Violenza in carcere, due agenti aggrediti da un detenuto: “Presi a pugni e testate”

Reggio Emilia, 27 luglio 2026 - Michele Malorni, sostituto commissario della polizia penitenziaria presso il carcere di Reggio e segretario provinciale del sindacato Sappe, anche lei è stato aggredito dal detenuto sabato mattina. Ci racconti com’è andata.

“Intorno alle 9, al momento dell’uscita per il passeggio, appena aperta la porta della cella, il detenuto ha tentato di colpirmi con una testata e un pugno. Per esperienza e per la diffidenza che avevo maturato nei suoi confronti, sono riuscito a parare i colpi senza subire lesioni. Grazie all’intervento del restante personale, siamo riusciti a ricondurlo in cella, non senza fatica. In quel momento è riuscito a colpire con un pugno sul volto un altro collega, che in quel momento indossava la bodycam”.

Come sta il collega?

“La prognosi è ancora riservata. Dai primi accertamenti non sembrerebbero esserci fratture, ma saranno necessari ulteriori esami, probabilmente anche presso il reparto di Chirurgia Maxillo-Facciale di Parma”.

Perché il detenuto ha agito in questo modo?

“È stato trasferito qui da Piacenza, ma è di origini laziali. Il suo obiettivo, dichiarato da lui stesso, era ottenere il trasferimento nel Lazio. Come amministrazione avevamo inoltrato la richiesta, ma non era stato possibile accoglierla per motivi di incompatibilità. Dopo quanto accaduto, abbiamo subito riferito al Provveditore dell’Emilia-Romagna e quello stesso pomeriggio è stato disposto il suo trasferimento in un altro istituto della regione. Anche una volta chiusa la sua cella dopo l’aggressione, però, la situazione non si è conclusa”.

Cioè?

“In altre sezioni si è creato un momento di forte tensione perché quel detenuto, nei giorni precedenti, aveva insultato altri ristretti, sputato loro in faccia e rivolto anche pesanti frasi a sfondo razziale nei confronti di due detenuti di colore, altri non erano riusciti a dormire per giorni perché li disturbava durante la notte. Molti di loro hanno espresso riconoscenza e stima nei confronti del nostro lavoro. Qualcuno mi ha detto: “Poteva fare tutto, tranne questo“. Dopo l’aggressione ci siamo trovati a dover gestire quindi un secondo evento critico”.

C’era da aspettarsi una reazione del genere, da quel detenuto in particolare?

“Il soggetto, 40 anni e fisicamente prestante, era già noto in diversi istituti penitenziari, ovunque fosse stato trasferito si era reso responsabile di aggressioni nei confronti della polizia penitenziaria. Presenta una grave personalità antisociale, ma gli psichiatri non lo hanno mai ritenuto un soggetto con infermità psichica. Perciò era sottoposto al regime previsto dall’articolo 14 bis, all’interno della sezione dedicata, che si chiama ’Antares’”.

Il carcere di Reggio dov'è avvenuta l'aggressione sabato mattina

Il carcere di Reggio dov'è avvenuta l'aggressione sabato mattina

Che cosa comporta il 14 bis?

“È un regime di sorveglianza particolare, in isolamento, che prevede determinati diritti sempre garantiti al detenuto in questione: la radio in cella, il letto, il tavolino, lo sgabello, la doccia in cella e riceveva regolarmente colazione, pranzo e cena con il carrello. L’unica limitazione era l’assenza della televisione. Aveva due ore d’aria al giorno ed è stato quello il momento in cui è avvenuta l’aggressione”.

Come sindacalista, cos’ha da dire su ciò che è accaduto?

“Tutto ciò riporta all’attenzione un problema che come Sappe denunciamo da anni. Negli istituti penitenziari italiani si registra un aumento di detenuti con gravi problematiche psichiche o para-psichiatriche, spesso legate anche all’abuso di sostanze stupefacenti. Sono soggetti estremamente difficili da gestire che, a nostro avviso, dovrebbero essere ospitati in strutture dedicate. Oggi, invece, il carcere è diventato il ricettacolo di tutte le fragilità della società: tossicodipendenti, malati, persone con problemi psichici. Paradossalmente, quelli che creano le maggiori criticità non sono i detenuti seguiti farmacologicamente, ma quelli che restano nelle sezioni ordinarie pur trovandosi in queste condizioni.

Resta poi il problema della carenza di personale”.

Ovvero?

“Gli arruolamenti ci sono, ma sono ancora insufficienti. A settembre terminerà il corso di formazione a Parma e mi auguro che vengano assegnati almeno altri quindici agenti al nostro istituto. Oggi il rapporto può arrivare anche a un agente ogni cinquanta detenuti in una sezione, mentre nelle ore del mattino ne servirebbero almeno tre. Dal punto di vista delle dotazioni, oggi lavoriamo sicuramente con maggiore sicurezza rispetto al passato: attrezzature di pronto intervento moderne, bodycam e le cosiddette “tute ninja”. Se però manca il personale che le può indossare, il problema resta”.