Richard Gere attacca la politica migratoria italiana: «La paura sta sostituendo la compassione. La detenzione e la deportazione vengono sempre più presentati come soluzioni normali»

«La paura sta sostituendo la compassione». Richard Gere prende una posizione molto netta contro quelle politiche migratorie che «rischiano di sacrificare i diritti umani in nome della sicurezza». L’attore e attivista (già in prima linea per il diritto alla casa, per la guerra di Gaza, per la Flotilla) americano lancia il suo messaggio in un videoappello: si schiera al fianco di ActionAid, per dopo avere abbandonato il proprio Paese.

«Nel corso degli anni ho incontrato molte persone costrette a lasciare le proprie case a causa di guerre, persecuzioni, povertà, disuguaglianze o catastrofi climatiche», spiega. Persone che «cercavano le stesse cose che tutti noi desideriamo: sicurezza, dignità e speranza. Qualunque sia il nostro Paese o il nostro status, condividiamo gli stessi diritti umani».

Un messaggio che arriva in un momento in cui, sostiene l'attore, il modo di parlare di migrazione «in Europa e oltre» è cambiato profondamente. «Oggi sono sempre più preoccupato», dice nel video. «Le persone vengono ridotte a numeri, problemi o minacce». Richard Gere riconosce che «i governi hanno il diritto e la responsabilità di gestire» i flussi migratori. Ma pone un limite preciso: «La sicurezza non può essere perseguita a scapito dei diritti umani. I diritti umani non si fermano alle frontiere».

Ed è qui che il suo discorso arriva all’Italia. «La detenzione, la deportazione e l’invio di persone oltre i confini europei vengono sempre più presentati come soluzioni normali. In Italia, questa direzione si vede nel crescente ricorso ai centri di detenzione e nel modello sviluppato con l’Albania. Questo modello sposta il controllo della migrazione oltre i confini dell’Europa e lontano dal controllo dell’opinione pubblica. Ciò che accade lì potrebbe diventare un modello per il modo in cui l’Europa gestirà la migrazione in futuro». Il riferimento è al sistema dei centri realizzati dall'Italia in Albania nell'ambito dell'accordo sulla gestione dei migranti, una delle scelte più discusse della politica migratoria italiana.

L'appello dell'attore, che vive in Spagna, con la moglie Alejandra Silva e i loro bambini, accompagna il lancio di «Trattenuti», il nuovo report realizzato da ActionAid e dall'Università degli Studi di Bari dedicato ai Centri di permanenza per il rimpatrio e alle politiche italiane di espulsione delle persone straniere senza permesso di soggiorno. È proprio a questo sistema che l’attore fa riferimento quando parla di «costi umani e fallimenti» di un modello fondato sulla detenzione. Esistono, sostiene, modi diversi per farlo. «La migrazione può essere gestita senza condizioni disumane, senza indebolire il diritto di chiedere asilo e senza trattare i diritti umani come ostacoli».

«Siamo tutti migranti», dice Richard Gere. Che lancia un appello: «Difendiamo la nostra comune umanità finché siamo ancora in tempo».