Sembrava una scommessa nostalgica, è diventata una piccola febbre collettiva. Hanno ucciso l'Uomo Ragno, la prima stagione della serie Sky scritta da Sydney Sibilia, ha riacceso la passione per quegli anni Novanta a cui restiamo tanto affezionati. Ora il secondo capitolo, Nord Sud Ovest Est (come il secondo album degli 883), in streaming dal 9 ottobre, promette di rinsaldare quel legame emotivo degli spettatori con il passato. Lo fa seguendo il sogno di Max (Pezzali) e Mauro (Repetto), che volevano diventare famosi facendo musica e che, nel realizzare questo desiderio, si ritroveranno a rinunciare a un pezzettino di sé e della loro grande amicizia.
Gran parte del cast della prima stagione tornerà nella seconda, da Elia Nuzzolo e Matteo Giuggioli nei panni dei protagonisti a Ludovica Barbarito in quelli della musa Silvia e Davide Calgaro sarà ancora una volta Cisco. Tornerà anche Roberto Zibetti nelle vesti (stilosissime) di Claudio Cecchetto, che ancora una volta "farà da trait d'union secco tra il mondo adolescenziale in cui ancora vivono Max e Mauro e la cruda legge dello showbiz".
Con l'attore abbiamo parlato del successo della prima stagione della serie e perché la seconda promette di bissarlo, di com'è calarsi nei panni di un personaggio così riconoscibile come Cecchetto e dei motivi per cui Nord Sud Ovest Est non sarà solo un guilty pleasure, ma una coccola (visiva e sonora) per chi negli anni Novanta c'era davvero e un'ispirazione per chi non li ha mai vissuti.
Un ritratto di Roberto Zibetti
Secondo te perché questa serie ha avuto una così bella accoglienza?
La prima stagione è riuscita a condensare intelligenza e cultura squisitamente italiane declinandole in maniera apparentemente leggera e disimpegnata. E la seconda non sarà da meno. Credo che questa serie abbia avuto la grande forza di raccontare un momento storico sia alle generazioni che non l'hanno vissuto sia a coloro che gli anni Novanta li ricordano benissimo. Trova questa forza negli elementi di cui è costituita, sia a livello di scrittura che estetico. Le nuove generazioni la vedono attraverso il filtro della retromania, senza dimenticare che la serie di base è un teen drama. Dall'altro c'è tutto il racconto sulla provincia, luogo che aveva voglia di avere una sua voce propria e la storia di riscatto di due ragazzi con un sogno.
Tutto, dalla ricostruzione degli ambienti ai costumi, garantisce un nostalgico tuffo nel passato. È anche questa la sua forza?
Sì, ed è per questo che la serie va considerata un modello, un classico quasi, frutto del lavoro di vari registi, tre nella prima, quattro nella seconda stagione (oltre a Sibilia hanno diretto gli episodi anche Alessio Lauria, Simone Godano e Alice Filippi, ndr) che hanno garantito al progetto una modularità organica, omogenea, coerente. Sibilia ha messo insieme una serie di talenti prima registici poi di scrittura, professionisti capaci di dare grandissimo risalto ai dettagli, a ogni piccola minuzia. Per questo la serie rientra nella linea della commedia all'italiana inserita nel solco narrativo del teen drama.
Raccontaci tre cose per cui vale la pena vedere Nord sud ovest est.
Innanzitutto è super poetica: cavalca un'estetica che piace a chi quell’epoca l'ha vissuta e colpisce anche i più giovani che la guardano da lontano. Poi è vicino al reale, grazie alla trasformazione estetica degli attori in personaggi molto cari al pubblico italiano. E infine c'è la componente dell'epicità. Come nella prima stagione, anche in Nord Sud Ovest Est saranno raccontate le avventure di Max e Mauro, avventure apparentemente banali, innocue, che però hanno tutto il potenziale per trasformarsi in canzoni. Se ci pensiamo sono avventure fatte di nulla che però hanno un impianto epico, archetipico: e così ecco che sbagliare strada una sera può diventare un successo da primo posto in classifica.
Cosa dobbiamo aspettarci dunque dal secondo capitolo?
