A 25 anni dall'11 settembre 2001, il ricordo dell'attacco terroristico a New York che ha cambiato la storia dell'Occidente resta impresso nella memoria collettiva. Claudio Scamardella, già direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia e oggi docente di Storia del giornalismo e dei media digitali all'Università del Salento, si trovava a Washington in quelle ore drammatiche. Scamardella ripercorre la sua esperienza da inviato sul campo, analizzando come l'impatto di quella tragedia continui a influenzare la geopolitica globale, i diritti civili e il futuro dell'Europa.
Quell'11 settembre Claudio Scamardella, già direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia e oggi docente di Storia del giornalismo e dei media digitali a UniSalento, si trovava negli Stati Uniti.
«Ero da una settimana a Washington per un viaggio di formazione professionale organizzato dall'Ambasciata Usa con il giornale in cui lavoravo, il Mattino. Il programma di un mese prevedeva approfondimenti su vari fronti. Con tappe e incontri in diverse città, da New York a San Francisco».
Quella mattina accadde ciò che nessuno avrebbe mai osato immaginare.
«Quel martedì mattina ero in ritardo. Scesi qualche minuto prima delle 9 nella sala colazione dell’albergo. La tv era già sintonizzata sulla Cnn, scorrevano le immagini in diretta dello schianto del primo aereo. Sembrava un incidente. Mentre bevevo la spremuta d'arancia, saltai per l'urlo del cameriere: “Oh my God”, ripetuto tre o quattro volte. Alzai lo sguardo sul monitor e capii. Si era schiantato il secondo aereo sulla Torre Sud. Pochi attimi e il sottopancia della Cnn titolò: “America is under attack”».
Stava cambiando il corso della storia mondiale. Un’esperienza professionale indimenticabile.
«La più importante e anche la più complicata. Intanto, davanti a quelle immagini fu impossibile non sentirsi “americani”, pur senza dimenticare le tragedie e gli orrori provocati nel secondo dopoguerra dalla superpotenza statunitense in molte aree del mondo. Furono giorni di grande dolore, emozione, rabbia e anche debolezza per un popolo che scopriva all'improvviso di essere vulnerabile. Non ho mai dimenticato quelle scene, gli americani prendersi per mano nelle strade e intonare, per darsi coraggio, God bless America. Che imparai a memoria».
Cosa fece dopo il terzo attacco, al Pentagono?
«Pensai subito al mio giornale, il Mattino, provai a mettermi in contatto con il direttore Paolo Gambescia. E poi con i miei genitori per rassicurarli. Inutilmente. Tutti i collegamenti telefonici erano stati interrotti per la “sicurezza nazionale”. Nel frattempo, chiesi agli organizzatori del corso di portarmi nella redazione del giornale più vicino per raccogliere notizie e dettagli da girare poi al Mattino una volta ripristinati i contatti. Ricordo la paura negli occhi della gente».
La sua stessa reazione?
«In quelle prime ore, no. Troppa adrenalina. Avevo un solo pensiero: riuscire a contattare quanto prima il giornale. Cosa che avvenne nel pomeriggio, già sera in Italia. Parlai con il direttore, mi disse di inviare subito un pezzo su ciò che avevo visto e vissuto in quelle ore. Restavano pochi minuti per la prima edizione, decisi perciò di dettare a braccio. Il direttore aggiunse che avrei seguito da inviato a Washington e a New York gli sviluppi della vicenda. Era quello che speravo, rimasi lì per un mese e mezzo».
Che cosa cambiò quel giorno?
«Il mondo occidentale veniva da un decennio di generalizzato ottimismo. Tutte le previsioni del futuro, dopo il crollo del Muro di Berlino e il superamento dell'equilibrio mondiale fondato sul terrore, erano entusiastiche. Il primato dell'economia e della tecnica sulla politica, con la supremazia dell'individuo sulla società diventarono l'unico credo: la vittoria del capitalismo e della civiltà occidentale sul comunismo avrebbe portato a un benessere globale grazie alla liberalizzazione dei commerci e a una espansione della democrazia, delle libertà e dei diritti in un mondo ormai pacificato e iperconnesso. Quella mattina fummo catapultati in un altro mondo».
Sono passati 25 anni e nulla è stato davvero più come prima: il tramonto dell'Occidente sembra avvicinarsi.
«Lasciamo stare il tramonto dell'Occidente, la cui letteratura dura da Spengler e oltre. Diciamo che abbiamo commesso gravi errori prima e dopo l'11 settembre. Da allora, si sono rafforzate due correnti nefaste nella nostra parte di mondo. La prima, quella di un rancoroso e vendicativo suprematismo occidentale, della superiorità del nostro modello sulle altre civiltà, da imporre anche con la forza. Corrente sfociata poi nella cultura Maga e della tecno-destra americana che invoca oggi il suprematismo bianco, nazionalista e cristiano fino a vagheggiare la resa dei conti con l'Anticristo. Pura follia».
E l'altra?
«L'altra è l'anti-occidentalismo occidentale, secondo cui tutti i disastri, gli orrori e le nefandezze di questo mondo sono esclusiva colpa della vecchia e nuova voracità predatoria dell'Occidente, per cui solo il suo tracollo produrrebbe un nuovo e più giusto equilibrio mondiale. Una corrente molto frequentata dalle intellettualità della sinistra e della destra più radicali, che arrivano a giustificare anche le più feroci dittature e autocrazie, purché contro il detestato Occidente. Entrambi i filoni stanno provocando danni enormi. I nostri eredi rischiano di tornare indietro di tre secoli, all'era pre-illuminista e dell'assolutismo».
Esisteva ed esiste un'alternativa?
«Piaccia o no al filone dell'anti-occidentalismo occidentale, questa parte di mondo non ha prodotto solo schiavismo, colonialismo, crociate, guerre, stermini e ingiustizie. Ha prodotto anche la cultura liberal-democratica e la cultura del socialismo democratico che, convivendo e incrociandosi, hanno sviluppato il modello più avanzato e inclusivo mai raggiunto dall'umanità. Avremmo dovuto difendere con i denti questa parte migliore della civiltà occidentale, giunta a considerare come inviolabile la sfera dei diritti politici e civili, delle libertà individuali e collettive, delle conquiste sociali, dell'autodeterminazione e della società aperta, dell'uguaglianza di fronte alla legge. Invece, la stiamo facendo regredire e rigettare. È il “capolavoro” della nostra generazione».
Siamo ancora in tempo per invertire la rotta?
«Sì, se riscopriamo il valore di ciò che stiamo perdendo. Diciamolo con un po' di orgoglio: nonostante tutto, non esiste un posto al mondo dove si viva meglio dell'Europa. Per le libertà, per i diritti civili e le conquiste sociali, per la qualità della vita, per ciò che resta del Welfare, per la libera istruzione, per la contendibilità del potere. Nessuno ci ha regalato tutto questo, sono state conquiste faticose. Da qui dovremmo ripartire. Se tornassimo a considerare questi valori, non quelli del suprematismo vendicatico, come beni non negoziabili, forse l'orizzonte si riaprirebbe. Per noi e per il mondo intero».