11 settembre 2001, cosa resta dell'attentato che colpì New York 25 anni fa. L'esperto: «Il mondo non è più sicuro, gli errori di Washington pesano ancora»

Venticinque anni fa, l’11 settembre era una ferita aperta. Oggi è Storia, ma una storia che continua a produrre conseguenze. Quella mattina del 2001 non cambiarono soltanto New York e gli Stati Uniti: cambiarono la percezione della sicurezza, il rapporto tra libertà e controllo, il modo di viaggiare, la politica internazionale e la percezione stessa della minaccia terroristica.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 provocarono 2.977 vittime, senza contare i 19 dirottatori. Quattro aerei di linea furono dirottati da al-Qaida: due si schiantarono contro le Torri Gemelle del World Trade Center, uno contro il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania, dove si schiantò dopo che i passeggeri avevano tentato di riprendere il controllo del velivolo.

A un quarto di secolo di distanza, gli Stati Uniti si preparano a commemorare il 25° anniversario degli attentati con le tradizionali cerimonie a New York, a Shanksville e al Pentagono. Ma l’11 settembre non è più soltanto memoria diretta. Per le generazioni nate dopo il 2001 è un evento storico, conosciuto attraverso immagini, racconti e documentari più che attraverso un’esperienza personale.

È anche per questo che, venticinque anni dopo, resta aperta una domanda: che cosa ha davvero cambiato l’11 settembre e quali conseguenze continuano ancora oggi a pesare sulla politica americana e sull’ordine internazionale?

Gli errori strategici di Washington

Per Mattia Diletti, professore associato di Sociologia dei fenomeni politici alla Sapienza Università di Roma ed esperto di politica statunitense, l’11 settembre rappresenta l’inizio di una lunga serie di scelte che hanno contribuito a indebolire la posizione degli Stati Uniti nel mondo.

«L’11 settembre è l’inizio degli errori strategici di Washington», osserva Diletti. «Gli Stati Uniti, dopo la fine della Guerra fredda, avevano accumulato un enorme capitale politico e strategico. Quel capitale è stato progressivamente consumato».

La risposta americana agli attentati fu immediata. Prima l’Afghanistan, dove gli Stati Uniti intervennero nell’ottobre 2001 per colpire al-Qaida e rovesciare il regime talebano che offriva rifugio a Osama bin Laden. Poi l’Iraq, con l’invasione del marzo 2003. Nel frattempo, in patria arrivarono il Patriot Act, il rafforzamento dei controlli aeroportuali — con la nascita della Transportation Security Administration, la TSA - e, nel 2002, il Department of Homeland Security.

La guerra statunitense in Afghanistan sarebbe durata vent’anni, fino al ritiro americano del 2021 e al ritorno dei talebani al potere. La stagione della cosiddetta «guerra al terrore», invece, ebbe una portata più ampia e non può essere semplicemente considerata conclusa nel 2021.

«Le due guerre hanno prodotto risultati fallimentari», sostiene Diletti. «In Afghanistan gli Stati Uniti avevano il sostegno del mondo intero, ma hanno finito per trovarsi dentro un conflitto senza una vera strategia di uscita. In Iraq, invece, hanno aperto un fronte che ha avuto conseguenze profonde sull’intero Medio Oriente».

A completare il quadro di quel 2001 c’è un altro avvenimento, questa volta economico: l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, avvenuto l’11 dicembre. Anche questo passaggio, secondo Diletti, avrebbe contribuito nel tempo a modificare gli equilibri globali, accelerando lo spostamento del baricentro economico verso Oriente.

Il 2001, dunque, può essere letto come un anno spartiacque sotto più punti di vista: da una parte la risposta americana al terrorismo, dall’altra l’avvio di trasformazioni economiche e geopolitiche destinate a ridimensionare progressivamente la centralità statunitense.

Le conseguenze sulla sicurezza

L’11 settembre mise inoltre in discussione la capacità degli Stati Uniti di prevenire una minaccia proveniente dall’esterno. Gli attentati mostrarono una vulnerabilità che sembrava impensabile per la principale potenza militare mondiale.

«Per la prima volta gli Stati Uniti si scoprono vulnerabili in modo strutturale», spiega Diletti. «E la risposta scelta da Washington è quella di puntare soprattutto sulla forza militare».

Quella scelta ebbe conseguenze anche sul piano dell’immagine internazionale americana. Le guerre, le vittime civili, le operazioni antiterrorismo e il carcere di Guantánamo contribuirono ad alimentare critiche nei confronti degli Stati Uniti, anche tra Paesi che inizialmente avevano sostenuto Washington.

Il problema non fu soltanto militare. Fu anche politico e diplomatico. La risposta agli attentati contribuì a modificare la percezione degli Stati Uniti come potenza capace di esercitare una leadership globale basata non soltanto sulla propria superiorità militare, ma anche sulla capacità di costruire consenso.