La cosa più sorprendente della serie è la sua capacità di portare sullo schermo personaggi molto riconoscibili a quelli reali, eppure mai mimetici. Non c'è l'intento di scimmiottare l'originale ma di darne una certa interpretazione. Nella seconda stagione verranno integrati molti personaggi già familiari al pubblico e all'immaginario collettivo, tutti i loro tratti verranno resi più espliciti. E poi la scrittura è come sempre molto interessante, c'è una grande varietà di ambienti e scenografie.
A te è toccato uno dei personaggi più carismatici e riconoscibili, Claudio Cecchetto. Potremmo definirlo il villain della storia?
Lui è un un po' la rappresentazione della legge dello showbiz, di un principio di realtà non sempre poetico. fa da trait d’union tra il mondo di Max e Mauro e la legge del marketing, dei soldi: è una cerniera tra il mondaccio del business e i sogni di due ragazzi. Nelle dinamiche della serie forse sì, potremmo definirlo l'antagonista e, in quanto tale, molte delle sue caratteristiche più tranchant sono state esacerbate a scopi narrativi.
Come hai lavorato per trasformare un personaggio così noto in una tua interpretazione?
Il mio personaggio lo devo al 50 percento ai grandi professionisti che lavorano nel reparto costumi, trucco e capelli. C'è stato dunque uno studio fisico, mentre da un punto di vista emotivo ho studiato partendo da un provino che lui ha fatto a 25 anni per Disco Ring, in cui lui era agli inizi, persino un po' impacciato. Mi è stato utile perché penso che i personaggi vadano sempre presi in un loro momento di insicurezza, è nella zona d'ombra tra privato e pubblico che costruisci il ruolo.
Dopo la prima stagione, il vero Claudio Cecchetto ha espresso alcune perplessità sul modo in cui è stato rappresentato nella serie. Come hai accolto quelle critiche? Ti hanno ferito, le hai portate con te sul set della seconda stagione?
Non ho mai incontrato Cecchetto, anche se sarebbe un gran piacere, ma posso dire che per me ripercorrere la sua vita è stata una scuola importantissima, perché aveva un modo di pensare e rapportarsi alle cose, di tradurre la tradizione anglosassone e di approcciarsi alla musica che era davvero innovativo per la sua epoca. Così ho riascoltato la musica che ha importato in Italia, ho letto la sua biografia, ho fatto un bagno formativo in ciò che ha fatto e che ha creato o scoperto. Ho capito che il suo potere era quello di trattare la cultura in un modo straordinariamente efficace e visionario. Grazie a lui e ad alcune sue intuizioni sono nate una serie di colonne del nostro spettacolo. Rispetto alle sue esternazioni sulla serie, le sue parole non hanno avuto un impatto sul mio lavoro nella seconda stagione, anche perché non erano legate all'interpretazione. La cosa bella delle serie è che, una volta che disegni un personaggio, anche se è molto complesso da un punto di vista emotivo, poi portarlo in giro per le varie situazioni è un grande piacere.
Ci sono momenti di questa seconda stagione che porti nel cuore?
Per quel che posso dire senza fare spoiler, c'è una scena che vedrà per la prima volta Cecchetto e Max nell'ambiente nativo del ragazzo, fuori dallo studio registrazione, in cui Claudio si rende conto che, oltre ogni sovrastruttura o posa, alla fine è solo un ragazzino. È un momento molto tenero. E poi sono affezionato, perché lo sono anche nella vita, ai personaggi di Jovanotti e Fiorello (nella serie li interpretano Leonardo Cappelli e Carlo Palmeri, ndr). Soprattutto a quest'ultimo, perché credo rappresenti davvero un unicum italiano. Nella nuova stagione lo ritroveremo in una scena che unisce musica e spettacolo: ricordo di essermi sentito molto emozionato davanti a quelle sequenze. Ho vissuto quel momento con grande pienezza contrariamente a quando ero un adolescente e mi sentivo lontano dall'immaginario popolare degli anni Novanta. Da ragazzino ero molto inquieto, la cultura pop la guardavo con sospetto, per cui per me interpretare Cecchetto è stato come rituffarmi in un'epoca che ho vissuto solo di sfuggita. È stato come vivere una seconda adolescenza: ha risvegliato la mia anima oscillante tra il pop e il trash.
