Un pugno a uno sconosciuto, un calcio sferrato all’improvviso, poi la fuga, prima ancora che la vittima capisca cosa sia successo. A volte c’è un complice con il telefono in mano, pronto a immortalare la scena. Altre volte nemmeno quello. Nessuna lite, nessuna provocazione, nessun motivo apparente dietro all’aggressione.
Queste bravate violente sembravano destinate a restare dall’altra parte dell’Atlantico. E invece gli episodi si sono moltiplicati anche in Italia, da Palermo a Napoli, fino ad arrivare a Roma. Ma dietro queste imboscate ci sono davvero delle sfide organizzate sui social oppure la violenza viene filmata e condivisa soltanto dopo? Negli Stati Uniti lo chiamano “Knockout Game”: colpire un passante, possibilmente mandandolo al tappeto con un solo pugno, e allontanarsi. C’è poi “l’Happy Slapping”, nato nel Regno Unito, in cui l’aggressione consiste letteralmente in “uno schiaffo felice”, dove viene ripresa con uno smartphone e diffusa online. Due pratiche diverse, accomunate dalla gratuità della violenza. Accanto a queste, ci sono anche i “random attacks”, aggressioni senza motivo apparente, e i “one-punch attacks”, sferrati con un unico pugno.
Il trend
Basta digitare su TikTok questi hashtag - come #knockoutgame, #knockoutchallenge o #happyslapping - per ritrovarsi davanti a una giungla di contenuti. Molti rimandano a videogiochi, incontri di boxe o scherzi costruiti per ottenere visualizzazioni. Altri mostrano aggressioni vere, anche se non sempre è possibile ricostruirne la provenienza. I filmati realizzati dagli aggressori possono circolare in chat private e gruppi chiusi. Non è semplice distinguere una messinscena da un’aggressione autentica. E soprattutto non basta un video per dimostrare che dietro ci sia una challenge.
A Roma, già a luglio, una giovane straniera aveva denunciato su TikTok un'aggressione subita nel quartiere San Giovanni. Nel filmato raccontava di essere stata avvicinata da uno sconosciuto con un giubbotto catarifrangente, che l'avrebbe colpita con un tubo metallico, danneggiandole il telefono prima di fuggire. Un episodio denunciato sui social dalla presunta vittima. A Palermo, invece, il 19 settembre scorso, un uomo di 71 anni è stato aggredito mentre aspettava l'autobus in via del Fante. Un ragazzino di meno di 14 anni gli si sarebbe avvicinato per sferrargli un calcio alle costole, mentre un coetaneo riprendeva la scena con il cellulare. L'anziano è rimasto ferito, con due costole fratturate e una prognosi di trenta giorni. Gli investigatori hanno preso in considerazione anche l'ipotesi di una challenge, ma il presunto filmato dell'aggressione non è stato rintracciato online. Pochi giorni dopo, a Lecco, un sedicenne è stato picchiato da due minorenni di 15 e 17 anni. Altri ragazzi hanno ripreso il pestaggio e le immagini sono state diffuse sui social. In questo caso, però, l’aggressione non è stata casuale, all’origine ci sarebbe un litigio, trasformato comunque in un contenuto da condividere.
Poi a Napoli il 2 ottobre il giornalista e saggista, Luca Antonio Pepe, mentre era in monopattino è stato affiancato da due giovani su uno scooter e colpito alla nuca, senza apparente motivo. Un attacco che gli ha provocato un trauma cranico. L’episodio intanto è finito in un'interrogazione parlamentare per il possibile legame con le sfide social. E infine Roma, il 5 ottobre, con la banda delle minicar che ha seminato il panico tra Monteverde e Testaccio, aggredendo passanti senza motivo apparente. Tra le vittime anche l’attore Davide Iacopini ricoverato oggi in gravi condizioni. E se in Italia a preoccupare sono soprattutto le aggressioni in strada, negli Stati Uniti le sfide prendono di mira persino le abitazioni. È il caso della “Door Kick Challenge”: prendere a calci le porte di case sconosciute, spesso di notte, e fuggire mentre un complice riprende tutto. In Florida, a giugno, le autorità hanno lanciato l’allarme per il rischio che i proprietari scambino quelle incursioni per tentativi di effrazione.
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