«Sono dimagrito 72 chili. Ho smagliature e un filo di pelle in eccesso, ma non lo nascondo: sono il segno della mia guerra vinta»

Ci sono ferite che smettono di sanguinare ma scelgono di rimanere visibili, incise sulla carne, per ricordarci chi siamo stati. Quella di Gianluca Donatiello è una mappa che si muove al ritmo del respiro: una trama di smagliature, un lembo di pelle in eccesso che racconta una metamorfosi profonda. Per la dittatura estetica dei social network, dominata da corpi levigati e filtri digitali, quella superficie imperfetta sarebbe un difetto da nascondere o da correggere con la fretta di un bisturi. Per il giovane di Sonnino, in provincia di Latina, è l’esatto contrario. È il suo trofeo più prezioso. Il monumento fisico a un riscatto nato nel buio dell’isolamento e fiorito, infine, sotto i riflettori di un palco.

«A 17 anni pesavo 152 chili», racconta Gianluca, con lo sguardo fermo di chi ha smesso di scappare dallo specchio. «Di quel periodo non ho quasi foto. Le pochissime che conservo me le scattavano i miei genitori, quasi a voler trattenere le tracce di un’esistenza che io stesso rifiutavo di guardare. Evitavo l’obiettivo come si evita un verdetto implacabile. Ero un ragazzo condizionato dal proprio peso, intrappolato in una mole che decideva al posto mio ogni singola direzione, limitando le mie passioni e le mie ambizioni».

La sfida contro lo specchio

Il viaggio verso la salvezza non è stato un miracolo improvviso, ma una via crucis di sudore e determinazione feroce. Piano piano, a 21 anni, la bilancia scende a 98 chili. Poi, la fisiologica risalita a 110, dovuta a una massa muscolare "sporca", accumulata in palestra senza la giusta guida. È in quel momento di stallo che arriva la scintilla, sotto forma di una provocazione. Un ragazzo lo osserva e gli chiede da quanto tempo si alleni, aggiungendo una frase glaciale: “Non mi sembri uno da bodybuilding”. Un giudizio che avrebbe potuto spezzare chiunque, ma che in Gianluca agisce come un detonatore. «Invece di mollare, mi sono preparato. A 23 anni ho raggiunto i 79 chili e sono salito su quel palco a gareggiare».

È in quel momento che il rapporto con la propria immagine cambia per sempre, trasformandosi in un manifesto di accettazione. «Attorno ai 21 anni ho visto il mio corpo cambiare in modo repentino. È stato allora che ho iniziato a fare i conti con i tessuti in eccesso. All’inizio mi consigliavano di coprirli: lo facevo, ma mi dava fastidio. Poi è arrivata la consapevolezza. Mi sono detto: questo è l’unico segno visibile del mio sacrificio, della mia sofferenza, della mia rinascita. Perché dovrei nasconderlo? Le smagliature non sono mai state un dramma, quelle le hanno tutti. Ma quel filo di pelle in eccesso è la mia cicatrice di guerra. Ne vado fiero. Molti atleti gareggiano con l’unico scopo di prevalere sugli altri; io ho gareggiato esclusivamente contro me stesso. La mia vittoria non è stata conquistare il primo posto, ma avere il coraggio di salire su quel palco, nudo di fronte al mondo, senza dare peso a quello che rimane del mio passato».

Il tempio del silenzio

Dietro i 72 chili svaniti non c’è una formula magica, ma un accumulo di tensioni adolescenziali esploso all'improvviso. «Non mi piacevo, ero profondamente insoddisfatto, mi vedevo male. Sono stato fortunato a non avere malattie», ma la sofferenza psicologica era un cancro silenzioso. «Quando ho deciso di partire, mi sono messo al lavoro a testa bassa. L'affidarmi a un preparatore è stato fondamentale, mi ha spronato quando vedevo solo buio. All'inizio, in palestra, mi sentivo l'ultimo della fila, inadeguato. Molte cose di quei primi mesi le ho rimosse, cancellate per autodifesa, per protezione psicologica».