Dalle «endless wars» al populismo trumpiano

È in questo contesto che Diletti inserisce anche l’ascesa del populismo americano e, successivamente, di Donald Trump.

«Le cosiddette “endless wars”, dall’Afghanistan all’Iraq, hanno prodotto un enorme risentimento», spiega. «Si è diffusa l’idea che le élite di Washington avessero speso enormi quantità di denaro e sacrificato vite umane senza ottenere risultati concreti».

A questo si aggiunsero la crisi finanziaria del 2008, la crescente sfiducia nelle istituzioni e la percezione di un sistema politico incapace di rispondere alle conseguenze della globalizzazione.

Secondo Diletti, Trump nasce anche da questo risentimento: dalla promessa di rompere con una politica estera considerata troppo costosa e da una classe dirigente percepita come distante dai problemi degli americani.

L’11 settembre, in questa lettura, non sarebbe quindi una causa diretta dell’ascesa di Trump, ma uno dei passaggi che hanno contribuito a creare il contesto politico nel quale il trumpismo avrebbe trovato terreno fertile.

La commemorazione

Un quarto di secolo dopo gli attentati, anche il modo in cui gli Stati Uniti commemorano quella giornata assume un significato politico.

Donald Trump ha scelto di partecipare alla commemorazione del 25° anniversario al Pentagono, anziché alla cerimonia di Ground Zero a New York.

Nella capitale finanziaria americana saranno invece presenti altri esponenti dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente JD Vance.

La scelta del luogo, secondo Diletti, può essere letta anche simbolicamente. «Posso immaginare che scegliere il Pentagono permetta a Trump di evitare di condividere il palco di Ground Zero con altri leader politici», osserva. «Ma è anche una scelta coerente con una certa idea dell’America e del ruolo della forza militare».

Il Pentagono, infatti, rappresenta una delle dimensioni centrali della risposta americana all’11 settembre: la proiezione della potenza militare come strumento attraverso cui affrontare le minacce esterne.

Ma proprio su questo punto, secondo Diletti, si trova una delle principali lezioni degli ultimi venticinque anni.

«La vera lezione risiede nei limiti del potere coercitivo», afferma. «Non tutto può essere risolto attraverso la forza. La diplomazia, le alleanze e la capacità di costruire consenso restano fondamentali».

Una ferita ancora aperta

L’eredità dell’11 settembre non riguarda soltanto la politica estera. Esistono conseguenze umane e sanitarie che continuano ancora oggi.

Le polveri e le sostanze tossiche sprigionate dal crollo delle Torri Gemelle hanno avuto conseguenze sulla salute di migliaia di soccorritori, lavoratori e sopravvissuti. A distanza di venticinque anni, il programma sanitario federale dedicato alle vittime e ai soccorritori del World Trade Center continua a seguire una popolazione molto ampia, mentre malattie respiratorie e tumori legati all’esposizione alle sostanze tossiche restano parte dell’eredità concreta degli attentati.

È un aspetto che rischia di essere oscurato dalla dimensione geopolitica dell’11 settembre. Ma ricorda che quella giornata non appartiene soltanto alla storia delle relazioni internazionali: appartiene anche alle migliaia di persone la cui vita è stata modificata in modo permanente.

Le lezioni non apprese

Per chi è nato dopo l’11 settembre 2001, infine, la sfida è diversa. Non esiste un ricordo personale di quelle immagini trasmesse in televisione, dell’incredulità, delle telefonate ai familiari, delle città paralizzate. Esiste invece una memoria costruita attraverso il racconto di chi c’era.

«Il rischio è che l’11 settembre diventi soltanto una pagina di storia», osserva Diletti. «Ma la memoria serve proprio a capire come si arriva a determinate scelte e quali possono essere le conseguenze».

A venticinque anni di distanza, il mondo è molto diverso da quello del 2001. Gli Stati Uniti non hanno più la stessa posizione incontrastata che sembrava avere la fine della Guerra Fredda, la Cina è diventata una potenza economica e geopolitica centrale, le guerre sono sempre più spesso ibride e la competizione internazionale si intreccia con crisi economiche, tecnologiche e climatiche.

Il quadro globale è diventato più complesso e meno prevedibile. E proprio per questo, secondo Diletti, l’11 settembre può ancora offrire una lezione. «Non esistono più nemici semplici contro cui costruire una risposta semplice. Le crisi sono interdipendenti e richiedono strumenti diversi: militari, diplomatici, economici e politici».

È forse questo il significato più profondo del 25° anniversario: non soltanto ricordare ciò che accadde quella mattina di settembre, ma interrogarsi su ciò che è venuto dopo.

Perché l’11 settembre è diventato Storia, ma le conseguenze di quella storia non sono ancora finite.


Ultimo aggiornamento: venerdì 11 settembre 2026, 08:11

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