Dialoga sfoggiando un italiano perfetto.
José Pedro da Silva Figueiredo Freitas, meglio noto al mondo del calcio come Zé Pedro, aveva messo tra i suoi primi obiettivi extra-calcio proprio l’apprendimento della lingua per vivere meglio la sua nuova esperienza sul campo con il Cagliari.
Iniziata nell’estate del 2025 dopo una lunga trafila nelle categorie minori portoghesi (ha giocato con Torcatense, Fafe, Braga B ed Estrela Amadora, con cui è stato promosso in Segunda Liga) che lo ha proiettato all’attenzione della seconda e poi alla prima squadra del Porto.
A 29 anni, vive con equilibrio l’avvio a tutta velocità dei rossoblù: «Ma bisogna tenere i piedi ben saldi per terra», dice il difensore. «Il cammino è ancora lungo».
Tra lei e il Cagliari l’empatia è scattata subito.
«Dal primo giorno mi sono sentito come a casa, questo è poco ma sicuro».
Questa è la sua seconda stagione in Sardegna.
«Spero ce ne siano tante altre. Ho un contratto fino al 2028, la società è solida e seria, con il presidente Giulini e i dirigenti i rapporti sono ottimi. Non ci manca niente».
Si è trasferito a Cagliari con la famiglia?
«È venuta la mia fidanzata, Francisca. Anche lei si trova molto bene».
Quando non si allena, nei giorni in cui non ha impegni sportivi, come trascorre il suo tempo?
«Cagliari è una città ricca di proposte, ma io ho sempre condotto una vita abbastanza ritirata, da atleta. Il tempo libero lo trascorro a casa, tra film e qualche lettura. Quando non sono al campo, faccio lunghe passeggiate con la mia fidanzata e i nostri due bassotti, Daisy e Cacau».
Gira per l’Isola?
«Poco, giusto qualche gita. Ma nel circondario di Cagliari sono molte le zone verdi, per non parlare delle spiagge, da frequentare in tutte le stagioni».
Che cosa sapeva della Sardegna prima di firmare con il Cagliari?
«È risaputo che ci sia il mare più bello ed esclusivo. Conoscevo la Costa Smeralda, ma sapevo anche delle gesta della squadra e della forte identità del suo popolo».
Si sente, dal campo, questa spinta?
«Eccome. La Domus, non a caso, è un campo difficile per tutti».
Le differenze più evidenti tra la Serie A e la Liga Portugal?
«Sono mondi diversi. La Serie A è un campionato molto intenso, tatticamente rigoroso, che richiede concentrazione e condizione fisica al massimo livello. Ogni partita è difficile, l’equilibrio è totale, non si può abbassare la guardia».
Tornando a bomba: siete quarti, dopo cinque partite. La tifoseria sente già in sottofondo l’inno della Champions.
«È giusto che i tifosi sognino (sorride ndc) . Qui, la gente, tiene alla maglia come in pochi posti ho potuto constatare. Ed è una cosa apprezzabile».
Il tecnico Pisacane la considera ormai una colonna.
«Gli sono grato per la considerazione che ha nei miei confronti. Abbiamo la stessa cultura del lavoro ed entrambi riteniamo che i risultati arrivano dopo sacrifici e miglioramenti. Io cerco sempre di crescere e lui mi sta aiutando nel percorso: è una persona disponibile, aperta al dialogo, ma al contempo ferma nelle decisioni. È il valore aggiunto di questa squadra».
Il Cagliari avrà la testa e il carattere per stare lassù a lungo?
«Non lo so. Io sono realista: abbiamo fatto molto di più di quel che tutti attendevano da noi. Non è facile tenere certi ritmi, ma siamo un gruppo affiatato: tutto quel che viene, è frutto del lavoro. Pensiamo ad andare avanti, step dopo step. A migliorare giorno dopo giorno. Non voglio ripetermi: se è giusto che i tifosi sognino, lo è altrettanto che il Cagliari tenga sempre a mente qual è l’obiettivo stagionale. Poi sarà la storia del campionato a stabilire quale sarà il nostro punto di arrivo».
Il gruppo, lo ha detto lei, è solido.
«Di sicuro è molto affiatato. Lo abbiamo dimostrato davanti alle situazioni extra-calcistiche che sono capitate verso la fine del ritiro e dopo l’inizio del campionato, ma anche in campo, dove non abbiamo fatto sconti a nessuno. Il nostro è un ambiente sano, prima di tutto. Siamo amici in campo e fuori dal campo e questo, oltre ad essere importante per tanti altri motivi, ci aiuta non poco a superare anche le situazioni più negative che si verificano in modo puntuale durante ogni stagione».
Con chi lega di più?
«Sicuramente ho legato subito con Juan Rodríguez: lo spagnolo è una lingua più semplice per me, con Juanchi abbiamo fatto insieme le visite e poi ci siamo imbarcati nel primo volo per Cagliari, quando abbiamo firmato il contratto. Ma direi che con tutti i compagni il legame è diventato con il tempo molto forte».
Vi incontrate anche fuori dal campo?
«Organizziamo di tanto in tanto delle cene con le famiglie. È bello stare assieme, cementa ancora di più l’unità di intenti».
È la prima volta che il calcio la porta lontano da casa?
«Sì, è la mia prima vera esperienza senza famiglia e amici. Ma i tifosi, i compagni e lo staff mi hanno fatto sentire a mio agio fin dal primo giorno, dopo due stagioni posso dire di essermi ambientato. Anche la società è sempre premurosa nel chiedermi se avessi bisogno di qualcosa. Per me significa molto, l’aspetto umano vale quanto quello sportivo».
Ha stretto amicizie sarde?
«Sì, con la mia ragazza frequentiamo alcuni amici cagliaritani. È normale, dopo il periodo trascorso qui».
Lei è arrivato alla Serie A dopo una lunga gavetta.
«Sì, dalle giovanili del Guimarães, il club della mia città, alla prima squadra del Porto. In mezzo, diversi campionati nelle categorie inferiori. Ho disputato cinque partite in Europa League. Non sono mai stato convocato in Nazionale».
È un rimpianto?
«La Nazionale, nel mio caso quella portoghese, è di sicuro un punto di arrivo per un giovane calciatore professionista».
Ha mai incrociato sul campo Cristiano Ronaldo?
«Purtroppo no. Avrei potuto giocarci assieme solo se avessi fatto parte della Nazionale. E non è mai capitato di affrontarlo neppure in Italia: io non ero ancora del Cagliari quando è andato via dalla Juventus».
Che concetto ha di CR7?
«Quello che hanno di lui tutti i portoghesi. Cioè che non è soltanto un calciatore immenso, ma che per il Paese, dopo anni di crisi, le sue imprese hanno avuto dei riscontri non soltanto calcistici. È difficile spiegare la considerazione che c’è di lui in Portogallo. Lo stesso discorso vale per Josè Mourinho, un’altra vecchia conoscenza del calcio italiano, che all’Inter ha vinto il triplete e alla Roma ha regalato una coppa europea, la Conference league».
Segue il calcio in Tv?
«Quando sono a casa, dopo gli impegni ad Assemini, divoro calcio. Non mi perdo una partita anche di altri campionati, perché spesso ci si aggiorna anche così».
Concludendo, dove conta di arrivare con questo Cagliari?
«Tutti vogliamo crescere, ma teniamo i piedi ben piantati a terra. Siamo realisti, pur sperando di ottenere i risultati migliori per il club e i suoi tifosi».
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