UDINE. “Ricostruire per capire, capire per narrare”. E' questo il motto di un'associazione culturale di Tricesimo, in provincia di Udine, che non ha eguali in regione e probabilmente anche oltre. Si chiama “La Fara”, studia e ricostruisce il periodo dei Longobardi e grazie alle sue molteplici attività incentiva una migliore comprensione di una delle popolazioni che maggiormente hanno contribuito a delineare la storia del nostro paese, che proprio in Friuli ha avuto il primo e più importante caposaldo.
Bisogna in effetti considerare che, per le genti del Friuli, i longobardi sono un elemento ancora oggi fortemente identitario, tuttora riscontrabile non soltanto nei siti archeologici e nei musei, ma anche nella toponomastica locale e nelle tracce linguistiche che ancora oggi permangono, così come perfino nella lingua italiana contemporanea. Ecco quindi che valorizzare i tratti distintivi e le evidenze di questa antica popolazione contribuisce a valorizzare le peculiarità del territorio.

E' una realtà innovativa, quella de La Fara, all'interno della quale troviamo abiti storici e manufatti fedelmente riproposti, senza tuttavia rientrare di per sé nel ramo della mera rievocazione storica, ma adottando un approccio didattico ispirato a modelli di studio applicato di derivazione anglosassone e tedesca, maggiormente incline alla ricerca attiva e all'archeologia sperimentale. Tanto che La Fara risulta tra le pochissime associazioni culturali italiane di questo genere ad aver instaurato una vera e propria collaborazione con un importante museo di riferimento, cioè il celebre Museo archeologico di Cividale del Friuli, che raccoglie al suo interno la collezione di reperti longobardi più importante d'Italia, nonché tra le maggiori d'Europa, come confermato da Angela Borzacconi, archeologa e direttrice del museo.
“La collaborazione con l'associazione La Fara rappresenta una grande potenzialità. In loro abbiamo trovato – dichiara la direttrice a il Dolomiti – non solo dei rievocatori ma un gruppo di ricostruttori nel quale grande spazio è destinato alla riproduzione di manufatti longobardi all'insegna dell'archeologia sperimentale, e questo per noi ha rappresentato un'interessante valenza didattica. Abbiamo infatti interagito con loro anche in modi sperimentali, come nel caso di alcuni incontri di ricostruzione storica dove invitavamo vari studiosi, e la presenza de La Fara e dei materiali riproposti ha sempre favorito un confronto e un dibattito di maggiore qualità, e la qualità è da sempre un obbiettivo perseguito dagli appuntamenti offerti dal nostro museo, che è il sito di riferimento per gli studi archeologici sui Longobardi”.

Il Dolomiti si è quindi recato a visitare il cuore pulsante de La Fara, rappresentato da un piccolo “villaggio longobardo”, unico nel suo genere e interamente ricostruito dai soci. Si tratta di un grande laboratorio a cielo aperto, un terreno privato in un piccolo bosco dove sorgono alcune capanne nei pressi delle quali trovano spazio attrezzi, utensili e anche armi riprodotte, tutto rigorosamente realizzato secondo lo stile longobardo di circa 1.500 anni fa.
In questa circostanza i soci de La Fara erano impegnati nella realizzazione di un video didattico che li vedeva interpretare la messa in scena di un funerale longobardo, a cui si riferiscono le fotografie riportate, completo di abiti storici e corredi funebri. Un incontro che ha confermato una volta di più l'attendibilità storica della rappresentazione, visto come tutti gli elementi presenti nella riproposizione dell'antico rito funerario fossero delle riproduzioni di quelli originali provenienti dalla necropoli longobarda di San Salvatore di Majano, e osservabili al museo di Cividale.

