Il 26enne Mena Istafanous non è riuscito a sopravvivere alle proprie fragilità e, forse, ai sensi di colpa. Dopo l’aggressione da lui commessa una settimana fa, nella sera di domenica scorsa, quando aveva ferito tre persone nel distributore Ego in via Martiri di Cervarolo, il giovane ha preso di mira se stesso e si è tolto la vita. Alcune risposte, sia sul possibile movente dell’assalto nel quartiere Buco del Signore – dove aveva colpito una donna col cacciavite e tentato di travolgere in auto altre quattro persone – potrebbero ormai appartenere all’imponderabile di una tragedia sfiorata e ora di un’altra consumata.
Il giovane di origine egiziana, nato a residente a Reggio, originario di una famiglia che abita in città da molti anni e ben integrata, di fede cristiana ortodossa copta, si è ucciso nel carcere della Pulce, dov’era entrato lunedì mattina. Secondo quanto raccontato nei giorni scorsi dall’avvocato Franco Beretti che segue la sua famiglia, Istafanous aveva manifestato nel 2025 una forma di disagio mentale per la quale era stato preso in carico di recente dal Centro di salute mentale, come confermato dall’Ausl: dopo un colloquio in luglio, avrebbe dovuto averne un altro in agosto a cui non aveva partecipato perché stava lavorando come animatore a Trento. Era rientrato il mese scorso a casa, dove i genitori, accorgendosi che lui non si sottoponeva alle terapie prescritte, gli avevano consigliato di rivolgersi di nuovo alla struttura specializzata.
Poi, nell’ultima settimana, tutto è precipitato: l’assalto che avrebbe potuto costare la vita a 5 persone, l’indagine per tentato omicidio e poi il gesto estremo. È stato un agente della polizia penitenziaria, che stava facendo controlli, a trovarlo impiccato in cella venerdì sera poco dopo le 20. L’operatore lo ha liberato subito mettendolo in posizione di sicurezza, ha chiamato i colleghi a supporto, il personale medico e paramedico ed è accorsa l’ambulanza. Sono state attivate le procedure per il primo soccorso, ma non si è potuto evitare il tragico esito.
Istafanous stava in un reparto ordinatio del carcere, in una stanza singola, senza altri compagni. Risulta che non fosse sottoposto a particolari restrizioni, che potesse fare l’ora d’aria e che potesse vivere momenti in comune con altri detenuti. In questa sezione si susseguono circa 25 celle dislocate tutte su un lato, su un corridoio che l’agente deve passare in rassegna verificando che sia tutto regolare. Da quanto trapela, ma il particolare deve trovare conferma, il giovane potrebbe avere usato il filo della televisione.
L’indagine. La Procura, guidata da Calogero Gaetano Paci, ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio. A coordinare gli accertamenti della polizia penitenziaria è il pm Giulia Galfano che ha ordinato l’acquisizione delle cartelle cliniche e dei verbali di osservazione in questi giorni. La salma è stata portata alla Croce Verde, a disposizione del pm che ieri ha disposto l’autopsia alla Medicina legale del Policlinico di Modena. Gli accertamenti chiariranno sia se nel corso della detenzione del 26enne siano state seguite tutte le procedure necessarie, sia quale sia stata la causa della morte.
I feriti. L’avvocato Matteo Marchesini, che assiste una parte offesa, la donna 66enne di Scandiano colpita con il cacciavite nella stazione di servizio, riflette: "Esprimo profonda tristezza e amarezza: ci troviamo di fronte a una tragedia nella tragedia, a un dramma doloroso che non conoscerà spiegazione, lasciando solo tante domande senza risposta. Da avvocato penalista, inoltre, prima ancora che da difensore di una parte, ritengo che un suicidio in un istituto penitenziario rappresenti sempre una sconfitta per l’intero sistema e per la società tutta".