Totem Automobili, la visione di Riccardo Quaggio: “L’Italia può ancora costruire il futuro” - News - Automoto.it


A soli 31 anni Riccardo Quaggio ha trasformato un’idea nata quasi per gioco in Totem Automobili, una piccola casa automobilistica veneta capace di reinterpretare il mito della Gran Turismo italiana attraverso tecnologia, artigianato e design. Dalla prima Alfa GT acquistata come un “cadavere” alla produzione di vetture da circa 700 mila euro, Quaggio racconta una storia fatta di sacrifici, creatività e ostinazione, ma anche una riflessione più ampia sul futuro dell’industria italiana, sul rapporto tra artigianato e tecnologia e sulla necessità di tornare a investire nelle nuove generazioni

12 agosto 2026

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C’è un modo semplice per capire quanto sia fuori dall’ordinario la storia di Totem Automobili: partire dal suo fondatore. Riccardo Quaggio ha 31 anni e guida una realtà che, a tutti gli effetti, è una casa automobilistica. Non una startup nata in un moderno incubatore, né un progetto sostenuto fin dall’inizio da grandi investitori. Totem è cresciuta nel Trevigiano partendo praticamente dal nulla, da un garage improvvisato, da una vecchia Alfa GT acquistata per poche migliaia di euro e da un ragazzo che, per finanziare il proprio sogno, la sera faceva il barista. Oggi Totem conta circa 25 persone, ha superato le prime due decine di vetture costruite e realizza automobili dal prezzo di circa 700 mila euro.

La protagonista è una reinterpretazione radicale della Gran Turismo italiana degli anni Sessanta: una vettura che conserva il fascino delle forme del passato ma le trasforma attraverso un progetto completamente nuovo, con telaio, motore, sospensioni, componentistica e carrozzeria sviluppati con una filosofia quasi sartoriale. La storia di Quaggio, però, non parla soltanto di automobili. Parla soprattutto di cosa significhi provare a costruire qualcosa in Italia quando si è giovani, di quanto sia difficile trovare capitali e competenze, ma anche di quanto il patrimonio italiano di design, bellezza e artigianato possa ancora rappresentare un vantaggio competitivo.

Dall’Alfa GT comprata per 4.000 euro a una nuova casa automobilistica

L’idea iniziale era molto più semplice di quello che Totem è diventata. Quaggio, che aveva lavorato come designer in Alfa Romeo, voleva modificare alcuni dettagli dell’Alfa GT per renderla più moderna. Guardava a ciò che facevano realtà come Singer negli Stati Uniti e pensava di poter intervenire su pochi elementi per dare nuova vita a un’automobile già bellissima. Il progetto, però, gli è rapidamente sfuggito di mano. L’Alfa GT dalla quale è partito era stata acquistata per circa 4.000 euro ed era, nelle sue parole, un vero “cadavere”. Quaggio ne ha recuperato alcuni componenti, ricavando circa 10.000 euro, e ha reinvestito quei soldi nel progetto. Non c’era un grande laboratorio, non c’erano macchinari sofisticati e nemmeno una squadra di ingegneri. C’era un garage dei genitori, una vecchia scala utilizzata come banco di lavoro e tanta voglia di costruire qualcosa.

Tra gli episodi che meglio raccontano gli inizi c’è quello della schiuma poliuretanica. Quaggio acquistò per circa 150 euro un grande blocco di materiale e, grazie a una sega ricevuta in regalo da un artigiano, cominciò a modellare manualmente gli allargamenti della carrozzeria. Quella lavorazione artigianale sarebbe diventata la base del design della vettura. Per sostenere economicamente il progetto, Quaggio continuava a lavorare la sera come barista. “Non avevo un euro”, racconta. Il suo percorso è quindi lontanissimo dall’immagine patinata che oggi potrebbe suggerire un’automobile da centinaia di migliaia di euro. Prima di arrivare alla vettura finita ci sono stati anni di sacrifici, errori, componenti da sviluppare e problemi da risolvere uno alla volta.

Una macchina nata al contrario: il problema del motore e dell’alternatore

La Totem GT conserva l’ispirazione dell’Alfa Romeo Giulia GT, ma delle dimensioni e della meccanica originali rimane ben poco. La vettura è leggermente più grande, circa 4,37 metri contro i 3,98 dell’originale, e soprattutto è stata ripensata completamente. Quaggio racconta con particolare ironia uno degli errori più costosi della sua esperienza: aver progettato inizialmente l’automobile senza partire dal motore. L’obiettivo era utilizzare un propulsore compatto e potente, ma lo spazio disponibile si è rivelato insufficiente. Anche un quattro cilindri risultava troppo ingombrante per l’architettura scelta e si è arrivati così a sviluppare un tre cilindri specifico. Non solo: sono stati progettati da zero anche l’alternatore, la scatola guida, i collettori, la turbina e numerosi altri componenti.