“E' la ricostruzione di un'epoca complessa – racconta Gabriele Zorzi, insegnante ed esponente de La Fara -, e si riferisce al periodo Longobardo del Sesto secolo, in Friuli particolarmente radicato perché l'ingresso di questo popolo in Italia avviene proprio da qui, e la necropoli che ha fatto da base alla nostra rappresentazione probabilmente era relativa ad un abitato che sorvegliava queste vie di accesso”.
Gran parte dei materiali impiegati inoltre non sono soltanto storicamente accurati, ma vengono creati o costruiti direttamente dai soci de La Fara, come nel caso delle spade, degli scudi e altri oggetti in metallo, che vengono creati all'interno di un'apposita fucina.
“Il nostro obbiettivo è ricostruire i materiali. E questo – prosegue Zorzi – si può fare in due modi: utilizzando materiali artigianali ma con tecniche moderne, che riproducono il pezzo come doveva essere da nuovo pronto per essere esposto al pubblico, oppure lo stesso si può fare mediante l'archeologia sperimentale, dove il processo di realizzazione ricalca quello dell'epoca, così che la realizzazione stessa dell'opera diventa studio e indagine. Si riproduce non solo il prodotto finito ma anche il percorso artigianale alle spalle, con le tecniche e le tecnologie dell'alto Medioevo. In questo caso si comprende meglio come lavoravano questi antichi maestri e un oggetto ricreato rende la divulgazione e la comunicazione verso il pubblico estremamente più facile e comprensibile. Inoltre le nostre ricostruzioni consentono di osservare l'evoluzione degli studi archeologici perché alcuni aspetti che appaiono nelle nostre riproduzioni di oggi venti o trent'anni fa non sarebbe stato possibile implementarli perché certi dati mancavano, quindi sulle riflessioni degli esperti riusciamo ad aggiornare periodicamente le nostre opere”.

Il villaggio longobardo de La Fara non è un luogo aperto al pubblico, al contrario l'associazione tiene a non rivelarne l'esatta ubicazione proprio per evitare visitatori indiscreti, mantenendosi così come un luogo di studio e di ricerca materiale sul campo, accessibile a persone appassionate che intendono apportare un proprio riscontro sulla materia.
Nel villaggio spiccano alcune “Grubenhaus”, le tradizionali capanne semi-interrate riferite al periodo dell'arrivo dei longobardi, costruite seguendo le specifiche indicazioni degli archeologi. L'intero complesso inoltre è costituito da strutture che rispettano tanto la storia quanto il territorio locale. Tutto è ricavato per massima parte da legna che si trovava già naturalmente al suolo, con la totale assenza di fondamenta e impiegando solo materiali deperibili e disponibili sul posto, un'operazione che oltre a rivelarsi rispettosa dell'ambiente, si salda anche al concetto di “fara” pioniera, parola che per i longobardi rappresentava il nucleo fondamentale e originario della comunità, che spesso si trovava a erigere le prime strutture solamente con ciò che trovava a disposizione, restituendo alla ricostruzione del villaggio una connotazione profondamente scientifica.

“Il villaggio longobardo, più che essere 'chiuso' – precisa l'esponente dell'associazione – non è pensato per essere un'attrazione. Le strutture sono inoltre piuttosto limitate perché realizzate solamente con ciò che il boschetto ci offre. L'obbiettivo è costruire le 'Grubenhaus' nelle loro varie tipologie, ne abbiamo anche una di tipo slavo, una variante riferita a un popolo che ha affiancato i longobardi, e utilizzarle per un po' al fine poi di lasciarle andare, cioè smettere di effettuare la manutenzione per analizzare il processo di naturale decadimento di queste strutture. La prima capanna l'abbiamo infatti realizzata a cavallo tra il 2019 e il 2020 e ora è in avanzato stato di deterioramento. Questo ci permette di osservare la durabilità nel tempo di queste capanne, che lasciano poco o nulla in termini di evidenze archeologiche, e di osservare con quale velocità sono state assorbite dal paesaggio naturale, processo che ora siamo in grado di stimare in una durata compresa tra i due e i quattro anni. D'altronde sono capanne realizzate in legna, argilla e paglia per le coperture, materiali fortemente deperibili. Oltretutto tale sistema ci consente, se in futuro dovessimo interrompere la costruzione, di lasciare intatto l'aspetto del bosco, che progressivamente riassorbirebbe tutto in breve tempo”.
L'aspetto più straordinario di attività come quelle proposte dall'associazione La Fara, risiede nel riuscire a restituire a genti vissute migliaia di anni fa e dai contorni quasi mitici una dimensione estremamente umana. Al centro anche di quella società e dei manufatti che ha lasciato, come la pratica dell'associazione evidenzia, c'erano le persone, impegnate in una vasta serie di mansioni e ruoli differenti.
“Rievocare l'aspetto più umano di queste persone diventa possibile anche grazie all'attività de La Fara – aggiunge la direttrice Angela Borzacconi – e non è un aspetto comune perché cadere nel grottesco è un attimo, bisogna muoversi su un filo delicato che è rappresentato da rievocazioni realizzate bene e in modo consapevole. E' un po' la differenza tra chi si riferisce ad un 'costume' e chi invece ad un 'abito storico'. Se non si facesse attenzione ad alcuni fondamentali accorgimenti non potremmo presentare al pubblico un prodotto di qualità, ma la gente vuole qualità e ha il diritto di averla”.