Dopo aver visto da vicino la fragilità della vita, Vittorio Emanuele Parsi ha scelto di dedicare ancora più forza alla difesa di ciò che considera essenziale: la libertà, la democrazia e la responsabilità individuale. Lo abbiamo incontrato al Festival Il Libro Possibile di Polignano a Mare, dove ha presentato il suo ultimo libro, Contro gli imperi. La democrazia tra guerra, potere e futuro. Con lui abbiamo parlato delle sfide della democrazia, del ruolo dell'Europa, della guerra, dei giovani e della responsabilità delle nuove generazioni. Ma nella conversazione è emerso anche il lato più personale: il racconto della malattia che lo ha portato vicino alla morte, il coma, il sostegno della moglie - la giornalista e conduttrice televisiva Tiziana Panella - e il ritorno alla vita hanno lasciato un segno profondo nel suo modo di guardare al presente e al futuro. «Siamo rinati attraverso l'amore», racconta Parsi. «Io sono rinato perché stavo morendo, ma lei è rinata perché ha capito quanto fosse importante questa nostra relazione». Un'esperienza che gli ha fatto riscoprire il valore del tempo, degli affetti e della vita. Parsi parla anche del rugby, una passione che continua ad accompagnarlo, e degli anni trascorsi con la Marina Militare e nelle missioni internazionali, compresa quella in Libano con le Nazioni Unite. Esperienze che, insieme alla sua storia personale, hanno formato la sua idea di responsabilità, servizio e impegno. Ai giovani guarda con preoccupazione, ma soprattutto con fiducia: «Se a me rubano il futuro mi rubano qualche anno, se a loro rubano il futuro rubano tutta la vita».
Si parla di imperi, ma il vero protagonista di questo libro è la democrazia. Lo possiamo dire?
«La democrazia si pone in opposizione a questa visione neo-imperiale, una visione gerarchica e intrinsecamente violenta. Lo stiamo vedendo nell'aggressione della Russia all'Ucraina, nelle tensioni in Medio Oriente e in tutti quei contesti in cui prevalgono logiche di forza e di sopraffazione. Sono visioni oppressive, incompatibili con la democrazia».
Lei ha un rapporto diretto con i giovani, con i suoi studenti. I ragazzi credono ancora nella democrazia?
«In buona parte sì. È chiaro che le idee virtuose, ammesso che lo siano – e io ritengo che la democrazia lo sia, pur senza pensare di avere la verità in tasca – devono essere raccontate e trasmesse con la stessa efficacia con cui vengono diffuse le idee sbagliate. C'è il pregiudizio secondo cui, se una cosa è positiva, non ci sia bisogno di parlarne o di spiegarla. È un pregiudizio completamente infondato. Anzi, proprio perché viviamo in una realtà democratica e respiriamo la democrazia senza quasi accorgercene, il rischio è non capire quando essa è in pericolo, finché non è troppo tardi».
I giovani le danno ancora speranza?
«C'è innanzitutto una speranza biologica, nel senso che il futuro appartiene a loro. Cerco sempre di far comprendere ai miei studenti che, se a me rubano il futuro, mi sottraggono qualche anno di vita. Ma se lo rubano a loro, rubano tutta la loro esistenza. Apparentemente non hanno nulla in mano, ma possiedono la cosa più preziosa: il tempo che hanno davanti. Per questo rischiano di pagare un prezzo enorme ed è importante che ne siano consapevoli, perché spesso non lo percepiscono immediatamente».

Vittorio Emanuele Parsi sul palco del Libro possibile.
Cosa dovrebbero dire di noi le generazioni future?
«Ogni anno celebriamo quella minoranza coraggiosa che, dopo l'8 settembre, scelse di opporsi al nazifascismo e ci consegnò la libertà. Vorrei che un giorno le generazioni future guardassero alla nostra e potessero dire: hanno lottato per difendere il nostro futuro. Non vorrei mai che dicessero: quando era il momento di fare qualcosa, non hanno fatto nulla».
La sensazione è che il mondo sia diventato più pericoloso. È davvero così?
