La moda non è fortuna. La storia di Barbara Kennedy-Brown

Oggi, nel mondo della moda e del beauty, la parola “inclusività” è ovunque: campeggia sui cartelloni pubblicitari ed è integrata in ogni strategia di marketing. Ma quanti marchi stanno cambiando davvero le regole del gioco e quanti, invece, si accontentano di un mero tokenismo di facciata? Intorno a questo interrogativo ruota il lavoro quotidiano di Barbara Kennedy-Brown. Con un solido background nelle pubbliche relazioni e nella comunicazione di moda, nel 2020 ha fondato la Fashion Minority Alliance (FMA) con una missione tanto ambiziosa quanto radicale: azzerare le disuguaglianze e scardinare i privilegi sistemici del settore. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua rivoluzione.

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Un ritratto di Barbara Kennedy-Brown, fondatrice della non-profit inglese (fashionminorityalliance.com).

Barbara, le carriere creative spesso sembrano un club esclusivo. Qual è stata la scintilla che ti ha convinto a fondare la Fashion Minority Alliance?

Spesso si cerca l’episodio spartiacque, ma nel mio caso la consapevolezza è arrivata un tassello alla volta, attraverso centinaia di piccoli segnali. Sono cresciuta in una famiglia operaia, un mondo in cui i mestieri creativi non erano nemmeno contemplati. Quando ho mosso i primi passi nella moda ero quasi sempre l’unica a non avere le spalle coperte, circondata da persone che davano per scontati contatti e sicurezze economiche a me totalmente estranei. Lì ho capito che se il talento è democratico, le opportunità non lo sono affatto. Con la crescita della mia agenzia, ho iniziato a ricevere messaggi da ragazzi che si trovavano esattamente dove mi trovavo io anni prima: l’ambizione c’era, ma mancavano i canali giusti e quella fiducia che altri ereditano per diritto di nascita. È stato allora che ho capito: non potevo limitarmi ad aiutare pochi fortunati, dovevo scardinare il sistema e mostrare strade invisibili ai più. FMA fa esattamente questo: abbatte le barriere d’ingresso. Solo offrendo a tutti le stesse possibilità la moda può diventare davvero contemporanea e rappresentativa.

Lanciare un progetto con questo tipo di ambizione significa quasi sempre scontrarsi con un muro di diffidenza. Qual è stato l’ostacolo più duro all’inizio del vostro percorso?

La sfida più grande si è giocata sul piano umano. Inizialmente capisci subito chi si avvicina alla tua iniziativa per puro calcolo, cercando un briciolo di visibilità professionale, e chi invece sposa davvero la tua missione. Se oggi esistiamo è grazie a questi ultimi, a chi si è rimboccato le maniche dietro le quinte. Penso ai nostri avvocati, al nostro fianco fin dal debutto, e a quella straordinaria comunità di mentor che ha guidato i nostri giovani offrendo loro agganci e relazioni che altrimenti non avrebbero mai avuto. Ho capito che una non-profit non nasce dal talento del singolo, ma da un ecosistema di persone pronte a investire la propria credibilità e il proprio tempo per una causa comune.

Oggi l’inclusività è ovunque nei claim pubblicitari, ma spesso si riduce a un tokenismo di facciata. Come riuscite a blindare le vostre partnership per assicurarvi che lascino un segno concreto e misurabile nel tempo?

Fare inclusione non significa pianificare una campagna spot; significa ridisegnare la cultura aziendale, dai top manager a chi seleziona il personale. Le aziende più illuminate tracciano percorsi di carriera reali. Abbiamo partner che garantiscono ai nostri ragazzi l’accesso diretto ai colloqui per le posizioni entry-level. È una svolta che ribalta le regole del gioco, perché permette all’industria di attingere a un bacino di talenti altrimenti invisibile. Le realtà che generano l’impatto maggiore sanno bene che offrire un’opportunità non è un atto di carità, ma una scelta di business intelligente. Il nostro compito è garantire che queste sinergie portino a un cambiamento autentico, strutturato e duraturo, anziché risolversi in semplici gesti simbolici.

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Il vostro pilastro più solido sono i tirocini. Perché scardinare l’esclusività della moda passa necessariamente da qui?

Perché lo stage è la vera porta d’ingresso per le industrie creative, ma per decenni questo settore si è basato sul lavoro non retribuito e sul passaparola. Se non hai una famiglia in grado di sostenerti o i contatti giusti, il tuo percorso si interrompe prima ancora di iniziare. Noi crediamo che il merito non debba essere un privilegio di nascita. Lo stage retribuito è lo strumento che scardina questo meccanismo: permette ai talenti più promettenti di fare un passo avanti, offre ai brand una prospettiva più ampia e contamina l’industria con idee nuove. Ed è un cambiamento che seminiamo da lontano. Quando andiamo nelle scuole superiori insieme a chi fa questo mestiere, i ragazzi scoprono che non esiste una via lineare o preconfezionata per farcela. Imparano a guardare oltre e, forse per la prima volta nella loro vita, iniziano a immaginare un futuro in quei luoghi che prima sembravano inaccessibili.

