Alto e allampanato, passione per la pittura e per il vino, l’estetica e il romanticismo prima di tutto il resto: sembra la descrizione di una figura bohemien uscita da un quadro di Degas…e forse in un certo senso Johan Micoud lo è. Lo è stato, romantico e bohemien, nella sua versione calcistica: ultimo dieci puro della tradizione francese. Probabilmente.
Nasce a Cannes, esattamente 53 anni fa, e fin da bambino sviluppa una gran passione per l’arte: gli piace dipingere. Gli piacerà sempre. Il papà ha un bistrot, Johan gli dà una mano in estate facendo il cameriere: si confronta coi turisti, conquista qualche mancetta e osserva un altro mondo che lo conquisterà in futuro, quello del vino. E poi c’è il calcio: è bravo, Johan, che dal Vallarius, la squadra della sua città, arriva nelle giovanili del Cannes mentre in prima squadra c’è un altro dieci da studiare e spiare. Si chiama Zinedine Zidane. Un’ispirazione, sì, per Micoud, ma anche un problema, per gli altri.
Quando Zizou va via ne raccoglie l’eredità: esordisce nella stagione 1992/93 e la società gli mette accanto un centrocampista niente male, pure lui molto giovane, che si chiama Patrick Vieira. La squadra prima ottiene la promozione in Division 1 e poi si qualifica in Coppa Uefa. Micoud vive un periodo spensierato: è l’unico della squadra a vivere vicino casa, quindi arriva agli allenamenti in motorino dribblando i turisti della Croisette, è uno dei calciatori più amati ma è timido e parla poco, preferisce esprimersi col pallone che ha trasformato in un sostituto del pennello.
Si diverte a dipingere Johan, il destino pure, e così quando Zizou lascia il Bordeaux per andare in Italia è ancora una volta Micoud a doverlo sostituire, come fu nel Cannes. Johan però non si ritiene l’alter ego di Zizou, tantomeno il rivale: al Bordeaux vince il campionato, fa benissimo in Coppa Uefa, si guadagna la convocazione in nazionale e attira le attenzioni dell’Italia. Non la Juve, dov’era approdato Zizou, ma l’ambizioso Parma di Malesani: in un campionato dove i difensori masticano i numeri dieci, Micoud si muove con un’eleganza quasi spavalda. A Malesani, che pretende da lui le diagonali difensive e il ripiegamento a rincorrere il terzino, lui risponde con il silenzio dei giusti e con colpi di tacco illuminanti. Non corre per distruggere, corre per creare. Lascerà il segno nell’Emilia ducale firmando il gol decisivo nella finale di Coppa Italia 2002 contro la Juventus. Ma mentre i compagni trasformano lo spogliatoio del Tardini in una bolgia di cori e champagne, Johan si defila: viene sorpreso in un angolo, al riparo da urla e telecamere, mentre assapora un calice di vino rosso in solitudine. Un brindisi intimo, quasi a voler custodire la bellezza del momento solo per sé.
Alla fine di quell’anno c’è il mondiale. Zizou è infortunato, ma Lemerre non schiera Micoud che non fa polemica: “Mi sono guardato attorno e mi sono chiesto semplicemente perché mi abbiano convocato”, dirà. Ma è in Germania, sulle sponde del Weser, che il bohemien (ri)trova la sua vera capitale spirituale. Nel Werder Brema diventa “Le Chef“, il maestro di cerimonie di una squadra spregiudicata che nel 2003/04 centra uno storico Double vincendo Bundesliga e Coppa di Germania. Lì, Johan non gioca a calcio: dipinge. Gli avversari lo cercano, lui li attende e con una finta di corpo sposta il pallone nell’unico metro di campo che nessun altro aveva visto.
I grandi club lo tentano, l’Arsenal e il Barcellona bussano alla sua porta, ma Micoud rifiuta. La felicità della sua famiglia e l’armonia di uno spogliatoio valgono più di un contratto milionario o di una bacheca straripante. Preferisce la quiete di un concerto indie-rock — fondando persino un’etichetta discografica indipendente nel tempo libero — e il profumo delle botti.
Quando nel 2008 chiude con il pallone, il cerchio si chiude dove tutto era iniziato. Acquista una tenuta vitivinicola nella prestigiosa zona di Pomerol e torna a fare quello che gli riesce meglio: creare capolavori con calma, rispetto per i tempi e una classe innata. I suoi figli ammetteranno anni dopo di non averlo mai visto giocare dal vivo, avendo scoperto solo tramite vecchi video su YouTube che quel papà così schivo e premuroso era stato uno dei centrocampisti più deliziosi della loro epoca.
L’ultimo 10 francese. O il penultimo. O forse il terzultimo ma chissene frega? In un calcio moderno sempre più ossessionato da statistiche, chilometri percorsi e algoritmi, la figura di Johan Micoud resta lì, sospesa nel tempo. Come un quadro di Degas dimenticato in una galleria di periferia: un’opera pensata non per impressionare le masse, ma per far innamorare chi sa ancora riconoscere la bellezza al primo sguardo. O al primo sorso.