«Viviamo una sorta di fascinazione quasi pornografica per la violenza, che si manifesta nella vita domestica, nella politica internazionale e perfino nei rapporti personali. Per questo bisogna continuare a lucidare l'ottone con cui è costruita la democrazia, perché altrimenti si ossida. La democrazia non è un oggetto da conservare in una teca: richiede partecipazione, impegno e responsabilità».
La paura è diventata il sentimento politico del nostro tempo?
«La paura è il sentimento sul quale tantissimi investono. Più che politici, parlerei di imprenditori politici che costruiscono consenso alimentando la paura. Succede tanto in quella che un tempo chiamavamo destra quanto in quella che un tempo chiamavamo sinistra. Oggi la vera contrapposizione non è tra élite e popolo, ma tra chi vuole preservare un ordine democratico inclusivo, aperto e al tempo stesso sicuro, e chi invece alimenta il populismo. Il populismo prospera sulla paura e porta a pensare: "In fondo non mi interessa quello che succede intorno a me, non voglio tanto la pace, basta che mi lascino in pace". È proprio questo il sentimento che dobbiamo contrastare».
A proposito di populismo, frequentando i social sembra che tutti abbiano un'idea della geopolitica. È un bene o un rischio?
«Già il termine "geopolitica" va usato con cautela. Se lo utilizziamo come espressione di uso comune va bene, ma se iniziamo a considerarlo una disciplina scientifica autonoma rischiamo di prendere una strada sbagliata. Noi studiamo la politica internazionale. È accaduto qualcosa di molto simile a ciò che abbiamo visto durante il Covid: nel momento in cui cresce la preoccupazione e aumenta la domanda di conoscenza su un tema fino a quel momento poco frequentato, quello spazio viene immediatamente invaso dai ciarlatani. Arrivano in tanti e, per chi svolge questo lavoro con serietà, la sfida diventa molto difficile, perché è un mercato che tira e in un mercato che tira vogliono entrare tutti».
Lei continua a difendere l'Europa. C'è davvero da essere ottimisti?
«Invito tutti a riflettere su quanto l'Europa ci abbia trasformati. La nostra identità di italiani, francesi o tedeschi non è più quella della fine della Seconda guerra mondiale, né quella di appena trent'anni fa. L'Europa ci ha profondamente cambiati e ha rafforzato le nostre democrazie. Fa molto per tutti noi che ne facciamo parte, anche se spesso ce ne dimentichiamo».
In che senso l'Europa sta facendo la differenza?
«Pensiamo a come i Paesi dell'Unione Europea sostengano ormai da anni il coraggioso popolo ucraino contro l'aggressione russa. Lo fanno nonostante le pressioni della Russia, l'ipocrisia della Cina e le difficoltà nei rapporti con gli Stati Uniti. Certo, potrebbero fare ancora di più. Ma chi avrebbe scommesso, quattro anni e mezzo fa, che i Paesi europei sarebbero rimasti uniti e solidali così a lungo? Molti avrebbero previsto il contrario. Oggi, invece, stiamo compiendo un passo decisivo per diventare protagonisti della nostra sicurezza e non semplici spettatori».
Oggi molti criticano l'Unione Europea anche sul tema della difesa
«Non è un caso che molti di coloro che prima erano contrari al mondo atlantico oggi siano contrari al progetto europeo. È uno schema che si ripete. Se si arriva a definire Mario Draghi un guerrafondaio o l'Unione Europea un soggetto bellicista, significa che si è perso il senso della realtà. Difendere la pace non significa rinunciare alla capacità di difendersi».
Essere pacifisti significa anche sapersi difendere?
«Le democrazie sono pacifiche, ma non possono essere imbelli. Se una democrazia non è forte, cioè capace di proteggere se stessa e di garantire sicurezza ai propri cittadini e ai propri alleati, allora tutti i grandi principi che proclama rischiano di restare soltanto parole o, peggio ancora, una comoda ipocrisia. In Italia, troppo spesso, il pacifismo retorico e il cinismo finiscono per andare a braccetto. Gli stessi che parlano continuamente di pace sono poi quelli che sostengono che l'Ucraina debba essere abbandonata al proprio destino, come se fosse inevitabile consegnarla alla sfera d'influenza russa».