Oltre l’estetica e il portfolio: cosa fa davvero la differenza quando valutate un talento emergente nella vostra Directory?

Il talento ti fa fare il primo passo, ma è lo spessore umano a decidere quanta strada farai. Ecco perché parliamo personalmente con ogni singolo ragazzo che ci contatta. Vogliamo capire cosa li ispiri, se conoscano la storia di questo settore e come si approccino alla cultura, all’arte o alla politica. Le carriere creative si fondano sulle relazioni umane. Le competenze tecniche si possono sempre insegnare, ma la gentilezza, la professionalità, la resilienza e l’apertura mentale sono le doti che lasciano il segno e che le persone ricordano. Consapevoli del fatto che la fiducia nei propri mezzi è spesso un privilegio di classe offriamo una preparazione specifica per i colloqui di lavoro. Vogliamo che si sentano all’altezza del loro futuro.

Tra barriere economiche, assenza di relazioni e pregiudizi culturali, qual è il vero muro invisibile da abbattere?

Lo scetticismo delle famiglie e l’assenza di una rete di contatti. Certo, le barriere economiche sono una realtà durissima, ma la mancanza di supporto in casa e l’isolamento relazionale sono i veri ostacoli invisibili che bloccano tutto il resto. Avere un network ti permette di avvicinare persone influenti e ti insegna a decifrare i meccanismi interni di questo mondo. Ti dà accesso alle opportunità prima ancora che diventino pubbliche, e ti offre qualcuno capace di spiegarti quelle regole non scritte che nessuno ti insegnerà mai a scuola. Funziona così: una chiacchierata informale porta a una presentazione; una presentazione si trasforma in uno stage; lo stage dà il via a un’intera carriera. Sono le relazioni a cambiare il destino delle persone.

La FMA unisce moda e beauty. Chi sta guidando davvero la transizione verso una reale diversità, e chi è rimasto indietro?

Inizialmente la moda e il beauty sono stati i settori che hanno gridato più forte quando si è iniziato a parlare di inclusione, ma purtroppo quell’energia iniziale in parte si è spenta. Lo dimostrano la permanente mancanza di una vera inclusività delle taglie e i tagli ai budget aziendali destinati ai canali di inserimento per i giovani. La vera sorpresa, oggi, arriva da altri mondi: settori come l’interior design, l’arte e il design d’arredamento stanno dimostrando una vitalità straordinaria, affrontando di petto i temi dell’accessibilità e della sostenibilità. Questo ci dimostra che il dibattito si sta allargando. Le carriere creative vanno ben oltre ciò che viene insegnato nelle scuole di moda tradizionali, e il nostro compito è semplicemente aiutare i ragazzi a scoprire questo orizzonte così ampio.

Come possiamo aiutarvi concretamente, nel nostro piccolo, attraverso le scelte d’acquisto di tutti i giorni?

Ogni volta che compriamo qualcosa, decidiamo quale modello di società premiare. Il mio invito è sostenere i brand che finanziano i giovani e creano percorsi di lavoro veri, non solo slogan pubblicitari. Informiamoci su chi lavora dietro le quinte di quei marchi e su chi prende le decisioni. Nel momento in cui il valore umano conterà per il pubblico tanto quanto l’estetica di un vestito, le aziende si adegueranno di conseguenza.

Se guardi ai prossimi cinque anni, quale traguardo specifico sancirà il vostro successo definitivo?

La risposta più onesta è che non credo diremo mai “ce l’abbiamo fatta”, perché questo è un lavoro che non finisce mai. Ho però degli obiettivi ben precisi. Voglio che ogni ragazzo, a prescindere da dove cresca o da quanto guadagni la sua famiglia, sappia che un lavoro creativo è una strada possibile. Voglio che gli stage pagati diventino la normalità e non l’eccezione. E vorrei che le aziende non dovessero più chiederci dove trovare i giovani talenti che partono svantaggiati, perché i loro canali di ricerca dovrebbero già arrivarci da soli. Sogno di portare i nostri progetti in tutte le scuole del Paese: nessun sedicenne deve finire gli studi pensando che questo mondo non faccia per lui. Ma più di tutto, il mio vero obiettivo è rendere la FMA del tutto inutile. Perché il giorno in cui tutti avranno le stesse opportunità, allora – e solo allora – avremo finito il nostro lavoro.

Cosa ti senti di dire a un ragazzo che vuole entrare in questo mondo ma ha paura di essere respinto?

Gli direi quello che avrei voluto sentirmi dire io alla sua età: «Non devi cambiare nulla di ciò che sei. La tua storia personale non è uno svantaggio, ma la tua forza più grande. La moda è già piena di cloni; oggi cerca disperatamente la tua verità, il tuo sguardo sul mondo, la tua unicità. Ci saranno giornate dure e contesti in cui ti sembrerà di essere fuori luogo – capita persino a me, dopo tutti questi anni — ma non confondere il sentirti diverso con il non essere all’altezza. Non chiuderti la porta in faccia da solo. La creatività non appartiene a un quartiere ricco, a una scuola d’élite o a una classe sociale. La creatività è di tutti.