Un’immagine parla più di mille parole. L’antica legge del fotogiornalismo è quanto mai viva nell’era in cui i contenuti video sono diventati la prima fonte di informazione per un numero enorme di persone. Se a ciò si aggiunge la forza attrattiva di un disastro rispetto alle buone notizie, è facile intuire quanto un cataclisma naturale possa avere presa sul pubblico. Anche se le immagini che circolano sono false, inventate o riciclate da altri eventi simili.
Un’ondata di disinformazione, grazie all’AI
L’ultimo esempio di un elenco lunghissimo è l’alluvione che ha sconvolto il distretto di Rasuwa, al confine tra il Nepal e il Tibet, con un’ondata di piena che il 26 agosto scorso ha provocato più di mille morti e oltre quattromila dispersi (numeri provvisori e in costante peggioramento, anche ma non solo per gli operai intrappolati in diverse miniere e gallerie). All’indomani della tragedia, un’ondata di altro tipo si è propagata sui social media, diffondendo un’ampia disinformazione intorno alla vicenda. A favorire la rapida moltiplicazione di contenuti fake è stata l’intelligenza artificiale generativa, che consente anche ai meno avvezzi ai mezzi tecnologici di confezionare in pochi minuti video di qualsiasi tipo. Anche e soprattutto inventati.
Disastri avvenuti in precedenza, catastrofi consumate in altri luoghi, video di pochi secondi generati con l’AI sono rimbalzati tra gli utenti locali, per poi espandersi a macchia d’olio ovunque, spinti dagli algoritmi che premiano i contenuti più popolari e con un alto numero di commenti e reazioni. Per tentare di arginare la stortura, il governo nepalese ha chiesto a Meta e TikTok di rimuovere le clip realizzate con l’AI, ma per riuscirci le piattaforme impiegano, in media, tra le 24 e le 48 ore. Un tempo enorme dinanzi alla velocità con cui gli stessi contenuti sfruttano il rimbalzo delle condivisioni degli utenti (e degli stessi algoritmi), per abbattere confini spazio-temporali e imporsi come istantanea simbolo di una tragedia.
Le conseguenze della disinformazione
Un po’ come avviene nella battaglia tra doping e antidoping, pensare di risolvere la questione bloccando i contenuti è utopistico (almeno con gli attuali sistemi di verifica utilizzati dalle piattaforme). Anche considerando la deroga speciale che l’autorità nepalese per le telecomunicazioni ha chiesto ai principali social media. Che sono quotidianamente travolti dalla quantità di immagini e video che devono verificare su scala globale.
Per farsi un’idea della portata del problema, è utile sapere che alcuni video inerenti la sciagura nepalese hanno superato le 7,2 milioni di visualizzazioni (cifra raggiunta il primo settembre, ma sul web il conteggio non si ferma mai, permettendo agli autori di monetizzare quel successo). La storia recente insegna che pochissime persone (tra coloro che hanno visto, reagito e condiviso quel contenuto) sono consapevoli di essersi trovati dinanzi a una clip manipolata, ignorando la verifica effettuata da diversi fact-checker, che ha rivelato la presenza del watermark SynthID di Google, a conferma di una sequenza creata a tavolino.
Oltre a complicare il lavoro dei soccorritori, già messi a dura prova in questi momenti, e a disorientare i familiari alla disperata ricerca dei parenti scomparsi, questi video amplificano paura e disperazione, mostrando spesso persone ferite e corpi inermi, senza porre avvertimenti prima della visione e senza considerare le conseguenze per le vittime di una tragedia. Nel caso del Nepal, il consiglio della stampa locale, organismo che regolamenta i media del paese, ha dichiarato di aver chiesto la rimozione di contenuti inappropriati a 72 utenti nei primi quattro giorni dopo l’alluvione.
La ricerca della viralità, cavalcando le tragedie
La diffusione di informazioni false durante i disastri non è una novità nel giornalismo, tuttavia la facilità d’uso degli strumenti digitali e le capacità dell’intelligenza artificiale generativa hanno creato un nuovo modello di disinformazione, molto difficile da combattere. Anche perché la viralità di contenuti falsi scambiati per veri crea un contesto informativo fondato sul dubbio, in cui persino i filmati autentici rischiano di essere bollati come contenuti falsi o manipolati.
«Alcune persone pubblicano questo tipo di materiale per ottenere visualizzazioni, mentre altre sono spinte dal desiderio di diventare virali», ha affermato a Inquirer il presidente del Consiglio della Stampa nepalese, Umesh Shrestha. «Durante i momenti di crisi, l'attenzione pubblica si concentra fortemente su un singolo evento, generando una forte reazione emotiva. Le persone iniziano a mettere mi piace, commentare e condividere post senza verificarne l’autenticità».
Tre consigli per verificare un contenuto
Per combattere la deriva (dis)informativa, può aiutare il breve vademecum fornito da BBC Verify, l’unità della BBC dedita al fact-checking, che si fonda su tre capisaldi. Il primo riguarda la durata dei video, poiché quelli generati dall’AI producono sequenze di dieci-venti secondi, richiedendo per clip più lunghe un assemblaggio caratterizzato, spesso, da brusche transizioni e cambi di scena repentini. Il secondo suggerimento guarda alla continuità della scena, con oggetti e persone che tendono a comparire e smaterializzarsi tra un fotogramma e l’altro in maniera innaturale (al di là degli eventi tragici di cui sono vittima).
In modo simile, un altro fronte da esaminare concerne la forma degli oggetti immortalati, che talvolta mostrano forme e seguono percorsi incoerenti con l’atto che subiscono. Nel caso di molte clip sul Nepal un esempio sono i movimenti delle moto travolte dal getto d’acqua: osservando il contenuto a velocità naturale si fatica a individuare la stranezza, che invece risalta rallentando la visione.
Nato il giorno in cui Vamos a la playa dominava le classifiche italiane e Total Eclipse of the Heart primeggiava negli Usa, a 10 anni ha deciso di fare il giornalista. Freelance per vocazione e latitanza di contratti, ha collaborato e collabora tuttora con tante testate occupandosi di tecnologia, sport, musica (elettronica), viaggi e attualità. Folgorato dai podcast, perché immaginare è potenzialmente più importante di vedere, colleziona auricolari, sciarpe calcistiche e, aspetto ben più rilevante, vivrebbe in infradito e anche per questo conta, prima o poi, di spostarsi definitivamente in Australia.
