivo «brand» sotto cui catalogare ogni iniziativa italiana in Africa priva di risultati misurabili nel tempo.