Quirinale-Palazzo Chigi, una coabitazione ad ostacoli. L’attacco è una mossa calcolata. Ed è già campagna elettorale

Roma, 23 settembre 2026 – Giorgia Meloni si mette l’elmetto, quasi fosse un generale incursore, e decide di non porgere l’altra guancia al presidente della Repubblica che il giorno precedente, in un discorso pronunciato in una scuola di Amatrice, aveva in qualche modo criticato l’uscita della presidente del Consiglio sulle classi miste.

Quella della premier è una reazione dura, potremmo dire anche insolita, perché consumata a freddo, quindi meditata, e perché forza la realtà paragonando situazioni estremamente distanti tra loro: quando Sergio Mattarella ricoprì la carica di ministro della Pubblica istruzione (anno del Signore 1990, VI governo Andreotti) l’immigrazione non presentava i numeri e le problematiche di adesso e un confronto con il giorno d’oggi è semplicemente improponibile.

Non resta quindi che chiedersi il senso di un attacco tutto sommato evitabile, visto che Mattarella si era limitato a riaffermare un concetto in gran parte ovvio e che, per quanto mirato ovviamente alle parole del giorno prima di Giorgia Meloni, lasciava comunque al governo tutto il proprio spazio di iniziativa, se non con un decreto legge dai dubbi contorni di “necessità e urgenza”, per lo meno con un disegno legge.

La coabitazione Quirinale-Palazzo Chigi

L’attacco però c’è stato, con il rischio che possa indirizzare l’avvio della campagna elettorale. Il motivo è probabilmente nel desiderio della premier di recuperare un atteggiamento assertivo, qualcuno dirà per non far la figura di una più debole di Roberto Vannacci, o semplicemente perché Giorgia Meloni non è ancora riuscita a scrollarsi di dosso il complesso dell’accerchiamento nel quale in non pochi della sua parte politica sono cresciuti.

Calcolo che si fonda sulla considerazione di fondo, magari molto nel fondo, diciamo pure nel suo subconscio politico, che esista un “partito del Colle” poco propenso a favorire una conferma dell’attuale governo. Considerazione che però, scorrendo con la memoria i quattro anni di coabitazione Quirinale-Palazzo Chigi, non trova grosse conferme.

Pur diverso per estrazione politica, cultura, età, Sergio Mattarella ha osservato sempre con molto rispetto il cammino della giovane premier venuta dalla destra italiana. Ne ha apprezzato l’evoluzione europeista e soprattutto il fermo baricentro in politica estera, nella quale la presidente del Consiglio è stata sempre un punto di riferimento, specie in ottica antiputiniana. Non ci dimentichiamo i ricorrenti attacchi del Cremlino alla persona del presidente, e vista la presenza a destra e a sinistra di voci piuttosto tenere con Putin, ecco che Mattarella si è stretto ancor più a Giorgia Meloni.

Il profilo di ‘arbitro’ di Mattarella

Lo stesso ‘caso Garofani’ scoppiato quasi un anno fa, quando un collaboratore del presidente espresse parole preoccupate sull’evolversi delle prospettive politiche, erano a ben vedere da interpretare più come un interrogativo per quanto stava accadendo nel campo largo che al governo. Ci sono state fasi di leggera frizione all’inizio dell’iter del premierato (poi finito in un binario morto) e in occasione del referendum sulla Giustizia, ma niente che esondasse oltre una normale dialettica istituzionale.

Mattarella ha sempre mantenuto il profilo di “arbitro” che si impegnò ad assumere nel giorno del suo primo giuramento al Quirinale, e reali momenti di attrito – tipo i match tra Scalfaro o Napolitano con Berlusconi, o quelli di Cossiga con Craxi – non si sono mai rivisti. Fino a ieri e, a questo punto, chissà fino a quando.