Torino, Aska e seconde generazioni: nella rivolta si saldano più anime

A Torino ci sono stati due cortei. Da una parte quello autorizzato, organizzato come in altre città dal basso, un tam tam tra social network e chat di whatsapp per protestare contro il caro vita. Contro quello scontrino che ormai è troppo alto, il pieno per l’automobile un sogno, gli stipendi stagnanti, gli affitti che crescono. Poi, c’è stato quello nato spontaneamente e non previsto, quello arrabbiato, quello fatto per lo più da ragazzi giovanissimi che scrollano Tik Tok e vedono le piazze francesi. E vogliono imitarle, chi con la speranza di cambiare qualcosa, chi con la volontà di lanciare oggetti e basta.

Il primo presidio fila liscio, anche se nella folla si scorgevano già i primi volti incappucciati. Le organizzatrici raccontano di aver cercato di allontanarli e aver avvertito le forze dell’ordine. Il secondo inizia quando tutto sembrava finito. Quando gli “ispiratori” della protesta contro i rincari di benzina e bollette si sgolavano per dire a tutti di sciogliere le fila della protesta. È in quell’istante che succede qualcosa di inatteso. Sia per i torinesi che passeggiavano in un sabato qualunque, sia per la polizia, schierata a ranghi medi.

Anime diverse si uniscono, abbandonano ciò che era “autorizzato” e si muovono verso la stazione principale. Il dato investigativo è nuovo, ma non nuovissimo, ricorda quanto già detto degli atti di vandalismo avvenuti l’anno scorso, durante la manifestazione libraria Portici di Carta. C’è una compartecipazione di ruoli e responsabilità che va oltre i reduci di autonomia operaia, pur finiti già in inchieste giudiziarie. Ci sono alcuni dei leader di Askatasuna, gruppi di giovani delle periferie a caccia dello scontro, decine di italiani di seconda generazione autori delle devastazioni in alcune scuole della città nei giorni scorsi, pezzi di collettivi universitari, e altri “italianissimi” cani sciolti in via di identificazione. In tre sono finiti in manette, altri otto-nove sono stati fermati e la loro posizione è al vaglio della Digos e della procura. Sono quasi tutti minorenni. A centinaia si muovono verso Porta Nuova, uniti da quella stessa rabbia. Una decina a volto incappucciato entra dentro la libreria Feltrinelli, lancia volumi, butta per terra espositori. La polizia prova a farli disperdere, scappano, si lasciano dietro qualche cassonetto abbattuto o cartelli divelti. Poi si riuniscono lì dove tutto era cominciato, in piazza Castello.

Prima ci sono i cori, “Bella ciao” e “L’italiano”. Vogliono rivendicarlo. Chissà se hanno la cittadinanza già in tasca, ma di certo o sono nati qui o ci vivono da moltissimo tempo. Uno striscione recita: «Basta carovita, vogliamo dignità. Cacciate fuori i soldi». Sale la tensione. Arrivano quelli travisati, restano a una quarantina di metri dal cordone della polizia e iniziano a lanciare qualche bottiglia. Petardi. Da lì, iniziano gli scontro, seppure senza mai un contatto. Gli agenti riescono a dividerli in due spezzoni. Uno si muove verso piazza Vittorio, lì c’è la parte più violenta. Lanciano pietre, devastano alcuni dehor, un commerciante racconta di aver salvato le sedie appena in tempo. Ma i tavoli no. Arriva l’idrante, tutto il tragitto trascorre tra lanci e lacrimogeni. Le automobile finiscono con gli specchietti rotti. Quando tutto finisce, una ragazza si arrabbia con gli ultimi rimasti: «Io vivo qui, ho dei figli, basta!».

Nel frattempo, un’altra decina di agenti in tenuta anti-sommossa fa scappare alcuni giovanissimi dall’altra parte di piazza Castello. Arrivano i lacrimogeni a grappolo, molti fuggono. Una ragazza piange, altri due con la kefiah al collo dicono: «Basta, così no, me ne vado». Ma i più arrabbiati tornano. Rimangono a una cinquantina di metri dagli agenti. Viene lanciata qualche pietra, forse un’asta. Altri lacrimogeni. La scena è surreale, perché a pochi metro c’è la via dello shopping, torinesi e turisti ignari.

Succede una, due, forse cinque volte. Il fumo raggiunge l’incrocio con i negozi, i giovani in monopattino vestiti di nero scappano e la folla inizia a correre, senza capire perché, rischiando di farsi male. Alcuni si rifugiano negli esercizi, in preda al panico. Qualche saracinesca si abbassa, altri continuano come se nulla fosse, in un tempo sospeso. Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo parla di «violenze, vandalismi e danneggiamenti inaccettabili», il governatore del Piemonte Alberto Cirio di «gesti intollerabili che tutti dovrebbero condannare senza ambiguità». In serata, sono una dozzina i giovani fermati e portati in Questura per essere identificati. Dieci di loro sono minorenni, alcuni incensurati. Qualcuno è stato trovato in possesso di bottiglie molotov, altri di petardi assemblati in maniera artigianale. Ordigni ritenuti di «media potenza e molto pericolosi». Qualcun altro aveva invece dei sanpietrini negli zaini e altri dei martelletti frangivetro.

A vederli, sembrano appena usciti dalle medie. Sono vestiti di nero, corrono in monopattino, hanno un colore della pelle diverso da quello di chi guarda le vetrine, ma parlano la loro stessa lingua. Entrano in un negozio di scarpe griffate ed escono con qualche paio. Su Tik Tok si parlano, si danno appuntamento, vedono la guerriglia di Parigi. Vorrebbero imitarli. Qualcuno solo per il gusto di fare casino. Qualcun altro per una rabbia sociale che sembra aumentare di giorno in giorno.