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*di Desiree Micarelli
Il ritorno tra i banchi, negli ultimi anni, coincide sempre più spesso con temperature che il calendario scolastico tradizionale non aveva previsto. Settembre non è più, in larga parte del territorio nazionale, un mese di transizione mite: è ancora, a tutti gli effetti, un mese estivo. Le cronache di queste settimane, con istituti che hanno anticipato l’orario delle lezioni o ridotto il tempo scuola per tutelare alunni e personale, restituiscono con chiarezza la dimensione di un problema che la comunità educativa conosce da tempo e che oggi trova, finalmente, un primo riscontro concreto sul piano delle politiche pubbliche.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito è intervenuto con tempestività, mettendo a disposizione delle istituzioni scolastiche statali risorse dedicate al miglioramento del comfort microclimatico degli ambienti didattici. È un segnale che merita di essere letto per quello che è: la volontà dell’Amministrazione di rispondere, con gli strumenti e le risorse disponibili in questa fase, a un’esigenza reale e diffusa. Proprio perché il tema è serio, vale la pena analizzarlo con il rigore che merita, senza cedere né alla retorica dell’emergenza né a quella della polemica, ma restituendo alle famiglie, ai colleghi dirigenti e a chi opera nelle segreterie scolastiche un quadro chiaro di ciò che l’avviso prevede e di ciò che, in una prospettiva più ampia, resta da costruire.
Un intervento tempestivo, con un impianto procedurale da affinare
Con il Decreto Ministeriale 2 settembre 2026, n. 179, e la successiva nota prot. n. 63557 del 4 settembre 2026, il MIM ha stanziato venti milioni di euro per l’acquisto, l’installazione e la messa in esercizio di apparecchi e dispositivi per il raffrescamento delle aule e degli altri ambienti didattici. Possono presentare domanda tutte le istituzioni scolastiche statali, con il vincolo di un’unica candidatura per scuola, a condizione che gli edifici interessati non siano di nuova costruzione, non abbiano beneficiato di interventi di efficientamento energetico negli ultimi cinque anni e siano privi di impianti di trattamento dell’aria. L’erogazione è prevista in due tranche: un acconto pari al 70% delle risorse assegnate e un saldo del 30% a seguito della rendicontazione e della verifica ministeriale.
È proprio l’architettura procedurale, tuttavia, a richiedere un’attenzione particolare. Le domande sono state raccolte attraverso la piattaforma SIDI in una finestra di soli cinque giorni, dalle ore 9:00 del 7 settembre alle ore 14:00 dell’11 settembre 2026, con assegnazione delle risorse “a sportello”, secondo il mero ordine cronologico di ricezione delle candidature, fino a esaurimento del plafond disponibile. Si tratta di una modalità operativa che ha il pregio della semplicità e della rapidità di erogazione, ma che scarica sulle segreterie scolastiche — già impegnate nella più delicata fase dell’avvio dell’anno — l’onere di predisporre in tempi strettissimi tutta la documentazione tecnica necessaria, pena la perdita della priorità in graduatoria. Un meccanismo di questo tipo, per sua natura, tende a premiare le istituzioni più strutturate sotto il profilo amministrativo e tecnico, indipendentemente dal reale grado di necessità dell’edificio, ed espone al rischio che scuole più piccole, periferiche o con organici tecnici meno consolidati restino escluse non per assenza di titolo, ma per un divario di capacità organizzativa.
Sono considerazioni che non intendono in alcun modo sminuire il valore dell’iniziativa, quanto piuttosto offrire un contributo costruttivo nella prospettiva, auspicabile, di ulteriori interventi. Una finestra temporale più ampia, un preavviso più consistente rispetto all’apertura del portale, oppure criteri di priorità che tengano conto — accanto all’ordine di arrivo — di indicatori oggettivi quali la vetustà dell’edificio, la sua collocazione climatica o l’assenza pregressa di qualunque forma di climatizzazione, permetterebbero di coniugare la necessaria rapidità di erogazione con una maggiore equità sostanziale tra le istituzioni scolastiche del Paese.
