BELLUNO - È solitario, si sposta prevalentemente di notte, scelta nell’80% dei casi; ma nel periodo della riproduzione, fra gennaio e marzo, non fa preferenze fra la luce e il buio. Il maschio non collabora in alcun modo nella cura dei piccoli e cerca la femmina solo quando quest’ultima, attraverso dei segnali lasciati con l’urina, gli lancia inequivocabili messaggi sessuali di disponibilità.
Lo studio sul gatto selvatico
È il gatto selvatico studiato dal progetto “Silvestris”. Un progetto che da ben dieci anni si occupa di studiarne la presenza, o per meglio dire il ritorno, la diffusione nelle Prealpi trevigiane e bellunesi. Un’iniziativa scientifica che costituisce un unicum in Europa: «Per la sua durata e le scoperte che sta fornendo» dice Marco Catello, il biologo bellunese la cui vita professionale è divisa fra la Foresta Nera, in Germania, e la nostra provincia. Uno studio che, come il gatto silvestre, non va mai in letargo. Catello è un vera enciclopedia sul tema. E racconta che un tempo questa specie era diffusa in tutto il nord Italia; fu sterminata come altri predatori nel corso del XIX secolo, tanto che nel primo ‘900 venne creduta estinta. Poi, arrivando dalla penisola balcanica, fra gli anni Cinquanta e Sessanta essa ricomparve sul Carso triestino e negli anni Ottanta la sua presenza era stata documentata anche in Cansiglio. Poi un “silenzio” di oltre 20 anni interrotto dal ritrovamento di una femmina investita a Vittorio Veneto nel 2003.
Cosa dicono i primi dati raccolti
Catello ha quindi cominciato a raccogliere i primi dati nel 2013-14 nel longaronese: «Lo abbiamo fatto grazie alle fototrappole, uno strumento che ha fatto fare un balzo velocissimo alla ricerca». Nel 2013 la fototrappola era quella di Cesare Sacchet, del Corpo di Polizia Provinciale, oggi sono quelle dei due fotografi naturalisti Giacomo De Donà (Castion) e Riccardo Deon (Limana) che con 23 postazioni hanno mappato la zona delle Prealpi Venete compresa fra Faverghera e Nevegal. «In particolare -precisa Catello- la nostra zona insiste nello spazio compreso fra località Valdart, il versante bellunese del Col Visentin, e si spinge sino al canale di Limana». Difficile quantificare il numero preciso degli esemplari in quest’area che si estende per circa 25 chilometri quadrati che superano comunque la decina, forse anche la quindicina. Un primo impulso alla ricerca era arrivato dall’uso della fototrappole, una seconda spinta è giunta dopo che sono state documentate le riproduzioni: «Abbiamo fotografato e filmato le femmine con i loro piccoli: una vera svolta che ci ha ulteriormente motivato». Eppure nonostante questo, nella nostra zona il numero dei gatti selvatici è ancora contenuto. E Catello spiega anche questo: «Solo un piccolo su quattro arriva ad almeno quattro mesi di vita. Gli altri muoiono prima o perché predati, soprattutto dalla martora, o per malattie o per incidenti. Gli esemplari più giovani, che per loro natura, come detto, conducono una vita solitaria, quando cominciano ad allontanarsi dalla madre e cercano di ritrovare la via del bosco, spesso muoiono investiti attraversando le strade. Superati i 4 mesi, possono vivere anche fino a 11 anni».
I comportamenti tipici
Le femmine, si diceva, non sono aiutate dal maschio nell’accudimento della prole. «Lo documentano le immagini che le vedono sempre da sole con i piccoli». Il gatto selvatico mappa il territorio con l’urina, “firmando” in questo modo, con segnali chimici, luoghi significativi, una forcella, un torrente o un crinale. Questi punti vengono trasmessi da una generazione all’altra o magari passano in eredità ad un altro gatto, quando il “marcatore” muore. Ancora Catello: «La stessa urina serve a dichiarare la disponibilità sessuale e a trasmettere tanti altri segnali - fra di loro si riconoscono grazie agli odori - che dobbiamo ancora capire e a cui siamo interessati».