Accordo con l’Asi, intervista a Ciro D'Antò: «È stata dura, la famiglia ha sofferto: ma rivedo la luce in fondo al tunnel»

Ciro D’Antò, 52 anni, moglie e tre figli, di Afragola, non si era mai arreso. Da ventidue anni, da quando la Montefibre fu chiusa, ha sempre coltivato il sogno di un lavoro vero e dignitoso. Oggi, dopo oltre due decenni di cassa integrazione e di mobilità in deroga, quel sogno s avvera.

Domani firmerà alla Sideralba un nuovo contratto di lavoro. Aveva 30 anni quando perse il posto nella Montefibre. «Come si sente?

«La maschera nera che aveva mia moglie sul viso se n’è andata. Lei è rinata come sono rinato io. Ce la siamo vista brutta ma ora siamo alla fine di un tunnel. Ora vediamo la luce. Sono stato in cassa integrazione dal 2004 e poi in mobilità in deroga dal 2015, cioè da quando l’azienda fallì. Nel 2004 avevo 30 anni. Adesso ne ho 52. Già allora avevo moglie e un figlio piccolo, che sono riuscito a far laureare. Alessandro ora ha 23 anni: si è laureato in lingue all’università Orientale di Napoli. Nel frattempo ho fatto altri due figli. La ragazza ha 21 anni, si laurea tra due anni, e il piccolo ha 12 anni».

Quando ha saputo dell’assunzione?

«Venerdì la Sideralba mi ha chiamato al telefono e mi ha detto che lunedì mi dovrò presentare in azienda per il primo giorno di lavoro. Lo ripeto: mi sono sentito rinato. Dopo ventidue anni mi sono ritrovato di nuovo in una grande azienda, un colosso dell’acciaio e del ferro. È come se rientrassi di nuovo nella Montefibre. Voglio ringraziare il direttore generale dell’Asi, l’ingegner Salvatore Puca, che ha reso possibile tutto questo grazie al suo impegno professionale e umano e grazie a un bando con il quale una ventina di aziende a basso impatto ambientale potranno ridarci lavoro vero».

Come ha fatto a sopravvivere in questi ventidue anni senza lavoro?

«Ci sono riuscito non restando mai fermo. Se mi fossi fermato sarei finito alla Caritas. Se non ti danno un lavoro serio e se il lavoro serio lo hai perso allora ti arrangi come puoi. E io e mia moglie ci siamo arrangiati: abbiamo fatto tanti lavori al nero e sottopagati, più che altro lavoretti. Ci siamo ammazzati per portare avanti la famiglia. Abbiamo resistito. Ma molte famiglie di operai Montefibre si sono disgregate a causa delle condizioni economiche. Questo lo abbiamo raccontato a tutti i politici. Parole al vento».

Su quali risorse stabili ha potuto contare in questi oltre due decenni?

«È stata una vita terribile. La mobilità in deroga è un assegno mensile di 560 euro, almeno per me che ho il contratto dei chimici. Ci sono altri colleghi, per esempio quelli di Carrefour Casoria, che avendo il contratto del commercio prendono ancora meno: 360 euro al mese. E poi bisogna considerare un’altra cosa e cioè che la mobilità non viene erogata ogni mese dall’Inps. L’erogazione subisce sempre un lungo periodo di stop da gennaio a settembre per cui siamo rimasti sempre senza un euro per otto mesi ogni anno».

Chi vi ha aiutato a dare questa svolta alla vostra vita?

«L’organismo che ci ha fortemente sostenuto in tutti questi lunghi decenni di attesa è stato il Comitato di Lotta dei Lavoratori ex Montefibre. Ma mi sento di ringraziare anche il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, il viceprefetto Annunziata e gli uomini della Digos».

Lei prima era operaio in uno stabilimento chimico che produceva fibre sintetiche. Ora cosa andrà a fare?

«In Sideralba lavorerò su macchine a controllo numerico. Da operaio chimico sono diventato un operaio metalmeccanico ma questo non mi fa paura, anzi».