Vale la pena richiamare, in questo contesto, anche la cornice giuridica entro cui la questione si colloca. Il Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, non fissa soglie di temperatura vincolanti per gli ambienti scolastici: i valori comunemente richiamati — indicativamente 18-22°C nella stagione fredda e 24-27°C in quella calda — derivano dall’Allegato IV del Testo Unico e da norme tecniche di riferimento come le UNI EN ISO 7726 e 7730, che hanno natura di raccomandazione tecnica e non di obbligo cogente. Ne consegue che il Documento di Valutazione dei Rischi non è tenuto, allo stato attuale, a individuare un range termico di riferimento per le aule, con inevitabili incertezze applicative anche rispetto all’istituto del rifiuto di prestazione lavorativa in condizioni di pericolo grave e immediato, disciplinato dall’articolo 44 dello stesso decreto. In questo quadro, ancora in parte indefinito sul piano normativo, l’iniziativa ministeriale assume un valore ulteriore, quello di un primo passo che la buona amministrazione può compiere anche in assenza di un riordino organico della materia, che resta comunque auspicabile per offrire a dirigenti scolastici e lavoratori un riferimento giuridico certo.
PARTE SECONDA
Che cosa significherebbe climatizzare l’intero patrimonio scolastico italiano
Se il primo piano di lettura riguarda la procedura, il secondo impone una riflessione più ampia, di carattere sistemico. I dati elaborati dal Ministero e diffusi in queste settimane restituiscono la dimensione reale del fabbisogno.
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Indicatore |
Valore |
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Aule statali censite (a.s. 2024-25) |
365.973 |
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Aule già dotate di climatizzazione |
≈ 26.000 |
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Edifici climatizzati, a.s. 2024-25 |
7,20% (2.835 su 39.351) |
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Edifici climatizzati, a.s. 2020-21 |
3,95% (1.593 su 40.342) |
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Risorse dell’Avviso 63557/2026 |
20 milioni di euro (≈ 3.000 nuovi impianti) |
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Stima del fabbisogno complessivo |
oltre 2 miliardi di euro |
Fonte: elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito e Tuttoscuola, settembre 2026
Con una dotazione di venti milioni di euro e un costo tecnico stimato tra i 5.000 e gli 8.000 euro per singolo apparecchio, le risorse dell’avviso consentiranno l’installazione di circa 3.000 nuovi impianti: un contributo utile, ma che si traduce in una media di poco superiore ai 500 euro per edificio coinvolto. Per colmare l’intero fabbisogno del sistema scolastico nazionale, secondo le stime più accreditate, occorrerebbero investimenti nell’ordine di due miliardi di euro. È un dato che va letto non come un rilievo critico verso lo stanziamento attuale — che ha comunque il merito di avviare un percorso e di introdurre, per la prima volta, una procedura dedicata — bensì come l’evidenza di una sfida che nessun avviso, per quanto tempestivo, può da solo risolvere, e che richiede una programmazione pluriennale.
Immaginare una climatizzazione integrale degli spazi scolastici significa infatti misurarsi con implicazioni che vanno ben oltre il costo di acquisto dell’apparecchiatura, e che una dirigenza scolastica attenta alla sostenibilità gestionale non può sottovalutare.
Il primo ordine di questioni riguarda la manutenzione. Gli impianti di climatizzazione rientrano nel perimetro applicativo del Regolamento (UE) 2024/573 sui gas fluorurati a effetto serra, che impone controlli periodici di tenuta, registri di manutenzione e l’intervento di personale certificato; a ciò si affiancano gli obblighi generali in materia di esercizio e manutenzione degli impianti termici previsti dal D.P.R. 74/2013. Si tratta di adempimenti che generano, accanto all’investimento iniziale, un costo ricorrente e strutturale, da inserire stabilmente nella programmazione economico-finanziaria degli istituti e, a monte, degli enti proprietari degli edifici.
