Propaganda e ipocrisia dietro i no sulle armi all’Ucraina

Il peso delle ideologie Propaganda e ipocrisia dietro i no all’Ucraina In Italia l’ostilità agli aiuti militari è condizionata dall’azione di influenza russa Un trasversalismo che colpisce politica, opinione pubblica e informazione

Il peso delle ideologie Propaganda e ipocrisia dietro i no all’Ucraina In Italia l’ostilità agli aiuti militari è condizionata dall’azione di influenza russa Un trasversalismo che colpisce politica, opinione pubblica e informazione

Roma, 30 agosto 2026 – Il governo italiano si sta preparando a varare il tredicesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina, che dovrebbe comprendere sistemi antiaerei, missili Aster e radar. La presenza di questa componente militare era nota, anticipata dagli organi di informazione. Indicazioni più precise emerse in questi giorni hanno però aperto la polemica sulla scelta di Palazzo Chigi di tenere in ombra la natura degli invii, insistendo pubblicamente sull’invio di generatori ed evitando riferimenti alle forniture militari.

Alle proteste di chi non vorrebbe sostenere l’Ucraina, si sono aggiunte le critiche di chi imputa al governo la mancanza di coraggio nel rivendicare la sua scelta per motivi di politica interna: la concorrenza di Futuro Nazionale e la presenza della Lega nella maggioranza, forze entrambe indulgenti verso Mosca. Tuttavia, è difficile non vedere come il comportamento del governo costituisca la manifestazione di un problema più profondo.

Le dinamiche politiche che lo rendono titubante poggiano, infatti, su un’opinione pubblica italiana che, rispetto alla media europea, si mostra meno favorevole al sostegno militare all’Ucraina e largamente diffidente verso il suo leader. Secondo un recentissimo sondaggio dell’Istituto Piepoli, il 63 per cento degli intervistati sarebbe contrario agli aiuti militari all’Ucraina, mentre il 68 per cento mostra poca o nessuna fiducia nei confronti di Zelensky. Si direbbe che noi italiani siamo molto bravi a totemizzare la memoria, ma poco capaci sia di comprendere sia di agire quando tragedie e sconvolgimenti radicali si compiono appena fuori della nostra porta di casa.

In Italia l’ostilità agli aiuti militari trae linfa dalla convergenza di tradizioni quali il pacifismo antiamericano di una parte della sinistra e il nazionalismo sovranista della destra, accomunate da uno sguardo benevolo verso la Russia. A sinistra pesano gli antichi legami e l’immagine di Mosca come avversaria dell’Occidente; a destra, la sintonia con la cultura reazionaria e illiberale della Russia di Putin. A questo si aggiunge il pacifismo integrale di settori del cattolicesimo italiano, che di fatto sorvola sulla distinzione fra aggressione e difesa.

Su queste eredità ideologiche si è innestata l’azione d’influenza della Russia di Putin, che in Italia comincia a prendere forma nei primi anni Duemila e si consolida tra la fine del decennio e l’inizio del successivo, con la nascita di organismi come Russkij Mir, Rossotrudničestvo e il Fondo Gorčakov e, nel 2011, con l’apertura della Casa russa di Roma. La svolta arriva nel 2013-2014, con la stretta autoritaria interna del regime, Euromaidan, l’annessione della Crimea e l’aggressione nel Donbass. I centri della rete Russkij Mir, le associazioni di amicizia, le iniziative e gli accordi accademici moltiplicano i canali di relazione con Mosca, favorendo la diffusione delle sue narrazioni e spesso affiancandosi e intrecciandosi alle reti costruite attorno agli interessi delle imprese italiane in Russia.

I media non rimangono estranei a questo processo. Dopo l’invasione del 2022, televisioni, radio e giornali hanno dato ampio spazio a interpretazioni “geopolitiche” in sintonia con le narrazioni del Cremlino. Narrazioni nelle quali l’aggressione russa diventava il prodotto dello scontro tra gli Stati Uniti e la Nato – caricati di ogni responsabilità – e la Russia, mentre scomparivano sia l’imperialismo di Mosca sia la soggettività Ucraina. Ciò è stato possibile grazie alla disponibilità di giornalisti, accademici, diplomatici ed ex alti ufficiali permeabili alle narrazioni russe, nonché intellettuali lieti di trovare nuovi appigli per criticare l’Occidente. Ma è stato, al tempo stesso, alimentato dalla logica dello spettacolo: costruire narrazioni antagoniste, organizzare scontri e inseguire l’audience. Una dinamica diffusasi poi a cascata nell’universo dei social media. Da più di quattro anni assistiamo a questo fenomeno, con nuove narrazioni che si inseriscono su quelle già consolidate. Oggi, ad esempio, è in voga raccontare Zelensky come un presidente al capolinea (anche se nella realtà gode della fiducia del 55 per cento degli ucraini). Vicende interne e scandali di corruzione diventano puntate di un feuilleton, fino a far apparire l’Ucraina immeritevole dell’aiuto occidentale: logica dei media e propaganda si alimentano a vicenda.

L’ipocrisia del governo è dunque criticabile, perché una leadership non dovrebbe limitarsi a inseguire l’opinione pubblica, e mostra il debole ancoraggio a convinzioni forti della sua politica estera. È tuttavia troppo facile fermarsi a Palazzo Chigi. La sua reticenza è la punta dell’iceberg: sotto di essa si trova un’opinione pubblica nutrita per anni dall’ideologismo, dalla propaganda e dal piccolo opportunismo di una parte non irrilevante delle nostre élite politiche, economiche, mediatiche e culturali. In Italia, oggi, stare dalla parte dell’Ucraina aggredita e partecipare alla difesa dell’Europa dall’aggressività russa ha un costo politico: questo è il vero problema.