Yanbu, tutto su il porto strategico da cui dipende buona parte dell’economia mondiale

L’oleodotto che arriva sulle coste del Mar Rosso porta l’equivalente di sette milioni di barili al giorno. Se gli Houthi dovessero colpirlo, con Hormuz chiuso sarebbe un vero disastro. Intanto nessuno può fare più a meno delle fonti russe

La Francia invierà truppe e sistemi di difesa in Arabia Saudita. La missione servirà per rafforzare la protezione della cittadina di Yanbu, città portuale sul Mar Rosso e importante scalo per il trasporto di idrocarburi. L’iniziativa è stata annunciata 24 settembre ma confermata soltanto questa mattina dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha sottolineato che un eventuale divieto statunitense alle esportazioni di diesel, ovvero l’ipotesi che la Casa Bianca ha smentito di stare valutando, avrebbe un impatto catastrofico sia a livello globale, sia per l’economia degli stessi Stati Uniti.

L’intervento militare francesce

Durante un’intervista televisiva in prima serata alle emittenti TF1 e France 2, il presidente francese ha dichiarato: «Invieremo risorse militari, ovvero soldati, sistemi radar e di difesa per proteggere questo porto. Non per farci coinvolgere in conflitti, ma per proteggere il sito stesso».

Durante la trasmissione, dedicata alla situazione internazionale, Macron ha anche spiegato la situazione e ricordato di aver raccomandato la massima allerta che contro possibili attacchi russi sul suolo francese.

Certamente il suo è stato un modo per fronteggiare le crescenti pressioni interne dovute al caro-energia, rassicurando i francesi sulla disponibilità di adeguate scorte di gas e petrolio in vista dell’inverno e affermando che Parigi sta lavorando attivamente per garantire la continuità dei flussi di approvvigionamento.

L’importanza strategica di Yanbu

Yanbu è situata a metà della costa orientale del Mar rosso, in terra saudita, a una distanza di circa 110km da Medina. A Yanbu è situato il terminal dell’oleodotto Petroline Est-Ovest, una linea lunga 1.200 chilometri che parte dai giacimenti del Golfo e arriva fino alla costa del Mar Rosso trasportando l’equivalente di sette milioni di barili al giorno. Ed è ovvio che con il blocco dello Stretto di Hormuz questo impianto costituisce l’unica via per trasportare il petrolio saudita; ma anche che colpire questa infrastruttura significa paralizzare gli approvvigionamenti. La regione è quindi esposta agli attacchi missilistici dei ribelli Houthi yemeniti del gruppo Ansar Allah, sostenuti dall’Iran.

Da non sottovalutare anche l’aspetto commerciale per la vendita di armi: Per l’aviazione l’Arabia Saudita non è ancora cliente di Parigi: ha velivoli statunitensi Boeing F-15 e gli europei Eurofighter, ma non i Dassault Rafale.

La questione russa dopo (lo strano) attentato di Lipsia

Riguardo invece la minaccia russa, Macron ha smentito la notizia riportata dal quotidiano spagnolo El Mundo secondo cui i Servizi segreti statunitensi avrebbero avvertito i governi europei del rischio di potenziali attacchi con droni provenienti dal Mediterraneo. «Posso smentirlo» ha detto Macron, «la Cia non ha informato i servizi francesi né quelli di altre nazioni».

Tuttavia, l’inquilino dell’Eliseo ha sottolineato come Mosca stia moltiplicando gli atti ostili e criminali contro i paesi europei e come la Francia potrebbe subire attacchi simili a quello sventato a Lipsia. Del resto, seppure soltanto con prove indiziarie, la Germania ha attribuito alla Russia la responsabilità di un tentativo di attacco con droni avvenuto ad agosto contro l’aeroporto della cittadina della Sassonia.

La scorsa settimana, Macron aveva riunito a Parigi i leader dei partiti francesi per informarli sulla crescente minaccia russa. In seguito, ha dichiarato di aver incaricato il governo di elaborare un piano per proteggere le infrastrutture critiche da attacchi informatici e con droni. Secondo lui, Mosca starebbe cercando di intimidire l’Europa facendo venire meno la determinazione dell’Unione nel sostenere l’Ucraina.

La dipendenza europea da Mosca

Naturalmente, dal Cremlino definiscono infondate le accuse europee di condurre attacchi ibridi, attribuendo a Bruxelles un’isteria antirussa. Vero è che la posizione di Macron nei confronti della Russia si è indebolita: la scorsa settimana la Francia ha ottenuto l’esenzione dalle sanzioni comunitarie per il magnate russo-uzbeko dei metalli Alisher Usmanov, adducendo motivi di sicurezza nazionale. Tale mossa ha indotto l’Azerbaigian a concedere la grazia a un cittadino francese accusato e imprigionato per spionaggio.

Ciò che a distanza di quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte russa sta emergendo sempre più nettamente è che le nazioni dell’Unione europea non soltanto dipendono da Mosca per le forniture di petrolio e gas, ma anche per una quota rilevante di risorse metallifere che soprattutto per la Difesa sono strategiche.

Gli snodi energetici mondiali

A oggi, i principali fornitori di gas naturale della Francia (in forma liquida e quindi trasportabile su navi e gassosa, attraverso gasdotti) sono gli Stati Uniti per il 38% del totale; la Russia, l’Algeria e la Norvegia.

Certamente la crisi dello Stretto di Hormuz è destinata a cambiare le sanzioni contro la Russia: con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana il petrolio di Vladimir Putin è diventato una risorsa ancora più importante e gli sforzi dei Paesi del G7 per limitare le entrate della Russia e danneggiarla nell’operazione militare in Ucraina sono sempre più inefficaci dalla primavera scorsa, quando circa il 30% di tutte le esportazioni di greggio russo sono state imbarcate su petroliere di occidentali e, in particolare, quelle di proprietà greca dirette in quasi tutti i Paesi dell’Unione.