A 3 anni cantava Vasco e ne imitava le movenze davanti alle videocassette. A 9 ha iniziato a studiare canto, a 14 ha cominciato a scrivere canzoni, a 19 ha aggiunto il pianoforte al suo percorso. Se si vuole capire chi è Giuseppe Toma, forse bisogna partire proprio da qui: da una familiarità con la musica che non nasce da una folgorazione improvvisa, ma da una presenza costante, coltivata giorno dopo giorno.
Ventitré anni, nato a Tricase e residente a Matino, nel Salento, Toma appartiene a quella generazione per cui il confine tra cantautorato classico, nuova scrittura e pop è una linea porosa. Ha imparato a suonare la chitarra classica e acustica da autodidatta, ha studiato pianoforte nella scuola di canto di Tony Frassanito e ha trasformato l'ascolto in una grammatica personale.
La gavetta e il radicamento

Toma porta in dote una gavetta solida, fatta di palchi, stage e concorsi che lo hanno costretto a misurarsi presto con il pubblico e con il giudizio. Un percorso culminato nella partecipazione a X Factor 2025, vissuta più come un test di maturità che come un punto d'arrivo. Prima di arrivare al disco, la sua crescita ha seguito tappe precise: l'approccio al canto, la scrittura dei primi inediti e l'inizio dello studio del pianoforte. Un'evoluzione naturale, lontana da ogni retorica del predestinato, costruita interamente sul lavoro e sulla dedizione allo strumento.
"Un altro pianeta": la sintesi

Il 20 marzo 2026 segna un passaggio chiave con l'uscita, per Zoo Dischi, dell'EP Un altro pianeta. Sette tracce che raccolgono i tre singoli già pubblicati — Non siamo grandi, Lettera di un soldato e Una vita con te — affiancati da quattro inediti. Il titolo suggerisce una distanza dal rumore di fondo, ma nel suo caso fotografa soprattutto la costruzione di uno spazio autoriale ben definito, saldamente ancorato alla scrittura. Una coerenza che si riflette anche nelle prime collaborazioni esterne, come nel singolo Il mio centro di Michelle Bellanti.
La bussola tra radici e contemporaneità

Il bagaglio d'ascolti di Toma è un ponte lucido tra passato e presente. Da un lato la grande scuola del cantautorato italiano degli anni Settanta e Ottanta — Francesco De Gregori, Vasco Rossi, Lucio Dalla e Pino Daniele — dall'altro i linguaggi contemporanei del rap di Nayt ed Ernia, insieme alle suggestioni internazionali di Daniel Caesar, James Blake, Olivia Dean e Billie Eilish. Questa convivenza di linguaggi si specchia nei suoi brani del cuore — Rimmel, Tu non mi basti mai e Always — e si traduce in un obiettivo chiaro. Quando gli si chiede con chi vorrebbe collaborare, la risposta è netta: «Ernia, perché penso sia la miglior penna attualmente in Italia». Per Toma, la parola scritta resta il punto di partenza e di arrivo.
Il peso delle critiche e lo sguardo al futuro
In un'industria musicale spesso governata dall'ansia di apparire, il cantautore salentino colpisce per il distacco con cui affronta le dinamiche del settore. Riguardo alle critiche mantiene una lucidità rara: «Accetto tutte le critiche che mi vengono rivolte e non do troppo peso alla maggior parte; preferisco dedicare il mio tempo a chi tiene al mio percorso artistico e alle mie canzoni». A sostenerlo, fin dall'inizio, c'è la famiglia, che lui considera il suo fan numero uno.
Guardando avanti, le sue ambizioni evitano i proclami. Tra dieci anni Toma spera semplicemente di migliorarsi come persona e come artista, di avere un proprio pubblico e di continuare a fare concerti. Un altro pianeta è la fotografia di questo percorso: un ragazzo che ha iniziato prestissimo a cercare la propria voce e che oggi sembra avere già capito una cosa essenziale: prima di dimostrare chi si è, bisogna avere qualcosa da dire.
Ultimo aggiornamento: giovedì 20 agosto 2026, 05:00
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