Il secondo ordine di questioni, non meno rilevante, riguarda la capacità impiantistica ed elettrica. La climatizzazione diffusa di tutte le aule di un edificio comporta, nella maggior parte dei casi, la necessità di rivedere la potenza contrattualmente impegnata presso il distributore locale, con i relativi tempi tecnici e oneri regolati dall’ARERA, e talvolta interventi sulle infrastrutture di rete a valle della cabina di trasformazione. È una variabile spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, ma che i tecnici e gli uffici di segreteria conoscono bene: un edificio scolastico progettato secondo standard energetici anche solo di dieci o quindici anni fa non è quasi mai predisposto, dal punto di vista elettrico, per sostenere un carico di questa natura senza interventi infrastrutturali preventivi.
A ciò si aggiunge una terza considerazione, di natura più propriamente istituzionale. La Legge 11 gennaio 1996, n. 23, attribuisce ai Comuni la competenza sugli edifici della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, e alle Province e alle Città metropolitane quella sugli edifici della secondaria di secondo grado, in materia di costruzione, manutenzione straordinaria e adeguamento degli impianti. Ogni ipotesi di intervento strutturale sulla climatizzazione del patrimonio scolastico non può quindi prescindere da un coordinamento stabile tra il livello statale — che finora si è mosso soprattutto sul versante del funzionamento e del sostegno emergenziale — e gli enti locali proprietari degli immobili, chiamati a loro volta a programmare interventi che incidono sui rispettivi bilanci.
Proprio in questa prospettiva di sistema si apre, tuttavia, uno spazio di opportunità che merita di essere valorizzato con lo stesso spirito costruttivo con cui va letto l’avviso oggetto di queste note. Gli strumenti attualmente disponibili — le risorse residue del PNRR destinate all’edilizia scolastica e all’efficientamento energetico nell’ambito della Missione 4, il Conto Termico del GSE per la riqualificazione energetica degli edifici pubblici, gli incentivi alla produzione fotovoltaica — consentono di immaginare una climatizzazione che non si traduca in un mero incremento dei consumi elettrici, ma che venga concepita in abbinamento a interventi di efficientamento e di autoproduzione energetica. Una scuola che installi impianti di raffrescamento ad alta efficienza insieme a una copertura fotovoltaica dimensionata sui nuovi consumi non solo contiene l’impatto sulla rete e sulla spesa corrente, ma si allinea pienamente agli obiettivi di transizione energetica che il Paese si è dato. È una visione che richiede, più che ulteriori avvisi episodici, una cornice di programmazione pluriennale capace di mettere a sistema le diverse fonti di finanziamento oggi disponibili.
Una prospettiva di sistema, costruita insieme
L’avviso del 4 settembre 2026 rappresenta un tassello utile e un segnale di attenzione da parte dell’Amministrazione verso un tema che la scuola italiana vive ogni anno con crescente urgenza. Non spetta a chi scrive, né sarebbe corretto, trasformare un’analisi tecnica in un giudizio politico: la complessità del problema — che intreccia sicurezza sul lavoro, edilizia scolastica, competenze istituzionali distribuite su più livelli di governo e sostenibilità energetica — richiede semmai il contributo di tutti gli attori coinvolti, in un dialogo costruttivo tra Ministero, enti locali, dirigenze scolastiche e comunità tecnica.
Il percorso avviato con questo primo stanziamento merita di essere consolidato in una programmazione stabile e pluriennale, che affianchi alla logica emergenziale una visione infrastrutturale di medio periodo: tempi di presentazione delle domande più distesi, criteri di priorità che tengano conto delle condizioni oggettive degli edifici, un coordinamento strutturato con gli enti proprietari e un’integrazione piena con gli strumenti di efficientamento energetico già disponibili. Sono, questi, gli ingredienti attraverso cui una misura nata per rispondere a un’urgenza climatica può evolvere in una politica infrastrutturale capace di restituire, in ogni angolo del Paese, ambienti di apprendimento dignitosi, sicuri e sostenibili per studentesse, studenti e personale della scuola.
*Dirigente Scolastica
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