VENEZIA - Cento testimoni per la difesa, nessuno per l'accusa. Questa l'estrema sintesi della prima udienza del processo all'ex sindaco Luigi Brugnaro per il reato di finanziamento illecito ai partiti. Imputati, insieme a lui, anche i collaboratori che avevano lavorato o contribuito alla campagna elettorale del 2020: Morris Ceron, Stefano Schiavon, Giuseppe Venier, Walter Bianchi e Adriano Giugie. Il collegio difensivo, composto dagli avvocati Alessandro Rampinelli, Giulia Ranzato e Alberto Berardi, ha chiesto alla giudice, Francesca Cattarossi, di ammettere un centinaio di testi. Lo scopo della difesa è dimostrare che gran parte delle spese contestate erano state sostenute al di fuori dei 45 giorni previsti per la campagna elettorale. L'accusa, invece, composta dai pubblici ministeri Roberto Terzo, Federica Baccaglini e Laura Villan, richiama le pronunce della Corte dei Conti, che non distinguono in base alle tempistiche ma alla destinazione dei fondi. La pubblica accusa, però, al dibattimento si ritroverà senza i suoi testimoni: la lista dei pm (che al suo interno contava ovviamente anche gli investigatori della guardia di finanza) non è stata ammessa perché presentata fuori tempo massimo.
LA VICENDA
L'accusa dei pubblici ministeri è quella di aver sforato il tetto delle spese per la campagna fissato a 330mila euro di oltre mezzo milione. Nel mirino dell'accusa è finita soprattutto "Un'impresa Comune", l'associazione creata all'alba della prima corsa per Ca' Farsetti nel 2015. Società sostituita, nella tornata elettorale successiva, da Venezia 2025. I pm hanno passato al setaccio conti e investimenti, evidenziando come i fondi girati alla macchina elettorale non fossero soltanto superiori al consentito, ma volutamente occultati dietro voci indefinite per evitare ogni immediato collegamento con la campagna: secondo gli inquirenti, cioè, Venezia 20-25 si atteneva ai parametri fissati dalla legge mentre "Un'impresa Comune" si occupava contemporaneamente delle altre spese. Per la difesa, però, quelle erano spese per attività differenti che non rientravano nella galassia elettorale. Oltre a Brugnaro, è imputato Morris Ceron, direttore generale del Comune di Venezia, suo fedelissimo dai tempi di Umana e indicato negli atti della procura come numero uno di "Un'impresa Comune". Walter Bianchi, amministratore del Consorzio Produzione Nordest, ha finanziato la campagna con 144mila euro indicando il versamento come «erogazione liberale» anziché elettorale. Adriano Giugie per l'accusa era il mandatario di Brugnaro: era lui a firmare le ricevute. Giuseppe Venier, amministratore delegato di Umana Spa, è nel gruppo per un bonifico da 400mila euro. Stefano Schiavon, infine, era legale rappresentante di Venezia 20-25 e membro del consiglio direttivo di "Un'impresa Comune". La tesi difensiva degli avvocati punta soprattutto sui tempi: l'inchiesta della guardia di finanza prende in esame il periodo dal 10 dicembre 2019 al 31 dicembre 2020, mentre la comunicazione effettuata al Collegio si riferisce ai 45 giorni antecedenti le votazioni.
PALUDE
Contemporaneamente procede il processo per l'inchiesta Palude. Il 25 settembre verranno sentiti Ceron e l'ex vicecapo di Gabinetto Derek Donadini, accusati di aver avuto un ruolo di primo piano nel tentativo di vendere all'imprenditore singaporiano Ching Chiat Kwong l'area dei Pili di proprietà di una società della holding del sindaco e i palazzi Donà e Papadopoli. Il 6 novembre, invece, dovrebbe essere il turno di Luigi Brugnaro.