Ma dove la mente cancella, la disciplina costruisce. Gianluca trasforma la frustrazione in visione: «Mi guardavo e mi dicevo: se mi impegno, divento come loro. Se allora ero mosso da una rabbia competitiva, oggi lo spirito è ribaltato: voglio aiutare gli altri. Sento che tutto il dolore che ho assorbito e trasformato lo posso trasmettere a chi si trova nello stesso baratro. La palestra, per me, non è vanità estetica: è l'unico momento in cui posso scaricare le tensioni della giornata e trovare la pace. È il mio spazio sacro. Due ore in cui attivo il "non disturbare" sul telefono ed entro in un dialogo intimo con me stesso. Se ti rispondo mentre mi alleno, significa che sei davvero importante per me. Questo spazio non lo trasformerò mai in un lavoro, perché deve restare puro. La sala pesi è stato il mezzo con cui ho ripreso in mano le redini della mia esistenza. E chiunque si senta indietro, smarrito, deve solo trovare il proprio mezzo. È tutta una questione di determinazione».

La via dell'equilibrio

Una ricostruzione che ha richiesto anche una profonda rivoluzione alimentare, lontana dalle derive ossessive del fitness moderno. «La dieta è stata fondamentale. Ho "pulito" la mia alimentazione: all'inizio controllavo tutto in modo rigido, evitavo i fritti, ma quando ho cominciato io c'era molta disinformazione. Oggi cerco l'equilibrio. Rifiuto gli eccessi irraggiungibili dei social network, quelle privazioni estreme che distruggono la mente prima del corpo. Mi alleno duramente, ma mi concedo momenti di tranquillità senza l'ombra di un rimorso. Vedo troppa gente che impazzisce se sgarra di un grammo; non è quella la chiave».

Oggi la vita di Gianluca ha i contorni solidi di una normalità faticosamente conquistata. Ha frequentato l'Istituto Tecnico Industriale solo perché era vicino a casa, in un'epoca in cui si sentiva escluso e tendeva ad adattare se stesso al contesto pur di essere accettato. «Accettavo situazioni tossiche, frequentavo "amici" che mi usavano per scopi terzi, e così avevo perso il focus su me stesso, sulle mie passioni e sul mio valore».

Il diritto di non nascondersi

Quel ragazzo fragile a 24 anni non esiste più. Gianluca lavora stabilmente in banca dal 4 maggio 2026, dopo un'esperienza nell'ambito amministrativo di una catena di palestre. Corre all'aria aperta, ama la natura selvaggia (custodisce un boa di quasi tre metri) ed è tornato a viaggiare. «Sono molto più aperto ora. Amo legare con le persone perché per troppo tempo mi sono precluso questa gioia. Sono profondamente empatico».

Resta, come un monito eterno, il rapporto con quel corpo che non fa più paura. «Il mio corpo mi ricorda ogni secondo di non abbassare mai più la testa, qualunque cosa accada. Anni fa vivevo i miei traumi nell'ombra: continuavo a sistemarmi la maglietta ossessivamente, terrorizzato che si vedesse la pancia. Oggi porto tutto con orgoglio. Non mi vergogno dei rotolini, mi tolgo la maglietta in spiaggia e nello spogliatoio anche con i miei inestetismi. Non hanno più alcun peso. Alle medie mi prendevano in giro, mi umiliavano per puro divertimento, forse per colmare la loro piccolezza. Ricordo ancora in prima superiore, quando una ragazza mi diede un appuntamento solo per presentarsi con un altro ragazzo e ridermi in faccia. Oggi le cose sono diverse: non frequenterei mai persone del genere, ho consapevolezza di chi sono e scelgo con cura a chi donare il mio tempo. Prima non riuscivo nemmeno a spogliarmi davanti agli altri; poi ho capito che chi ha vissuto la tua stessa sofferenza non ti giudicherà mai».

Gianluca ha pagato il prezzo del dolore per non stare più male. E oggi ha scelto di vivere quel prezzo con serenità.
Ultimo aggiornamento: martedì 21 luglio 2026, 08:35

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