«Putin non vincerà. Ma più che essere ottimista, direi che sono ottimisticamente rassegnato». Non rinuncia all'ironia, Radosław Sikorski, nemmeno quando si parla di cose serissime. Lo fa con l'intelligenza di chi ha vissuto la storia ed è abituato a frequentare i palazzi del potere, non solo ora che quei palazzi li abita. Attivo nella politica già dalla fine degli Anni 70, il 63enne ministro degli Esteri della Polonia e vicepremier del governo di Donald Tusk ha anche un passato da reporter di guerra, che nel 1988 gli valse il World Press Photo of the Year per una foto scattata in Afghanistan, durante l'intervento sovietico. Sua moglie, la giornalista americana Anne Applebaum, ha vinto un Pulitzer per un saggio sui gulag. Sikorski, che non ha mai abbandonato la scrittura (ieri era all'Istituto Polacco di Roma per presentare il suo libro Conversazioni romane. Domande in tempi inquieti, un dialogo con padre Wojciech Giertych, teologo e domenicano - «se c'è un editore italiano interessato a tradurlo, siamo disponibili», dice sorridendo il ministro -), conosce bene la Russia. E oggi rappresenta un Paese considerato baluardo dell'Europa contro la minaccia di Putin. «Quando l'Unione Sovietica crollò», ricorda, «non insistemmo abbastanza affinché lo Stato russo fosse realmente de-sovietizzato sul piano dell'ideologia. Sotto Eltsin sembrava che il Paese si stesse avviando verso la democrazia. Poi, con Putin, la vecchia ideologia imperiale, sia zarista sia sovietica, è lentamente tornata».
Dopo oltre quattro anni di guerra, ritiene che l'Ucraina possa ancora vincere militarmente oppure l'obiettivo realistico oggi è impedire una vittoria russa?
«Se cinque anni fa ci fossimo detti che l'Ucraina avrebbe evitato l'occupazione, continuato a esportare il grano attraverso il Mar Nero e mantenuto sostanzialmente stabile il fronte, nessuno ci avrebbe creduto. Kiev ha fatto molto meglio di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere».
E l'Europa? Sta facendo abbastanza?
«Anche l'Europa ha fatto meglio del previsto: ventuno pacchetti di sanzioni, centinaia di miliardi di aiuti all'Ucraina e un'unità che Mosca non si aspettava. La Russia, invece, ha fatto molto peggio. Pensavamo che Putin avesse il secondo esercito del mondo: oggi possiamo dire che ha il secondo esercito... in Ucraina. Ma solo Mosca può decidere di ritirarsi da quella che ormai è una guerra senza sbocchi».
La Polonia è stata tra i principali sostenitori di Kiev fin dall'inizio della guerra. L'Europa ha perso troppo tempo per il riarmo?
«Abbiamo sicuramente perso i primi due anni per quanto riguarda il riarmo e la ricostruzione della capacità industriale nel settore della difesa. Ma ora il processo è finalmente partito. Lo strumento “Safe” dell'Unione europea è una benedizione per rilanciare l'industria della difesa e la spesa militare sta aumentando. Se manterremo gli impegni assunti ai vertici Nato, entro il 2030 l'Europa sarà molto meno dipendente dagli Stati Uniti. In questo modo, stiamo costruendo un’autentica armonia strategica transatlantica».
Negli ultimi giorni il Cremlino ha invitato la Polonia a «pensare alla propria sicurezza» per il sostegno dato all'Ucraina. È semplice retorica?
«Noi pensiamo alla nostra sicurezza nei confronti della Russia da circa cinquecento anni, e non smetteremo. La Russia ha invaso la Polonia molte volte nella storia. Quando i russi ci minacciano, prendiamo quelle minacce sul serio. Ma Putin oggi non ha i mezzi per attaccarci: al massimo può tentare qualche provocazione. Non è ancora riuscito a conquistare il Donbass dopo quasi tredici anni di tentativi».
Quindi non è preoccupato?
«Sì, la preoccupazione c'è perché Putin ha attaccato l'Ucraina sulla base di valutazioni ottimistiche e completamente sbagliate. Ha provocato enormi sofferenze umane e gravi danni economici in tutta Europa prendendo questa folle e criminale decisione di invadere l'Ucraina. Per questo non possiamo escludere che, pur non potendo vincere, possa comunque prendere un'altra decisione simile».
