Quando parliamo di ferite, pensiamo sempre a qualcosa che sanguina, visibile, che si può curare con dedizione. Alcune ferite, però, hanno il volto di un sorriso, di una ragazza che sembra stare bene, di qualcuno che magari è preparatissimo in tutte le materie, ma che dentro sta combattendo una guerra nascosta, senza armi. Ed è così che si presentano i disturbi alimentari: una delle piaghe più silenziose della contemporaneità. Il cibo è solo l’elemento esterno, ma in realtà il dolore è molto più profondo e parla di solitudine e di identità.
È da questa sofferenza silenziosa che nasce Qualcosa di lilla (Solferino e Rai Libri), di Maruska Albertazzi, ospite de Il Piacere della Lettura presso la libreria Arethusa di Roma. Un romanzo che parla al cuore di numerosissime adolescenti, tanto da essere diventato anche un film TV per Rai Uno, prima ancora della sua pubblicazione.
La storia ha due protagoniste: Nicole e Luce. Due adolescenti che sembrano appartenere a mondi agli antipodi. Nicole si rifugia nel suo intelletto, nella matematica soprattutto, e considera il proprio corpo qualcosa di estraneo. Luce è bella, popolare, apparentemente perfetta, ma il suo segreto è la bulimia. Le due ragazze si incontrano nelle loro fragilità così diverse e il lettore viene accompagnato in un territorio oscuro: quello in cui il corpo diventa luogo di sofferenza, anziché di vita.
Il simbolo del romanzo è già nel titolo. Il lilla: il colore della Giornata nazionale dedicata ai disturbi alimentari, ma anche, come riferisce l’autrice, nella tradizione celtica il colore delle fate, della protezione e del crepuscolo, il momento in cui il buio non ha vinto e la luce irradia ancora il cielo. Questa immagine rappresenta proprio il disturbo alimentare, che subdolamente vuole prendere spazio al posto del sole.

Molto spesso si crede che i disturbi alimentari si possano sconfiggere con la forza di volontà, ma Maruska Albertazzi è categorica nel dire che non è così. Sono patologie psichiatriche, alterano il rapporto con la realtà e isolano chi ne soffre. Tutto diventa più difficile: relazioni, amore, scuola, persino la quotidianità. Non si dovrebbe mai giudicare o minimizzare: significherebbe non aver compreso la complessità di questo disturbo.
La scuola, secondo l’autrice, potrebbe fare la differenza. Nel suo lavoro di ricerca ha incontrato tanti insegnanti capaci di cogliere il disagio prima ancora delle parole, ma con rammarico afferma che molto spesso sono lasciati soli, privi di strumenti adeguati per affrontare un’emergenza psicologica sempre più diffusa in fase adolescenziale. La soluzione, dice, passa dalla formazione e dalla valorizzazione di chi educa.
Qualcosa di lilla costringe il lettore a interrogarsi su una questione molto complicata. Dietro ogni disturbo alimentare non c’è una ragazza che vuole essere più magra, ma una persona che sta chiedendo di essere vista senza riuscire a dirlo. E quindi, forse, bisognerebbe chiudere gli occhi, non guardare più il corpo, e iniziare finalmente ad ascoltare i giovani.