Ranucci e Lavitola, quei messaggi in codice tra i due amici e i sospetti su possibili versioni concordate

Messaggi in codice, nemmeno troppo velati. Valter Lavitola ha indicato la pista da seguire e si augura, probabilmente, che il “fratello” Sigfrido Ranucci (come lo ha definito ieri per bocca del suo avvocato) segua quella pista quando verrà riconvocato dalla Procura di Roma per essere sentito come persona informata sui fatti. Il movente dell’attentato organizzato sotto casa del conduttore tv il 16 ottobre aveva come obiettivo - stando a quanto riferito da Lavitola nell’interrogatorio di garanzia di mercoledì - quello di fargli innalzare il livello della scorta, per scongiurare il rischio di un misterioso attentato per mano altrui. Quindi, lo scopo dell’amico era “fargli del bene”. Ma non un bene utilitaristico, ossia aumentare artatamente la popolarità di Ranucci con un finto attentato per farlo passare come un martire del giornalismo, nell’ottica di una candidatura come leader del centro sinistra. Che è la tesi degli inquirenti, “sposata” dal gip che il 10 agosto ha ordinato l’arresto del proprietario del “Cefalù bistrò” di Roma.

L’INCONTRO

«Noi riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati prima di quanto avvenuto il 16 ottobre - ha spiegato ieri l’avvocato Arturo Cola, prima di entrare nel carcere di Rebibbia dove avrà un colloquio con l’ex direttore dell’“Avanti!” - C’è stato infatti un incontro il 7 settembre nel corso del quale probabilmente Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati». «Io penso che la partita sul movente si gioca su questo - ha precisato l’avvocato Cola a “Libero” - Se sentono Ranucci e Ranucci conferma questa cosa, e cioè che si era parlato di questi attentati possibili, il movente che oggi non è creduto, può ricevere dei riscontri formidabili». Un messaggio chiaro. A buon intenditore, poche parole. Ora la palla passa al conduttore di Report. Chissà se confermerà o smentirà questa versione. «Laddove dovesse essere questa la finalità dell’attentato, il fatto risulterebbe meno grave per Lavitola», ha sottolineato il suo avvocato a “Libero”, delineano la strategia difensiva e la linea che terrà l’indagato quando parlerà davanti al Tribunale del Riesame.

Nell’interrogatorio di garanzia, però, non ha chiarito ai magistrati da chi provenisse quella minaccia. Per questo il gip non gli ha creduto, parlando di «dichiarazioni fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro». L’obiettivo era chiaro: «ha offerto un movente diverso - spiega il giudice, respingendo la sua richiesta degli arresti domiciliari - volto evidentemente a dimostrare come avesse agito esclusivamente nell’interesse della persona offesa e non anche per fini personali».

IL SILENZIO DI SIGFRIDO

Dal canto suo, Ranucci non ha mai fatto parola ai carabinieri di questo avvertimento avuto dall’amico Valter, né prima del 16 ottobre né dopo l’esplosione della bomba dinamitarda davanti alla sua villetta di Pomezia. D’altronde, non ha neanche mai detto ai pm - le volte in cui è stato sentito in Procura - che Lavitola era un suo amico. Nemmeno quando quest’ultimo insisteva sulla pista dei servizi segreti israeliani e lo implorava di fare qualcosa: «Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa». «Lavitola ritiene che Ranucci avesse reputato la cosa non importante, l'avesse affrontata con superficialità, non gli avesse dato retta. Quindi proprio per questo forse Ranucci non ha riferito nulla su questo aspetto agli inquirenti», è la giustificazione che ha dato ieri l’avvocato Arturo Cola, uscendo dal carcere di Rebibbia dopo il colloquio con il suo assistito. Ecco fornita anche la giustificazione al “silenzio” del giornalista.

Un incontro tra i due, il 7 ottobre, c’è stato realmente. Emerge anche nell’ordinanza di arresto. Il giorno prima, alle ore 18.38, Lavitola inviava un messaggio su Whatsapp a Ranucci: «Domani prima o dopo pranzo, riusciamo a vederci 10-15 minuti, sarò proprio dalle tue parti». Il giornalista rispondeva: «Sì, ok ti dico orario tra le 15 e le 16 dovrei essere a Torvaianica tutto bene?». Nessuna replica dal ristoratore, che evidentemente preferiva parlarne di persona. Effettivamente l’indomani, il 7 ottobre, Ranucci gli dà appuntamento: «A casa mia. Altrimenti devo chiamare scorta». Lavitola: «Mi scrivi l'indirizzo, perché non so dov’è». Il giornalista glielo inviava, con le indicazioni per riconoscere lo stabile: «Trovi villetta bianca con auto posteggiata. Due auto». Le due macchine che un mese dopo verranno danneggiate dalla bomba. Le celle telefoniche testimoniano che Valter è stato in quella zona dalle 15.20 alle 18.05 del 7 ottobre. «Dall'esame dei tabulati telefonici di entrambi, è certo che era la prima volta che Lavitola e Ranucci si incontravano presso l'abitazione di quest'ultimo». La volta successiva che il ristoratore era stato lì, secondo gli inquirenti, è per il sopralluogo del 15 settembre con il suo factotum Clesio Tavares, finalizzato a mettere la bomba.

Eppure Ranucci, in un’intervista al “Corriere” del 9 luglio, insisteva: «Valter nell’estate dello scorso anno (2025, ndr) è venuto almeno due volte a cena a casa nostra a Campo Ascolano, mentre a metà settembre è passato a trovarmi, ma io non ero in casa e quindi mi ha telefonato da lì». Sigfrido, anche dopo aver saputo che è il mandante dell’attentato, lo definisce un «amico vero», «sarà un caso di sindrome di Stoccolma». Per il gip è un caso di manipolazione. «Penso che non mi avrebbe mai fatto del male. Forse era un gesto trasversale - aveva detto al “Corriere” - Penso che la pista più sensata sia quella relativa al servizio che ha riguardato la società Cantiere navale Vittoria». Anche su questo è sulla stessa lunghezza d’onda di Lavitola, che un mese dopo davanti al gip ha parlato di «un non meglio specificato progetto omicidiario nei confronti di Ranucci ad opera dell’intelligence israeliana causato da un servizio realizzato da Report sulla vicenda del cantiere navale “Vittoria”».

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