I problemi di salute, che fortunatamente ha superato, le hanno insegnato ad affrontare la vita e anche certi temi in modo diverso?
«Mi hanno insegnato il valore e la grandezza della vita. Ma riconoscere la grandezza della vita significa anche capire che deve essere nutrita da grandi ideali. Dobbiamo fare in modo che questo attraversamento del tempo, in cui non abbiamo scelto di entrare e non sceglieremo di uscire, sia degno di essere vissuto, prima di tutto per noi stessi. Quando vedo tanta rassegnazione mi domando che cosa penseranno di noi le generazioni future, se avremo fallito nel compito di difendere la democrazia».
Sua moglie ha scritto che, in fondo, siete rinati insieme
«Non c'è alcun dubbio. Siamo rinati attraverso l'amore. Può sembrare retorico, ma non lo è. Io sono rinato perché stavo morendo. Lei, invece, è rinata perché ha compreso ancora di più quanto fosse importante la nostra relazione. Non significa che prima non lo sapesse, ma il peso della paura lo ha vissuto interamente lei, giorno dopo giorno, mentre io ero in coma e non ero cosciente. Quando mi sono risvegliato ho semplicemente preso atto di essere vivo ed ero felice. Lei, invece, aveva affrontato ogni giorno con la consapevolezza che avrei potuto non farcela».
L'amore per il rugby è rimasto?
«Non posso più praticarlo, soprattutto per ragioni di età e di condizione fisica, ma continuo a seguirlo con grande passione. Con i miei ex compagni di squadra ci sentiamo ancora, siamo rimasti legati da un'amicizia fraterna. Erano presenti anche al mio matrimonio. Il rugby lascia un segno profondo… Mi ha insegnato la responsabilità e lo spirito di squadra. Ma lo spirito di squadra non è un alibi dietro cui nascondersi per fare meno. Al contrario, è ciò che ti permette di fare fino in fondo la tua parte».
Lei non è soltanto un accademico. Ha collaborato a lungo con la Marina Militare ed è stato anche in missione in Libano con le Nazioni Unite. Questa esperienza le ha insegnato a guardare la guerra da un altro punto di vista?
«Mi ha insegnato, prima di tutto, che la guerra è sempre una tragedia. Non esiste una persona sensata che possa amare la guerra. Ma esiste qualcosa di peggiore della guerra: arrendersi all'aggressione e alla prepotenza. Gli anni trascorsi nella Marina Militare, a contatto con gli equipaggi, vivendo mesi in mare e partecipando alle missioni, mi hanno insegnato il senso del dovere e un amore concreto e quotidiano per la patria».
Che cosa significa, per lei, amare la patria?
«Significa fare qualcosa per tutti. In un equipaggio, durante la navigazione, non esiste il concetto di "mi compete" o "non mi compete". Un equipaggio si aiuta per definizione. È lì che impari il valore della responsabilità, del senso del dovere e anche della nostalgia di casa. Quando sei lontano capisci ancora di più che quello che stai facendo serve a proteggere le persone che ami e il Paese a cui appartieni».
Che cosa l'ha colpita di più durante quelle esperienze?
«Soprattutto vedere i marinai e i sottufficiali, persone che conducono una vita molto dura e fatta di sacrifici, vivere questo senso di appartenenza con grande sobrietà, ma anche con enorme profondità. È un amore per la patria che non significa pensare che il proprio Paese sia migliore degli altri. Significa semplicemente credere che il proprio Paese non sia secondo a nessuno e impegnarsi ogni giorno per renderlo migliore».
Professore, qual è il messaggio che vorrebbe lasciare ai lettori?
«La democrazia non si conserva da sola. Va difesa ogni giorno, con responsabilità, partecipazione e coraggio. Ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Nessuno può cambiare il mondo da solo, ma ciascuno può contribuire a costruire una società più libera, più giusta e più forte. È questo il compito che abbiamo nei confronti delle generazioni che verranno».