Trump dichiara guerra economica contro l'Iran: «Sarà un nuovo D-Day». E intanto i Marines lavorano a corridoio segreto su Hormuz

In un'intervista con il New Yorker, Vali Nasr, professore di studi mediorientali alla Johns Hopkins, descrive l'immobilità americana in Iran come il simbolo del «tracollo repentino del potere e del prestigio americano» e che «una volta finita questa guerra, gli Stati Uniti troveranno molto più difficile guidare il resto del mondo verso una politica coerente». Il problema è capire come e quando finirà: Donald Trump ogni giorno cerca di trovare una nuova soluzione per uscire dalla trappola: ora, dopo aver minacciato nuovi attacchi militari (nonostante la tensione tra le truppe ferme da mesi sulle navi al largo dell'Iran e i numeri sempre più bassi delle munizioni), ha pensato di puntare sulla stretta economica.

Ieri ha parlato di «un D-Day» per l'economia iraniana, facendo riferimento allo sbarco degli Stati Uniti in Francia. La ha definita «l'operazione economica più devastante mai lanciata contro un paese», minacciando conseguenze durissime per chiunque continui a fare affari con Teheran. Ma, come ha fatto altre volte, per ora l'annuncio resta una minaccia senza dettagli: non ha specificato le misure in modo concreto né i paesi coinvolti. Trump ha parlato di «guerra economica e isolamento su scala senza precedenti», chiedendo agli alleati di unirsi alla campagna. Teheran ha respinto l'iniziativa e l'ha definita una distrazione dai problemi di debito e tassi d'interesse degli Stati Uniti. Ha anche definito le sanzioni «illegali».

Il petrolio Brent è salito per il quinto giorno di fila, a circa 94 dollari al barile, il livello più alto del mese. Sempre ieri è intervenuto il segretario al Tesoro, Scott Bessent: parlando agli alleati ha detto che possono decidere se seguirli in questa campagna di pressione o se essere contro gli Stati Uniti.

L'orizzonte del voto

Dopo sei mesi di guerra senza sbocchi diplomatici, e con il voto di midterm a novembre, l'idea dell'attacco economico (che Trump aveva già citato tempo fa) potrebbe essere un modo per evitare una sconfitta completa. Come ha scritto Trita Parsi del Quincy Institute di Washington, Teheran ha mostrato che più gli Stati Uniti inaspriscono la campagna militare, più il regime cerca di non cedere o scendere a patti. Ma per alcuni analisti il messaggio è rivolto soprattutto a Pechino, che acquista la maggior parte del petrolio iraniano. Una scelta alquanto bizzarra visto che tra poco più di un mese il presidente Xi Jinping sarà alla Casa Bianca per la prima visita a Washington di un capo di Stato cinese da più di dieci anni.

Anche la Cina ha condannato le minacce di nuove sanzioni e di isolamento, sostenendo che non aiuteranno a risolvere la questione. Le sanzioni economiche imposte dall'amministrazione Trump stanno mettendo in ginocchio l'economia iraniana, ma mancano di una strategia di lungo periodo. Lo ha dichiarato ad Al Jazeera Jennifer Gavito, ex vice segretario di Stato aggiunto per gli Affari del Vicino Oriente sotto Joe Biden. «Gli Stati Uniti hanno ancora strumenti a disposizione, ma questi sono strumenti, non una strategia» ha affermato Gavito. Washington può continuare ad aumentare la pressione economica su Teheran, ma secondo l'analista resta aperta la domanda su quale sia l'obiettivo finale. Gavito ha aggiunto di non aver riscontrato finora indicazioni che la pressione economica porti alla resa del governo iraniano. Ma se la Cina continua a essere un partner di Teheran, l'India invece ha tagliato quasi tutti i contratti dopo le sanzioni imposte da Trump nel 2025.

Presi di mira

Inoltre ci sono altri paesi che potrebbero essere presi di mira da Washington. Gli Emirati Arabi Uniti, intanto, mercoledì hanno anticipato Trump e annunciato la decisione di tagliare i loro scambi commerciali con il regime. E ieri anche altri media tra cui Axios e Al Jazeera, dopo il New York Times, hanno rivelato i dettagli di un'operazione dell'esercito americano per far passare le navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Avrebbero infatti creato un corridoio da cui sono passate 1.300 navi da maggio a oggi, secondo quanto detto dallo US Central Command ad Al Jazeera.

Secondo funzionari americani citati da Axios, il Pentagono ha creato in silenzio un corridoio marittimo per far uscire il petrolio dallo Stretto di Hormuz, un successo operativo anche se il conflitto resta in stallo. Ogni notte tra le 15 e le 20 petroliere attraversano il canale meridionale al largo dell'Oman. Il flusso ha raggiunto circa 10 milioni di barili al giorno, quasi la metà del volume prebellico. A coordinare l'operazione è una task force di stanza a Fort Bragg, in North Carolina, scortata da caccia dell'Air Force contro missili e droni iraniani. Il successo, secondo i funzionari, dipende da una campagna militare di due settimane che ha messo fuori uso i radar iraniani.

Teheran si affida solo a pochi radar ricostruiti e a piccole imbarcazioni delle Guardie rivoluzionarie usate come vedette, e per questo lancia attacchi alla cieca. Solo questa settimana le forze americane hanno abbattuto otto droni e due missili da crociera iraniani.

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