Secondo il quotidiano britannico The Telegraph, gli Stati Uniti avrebbero avvertito Varsavia che la Russia starebbe valutando una provocazione armata limitata contro la Polonia nei prossimi mesi, per mettere alla prova la determinazione della Nato.
«Non posso confermare o smentire, ma la notizia viene da un giornale autorevole, quindi probabilmente è vera. È proprio per questo che stiamo inviando un messaggio ai russi: sappiamo che stanno preparando qualcosa, proprio come accadde prima dell'invasione dell'Ucraina. E denunciando in anticipo le loro intenzioni, spero che riusciremo a convincerli ad abbandonare la loro postura aggressiva».
La Russia non si affida soltanto ai carri armati. Utilizza anche sabotaggi, cyberattacchi e disinformazione. In Europa stiamo già vivendo una nuova forma di guerra?
«Temo di sì. Mosca conduce una guerra ibrida contro l'Occidente da dieci anni e spende oltre un miliardo di euro l'anno in propaganda, fake news e interferenze, utilizzando le stesse piattaforme occidentali per fare del male ai nostri figli. I social amplificano polarizzazione e odio e vengono sfruttati per diffondere antisemitismo, razzismo, misoginia e pornografia infantile. Credo che tutto ciò che è illegale nel mondo reale dovrebbe esserlo anche in quello digitale».
L'esito del recente vertice Nato ad Ankara l'ha rassicurata sull'impegno dell'Alleanza nei confronti dell'Ucraina e della sicurezza europea?
«Credo che Trump abbia riconosciuto che Zelensky ha ancora carte da giocare. L'Ucraina ha costruito un'industria dei droni di livello mondiale e la Russia non ha più l'iniziativa. Le code chilometriche ai distributori di benzina in Russia dimostrano l'efficacia degli attacchi ucraini contro le raffinerie di petrolio, che in tempo di guerra sono obiettivi militari legittimi perché forniscono carburante all'esercito. I russi, invece, cercano di terrorizzare la popolazione».
Crede che la guerra in Medio Oriente abbia distolto l'attenzione degli Stati Uniti e dell'Europa da quanto sta accadendo in Ucraina?
«Ovviamente sì. Non soltanto l'attenzione, ma anche le risorse militari. Proprio per questo la responsabilità dell'Europa diventa ancora maggiore: dobbiamo essere noi a gestire una crisi di sicurezza che riguarda il nostro continente».
Come valuta oggi il rapporto tra Italia e Polonia? Dopo i recenti attacchi di Trump contro Giorgia Meloni, Lei ha postato una foto della premier accompagnata dalla didascalia "regina d'Europa", come la definì il Times.
«Meloni ha dimostrato che sull'Italia si può contare nella difesa dello Stato di diritto e di quei tabù che abbiamo stabilito dopo due sanguinose guerre mondiali: cioè che in Europa i confini non possono essere cambiati con la forza. È una buona europea. Credo che sia il Papa che Meloni abbiano avuto la meglio nei loro colloqui con Trump».
Che aspetto avrà l'Europa nei prossimi anni?
«Dobbiamo renderla più resiliente, farne un centro di potere nel mondo. Dobbiamo proteggere i cittadini europei da sfide che i singoli Stati nazionali non sono in grado di affrontare da soli, come la concorrenza della Cina, l'accesso alle materie prime critiche, oppure la regolamentazione del cyberspazio e dell'intelligenza artificiale. E dobbiamo convincere i nostri cittadini che l'integrazione europea funziona a loro vantaggio».
Come descriverebbe oggi lo stato d'animo dei polacchi?
«Trentacinque anni fa eravamo un Paese in rovina. Oggi siamo un'economia da mille miliardi di dollari, con una delle crescite più elevate d'Europa. Per la prima volta in tre secoli i polacchi tornano a casa invece di emigrare. È una storia di successo che merita di essere riconosciuta, anche con l'ingresso della Polonia nel G20».
E verso Mosca che sentimento c'è?
«Prendiamo molto sul serio la difesa. Ma non abbiamo più il panico della Russia. Putin non può vincere contro l'Ucraina. E noi gli faremmo sanguinare il naso ancora di più, anche se dovessimo combattere da soli. Ma non siamo soli. Abbiamo alleati potenti, Italia compresa».
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