L’alternatore, in particolare, è diventato quasi il simbolo delle difficoltà nascoste dietro un’automobile artigianale. Per due anni Quaggio ha dovuto confrontarsi con un componente che continuava a rompersi. Alla fine Totem ha sviluppato un alternatore specifico, risolvendo il problema. È un esempio concreto di quanto sia distante la realtà di un piccolo costruttore dalla semplice idea di “prendere dei pezzi e montarli insieme”. La Totem è infatti una vettura costruita attorno a un’idea precisa: essere un oggetto da collezione senza rinunciare alla possibilità di utilizzarlo ogni giorno. La versione elettrica, arrivata per prima, nasce proprio da questa filosofia. Quaggio non si definisce un appassionato di automobili elettriche, ma aveva una convinzione: se un giorno si sarebbe dovuto guidare elettrico, tanto valeva costruire un’automobile elettrica bella, coinvolgente e coerente con il design italiano.

Artigianato, persone e il futuro dell’impresa italiana

Oggi Totem dà lavoro a circa 25 persone, tutte con contratti a tempo indeterminato, e Quaggio insiste molto sul rapporto con i suoi collaboratori. Una parte importante della sua filosofia imprenditoriale nasce proprio dall’esperienza vissuta nelle grandi aziende. Il passaggio in Alfa Romeo gli aveva mostrato il lato meno stimolante di una grande organizzazione: secondo Quaggio, all’interno di strutture molto grandi è facile che le responsabilità vengano distribuite e che il singolo abbia meno possibilità di incidere realmente sul progetto. A Totem, invece, ogni persona è chiamata a sentirsi parte di qualcosa di unico. È un modello che Quaggio vorrebbe applicare soprattutto ai giovani. Nella sua azienda cerca di insegnare mestieri, responsabilità e cultura artigianale. Alcuni dipendenti, racconta, arrivano persino a presentarsi spontaneamente in azienda il sabato o la domenica per completare un lavoro. Non perché siano costretti, ma perché sentono il progetto come proprio.

Da qui nasce anche la sua riflessione sull’Italia. Secondo Quaggio, il problema non è soltanto il peso burocratico o fiscale, ma soprattutto la mancanza di una visione di lungo periodo. Racconta di aver avuto, nei primi anni, un credito bancario estremamente ridotto e di non essere riuscito a beneficiare concretamente dei numerosi bandi e strumenti destinati alle giovani imprese. La sua critica riguarda quindi un sistema che, a suo giudizio, non investe abbastanza sulle persone, sulle famiglie, sulle imprese e sulle competenze. Il paradosso è che Totem dimostra come in Italia sia ancora possibile creare valore partendo dall’artigianato. Il Paese possiede una cultura del bello che, secondo Quaggio, rappresenta una delle sue principali risorse. Design, architettura, paesaggio, moda, automobile e manifattura fanno parte di una stessa identità. È proprio questa identità che Totem prova a trasformare in un prodotto contemporaneo.

La lezione del design italiano: semplicità, bellezza e identità

Per Quaggio il design automobilistico non dovrebbe inseguire continuamente la complessità. La sua Totem nasce da un concetto quasi elementare: prendere una delle linee più belle della storia dell’automobile italiana e reinterpretarla in modo contemporaneo, senza stravolgerne l’essenza. Il riferimento culturale è quello dei grandi carrozzieri italiani degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Quaggio guarda con ammirazione a figure come Marcello Gandini e alla stagione in cui un designer poteva concepire un’automobile quasi nella sua interezza. Oggi, osserva, la progettazione di una vettura coinvolge migliaia di persone, tra design, marketing, ingegneria e sviluppo. La conseguenza è che spesso il progetto rischia di perdere una visione unitaria.

Il suo approccio resta invece fortemente personale. Quaggio disegna ancora a mano e utilizza la tavoletta grafica come se fosse uno strumento pittorico. Il CAD viene utilizzato dai suoi collaboratori, ma l’idea iniziale nasce dalla sua matita. La creatività, sostiene, non si può semplicemente insegnare: si può imparare a disegnare, ma la capacità di osservare, interpretare e trasformare un’idea in qualcosa di nuovo è una dote. Per questo guarda con cautela anche all’intelligenza artificiale applicata al design. Può essere utile nella logistica e in alcuni processi industriali, ma secondo Quaggio rischia di diventare un limite quando viene utilizzata per creare. L’intelligenza artificiale, a suo giudizio, tende a combinare ciò che già esiste; un designer, invece, deve avere il coraggio di creare ciò che ancora non esiste.

