Le alte temperature e la mancanza di precipitazioni che sta caratterizzando l’Europa centrale e l’area mediterranea, intervallate da brevi e violenti temporali che provocano danni ma non aiutano a ricaricare le falde acquifere, iniziano a far sentire i loro effetti sull’agricoltura e la portata dei bacini idrografici. Sui quotidiani nazionali e locali appaiono puntualmente interviste e dichiarazioni da parte di politici e addetti dei vari comparti pronti ad offrire la soluzione al manifestarsi dell’emergenza. Raramente però in fase di programmazione e quindi prima che si verifichino gli effetti in modo da evitare il peggio. Al netto della tempistica, le soluzioni proposte potrebbero anche avere elementi di validità – forse – se poste all’interno di una visione di insieme che tenga conto che ciò che chiamiamo Natura è – di fatto – un organismo in cui le varie parti sono interconnesse e ogni azione su una singola area ha un impatto su un’altra, posta anche a chilometri di distanza.
In particolare, la siccità che sta interessando la pianura padana ed il Fiume Po fino al suo Delta e conseguente riduzione della portata media sta sollevando le proteste degli agricoltori legate alla razionalizzazione dell’acqua per l’irrigazione e la risalita del cuneo salino. Infatti, l’abbassamento del livello idrometrico del Fiume Po favorisce l’ingressione del cuneo salino che ha raggiunto una profondità di circa 25 km dalla foce, minacciando la qualità delle acque usate per uso idrico e agricolo.
Alcune delle proposte avanzate per contrastare questi fenomeni e ridurne gli effetti sono quella di creare invasi destinati a raccogliere l’acqua durante i periodi di piena e alimentare il Po quando i livelli scendono, oppure di ignorare le direttive che assicurano che in un corso d’acqua naturale debba sempre scorrere una quantità minima di acqua necessaria per preservare la biodiversità, le caratteristiche dell’habitat e raggiungere gli obiettivi ambientali europei e usare tutte le risorse disponibili in tutti i corsi d’acqua esistenti. Senza entrare nel merito delle singole proposte, è utile ricordare che la natura non si ferma o segue i confini amministrativi o politici. Modificare ad hoc la portata di un corso d’acqua, e del carico di sedimento che porta in dote, dirottandola verso altre destinazioni o confinandola in delle banche dell’acqua, ha un enorme impatto anche sulle aree costiere. Queste infatti sono affette da fenomeni erosivi che producono una continua riduzione delle spiagge che spesso continuano a sopravvivere solo grazie a continui ripascimenti ad opera delle regioni.
Si vede quindi come (dis)soluzioni emergenziali ad un ‘problema estivo’ (siccità) abbiano un impatto su un ‘problema invernale’ (erosione costiera) producendo una spirale negativa per niente risolutiva ma utile solo ad aumentare la spesa pubblica ed il peso antropico su un ambiente già precario e instabile.
Questo esempio spiega bene come l’autonomia differenziata tanto declamata da questo governo porterebbe a dei grossi disastri con regioni interne che applicherebbero soluzioni utili per loro (!) ma aventi un impatto sulle regioni vicine.
Uno studio condotto da geologi dell’Università di Bologna, Università di Modena e Regione Emilia Romagna e pubblicato sulla rivista internazionale Anthropocene ha mostrato come negli ultimi due secoli le attività umane abbiano svolto un ruolo fondamentale nell’alterazione del contesto naturale del Delta del Po. In particolare, confrontando mappe storiche con quelle attuali, si vede una drastica riduzione delle zone umide, con l’85% di paludi e acquitrini prosciugati tra il 1872 e il 1964, e un parallelo aumento delle aree agricole. Gli ultimi due secoli registrano inoltre il declino della Piantata Padana – antica pratica agricola della Pianura Padana in cui i filari di vite venivano fatti arrampicare su alberi – e la sua sostituzione con terreni arabili nudi, con la conseguente rimozione di milioni di alberi.
Continuare ad intervenire sugli ambienti naturali modificandoli, a volte in modo irreparabile, senza avere una idea chiara dell’impatto sul medio lungo termine è dannoso. Se, ancor peggio, le decisioni vengono prese senza una conoscenza geologica e ambientale degli ecosistemi e delle loro dinamiche, allora l’impatto che si avrà è chiaro. Ma non certo positivo.