Una vettura costruita su misura e una nuova stagione per Totem

Il futuro di Totem sembra andare ancora più decisamente nella direzione dell’artigianato automobilistico. Il prossimo passo è una piattaforma dotata di motore V12 e cambio manuale, pensata per poter essere utilizzata sia con il propulsore montato anteriormente sia posteriormente. L’obiettivo non è soltanto costruire automobili in piccola serie, ma arrivare a vere e proprie one-off progettate insieme al cliente. La personalizzazione è già una parte fondamentale dell’esperienza Totem. Un esempio significativo è il volante: il cliente può definire dimensioni, spessore, profondità e forma dell’impugnatura. L’azienda realizza quindi un prototipo stampato in 3D che il cliente può provare fisicamente, prima di arrivare al componente definitivo in alluminio ricavato dal pieno. È un processo che porta il concetto di automobile su misura a un livello molto diverso da quello della semplice scelta tra colori e optional.

Questa filosofia trova terreno fertile soprattutto negli Stati Uniti, che rappresentano circa il 60% della clientela Totem. Il pubblico americano, spiega Quaggio, apprezza fortemente il Made in Italy e sembra particolarmente sensibile all’idea di un’automobile costruita quasi come un’opera d’arte. Non è quindi soltanto il marchio Alfa Romeo a essere importante: è l’insieme di design italiano, artigianato, storia e cultura che la vettura riesce a comunicare. Anche la scelta degli eventi internazionali riflette questa strategia. Pebble Beach, più che Goodwood, rappresenta secondo Quaggio il luogo ideale per presentare un prodotto di questo tipo, grazie a un pubblico altamente selezionato e composto da potenziali clienti e collezionisti.

Tra vincoli europei e libertà americana

La crescita di Totem si confronta inevitabilmente con un tema molto più grande: la trasformazione dell’industria automobilistica europea. Quaggio critica soprattutto la complessità delle procedure di omologazione, che possono rendere proibitivo per un piccolo costruttore sviluppare una vettura a benzina. Per omologare un motore, spiega, i costi possono arrivare a cifre nell’ordine di milioni di euro. In un progetto che produce poche decine di automobili, sostenere investimenti di questa entità è estremamente difficile. Il rischio è che proprio le piccole realtà, quelle che potrebbero mantenere viva la tradizione dei carrozzieri italiani, vengano progressivamente espulse dal mercato.

L’esperienza americana, invece, appare a Quaggio più favorevole alla libertà progettuale e all’imprenditorialità. È anche per questo che una quota così importante della clientela Totem arriva dagli Stati Uniti. Il punto, però, non è rifiutare l'innovazione o la sicurezza. Quaggio riconosce l’importanza delle norme relative agli incidenti e alla sicurezza stradale, ma ritiene necessario trovare un equilibrio che permetta anche a piccoli costruttori di continuare a sperimentare. Altrimenti il rischio è che l’Europa perda non solo aziende, ma una parte della propria cultura automobilistica.

La rinascita possibile dell’automobile italiana

La storia di Totem può essere letta in due modi: come il canto del cigno di una tradizione ormai quasi scomparsa oppure come l’inizio di una nuova stagione. Quaggio sceglie decisamente la seconda interpretazione. Il suo auspicio è che il successo di piccoli costruttori possa dimostrare anche ai grandi marchi italiani che esiste ancora un pubblico disposto a premiare automobili capaci di avere un’identità forte. Il riferimento è alla capacità di reinterpretare il passato senza limitarsi a copiarlo, come accaduto con alcuni modelli che hanno saputo trasformare un’eredità storica in un prodotto moderno. La sfida, però, non riguarda soltanto le automobili. Per Quaggio riguarda il modo in cui l’Italia guarda al proprio futuro. Un Paese che ha inventato una parte fondamentale del design industriale mondiale non può limitarsi a conservare ciò che ha fatto in passato. Deve continuare a produrre, a rischiare e soprattutto a formare persone capaci di costruire.

È forse questo il messaggio più forte che emerge dalla sua storia. Totem non è soltanto una piccola casa automobilistica che costruisce vetture da 700 mila euro. È la dimostrazione concreta che, anche partendo da un garage, da una vecchia Alfa GT e da una sega regalata da un artigiano, si può arrivare a costruire qualcosa capace di attirare clienti dall’altra parte del mondo. E il futuro, per Quaggio, non si ferma alle automobili. A quarant’anni immagina di dedicarsi al vino, alla terra e ancora una volta all’artigianato. Vorrebbe soprattutto insegnare ai giovani a fare, a costruire, a prendersi responsabilità. In fondo, la sua idea di futuro è la stessa da cui è partita Totem: creare qualcosa con le proprie mani e trasformare una visione in un oggetto reale. In un’epoca dominata dalla tecnologia, dall’intelligenza artificiale e dalla produzione industriale su larga scala, Quaggio sembra voler ricordare che esistono ancora cose che non possono essere delegate a una macchina: il gusto, la passione, il coraggio di rischiare e quella particolare capacità italiana di trasformare la bellezza in qualcosa di concreto.