La Coppa America è un confronto tra circoli, nazioni, tecnologie, velisti e progettisti? Beh, non solo. La Coppa America si vince in acqua, sottacqua e fuori dall'acqua. E Max Sirena, Ceo di Luna Rossa, si veste d’azzurro, perché il tifo di Napoli proprio non dovrà mancare per portare in Italia per la prima volta nella sua storia la vecchia brocca. A partire dalle preregate del 25 settembre. «Napoli abbiamo bisogno di te». Perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.
Allenamenti, sorrisi e pacche sulle spalle. E ora?
«Prima eravamo un po’ tutti qui a spot. Adesso, con questo evento preliminare di settembre avremo già un assaggio di quello che sarà Napoli il prossimo anno».
Cosa rappresenta Napoli per Luna Rossa?
«Napoli sarà il valore aggiunto di questa Coppa America, perché è un mondo nel mondo, è unica. Ci aspettiamo tanto pubblico e speriamo che facciano tutti il tifo per Luna Rossa. Da parte nostra dovremo essere bravi a regatare bene. Andare in giro per Napoli con l’uniforme non è banale, perché ovviamente noi non siamo dei calciatori, quindi non siamo riconoscibili come loro, però quando indossi questa maglia ti porta subito ad un altro livello».
Vi siete allenati tra le barche dei napoletani.
«Abbiamo sentito il tifo, il calore. Abbiamo “giocato” con le barche ed abbiamo sentito un grandissimo rispetto nei nostri confronti. Sono stati tutti molto rispettosi del nostro lavoro, cauti, perché sanno che ci giochiamo qualcosa di importante. Per noi, per Napoli, per l’Italia intera. Speriamo e contiamo sul tifo, sicuramente di tutti i napoletani, ma anche di tutta l'Italia».
In Coppa America tutto è permesso?
«La Coppa America è anche un gioco molto psicologico, nel quale molte volte il risultato non viene deciso direttamente sull’acqua. Ci sono tantissime cose che accadono dietro le quinte e che, alla fine, incidono sulla competitività. Noi possiamo raccontarne solo una parte, ma credo che siamo arrivati a un livello di competitività tale che, a un certo punto, dovremo raccontare anche tutto quello che sta accadendo dietro le quinte».
Come in guerra ed in amore?
«Sappiamo che in passato qui si sono anche sparati i fuochi d’artificio sotto l’hotel degli avversari in modo da disturbare il sonno beh… Accettiamo suggerimenti».
Quali sono le indicazioni che vi ha dato il golfo?
«L’onda è un po’ particolare ed è un aspetto che va tenuto in considerazione, perché è davvero un punto diverso rispetto a ad altri campi di regata. Qui l’onda arriva di colpo in pochissimo tempo, non è un aumento graduale. Su questo aspetto non puoi fare tesoro di quanto visto in altri campi di regata, quindi dovremo essere capaci nell’adattarci velocemente a questa differenza».
C'è un aspetto che vi può avvantaggiare o meno?
«Alla fine il campo di regata è uguale per tutti, quindi non penso ci sia qualcosa che possa avvantaggiare un team anziché un altro. Dobbiamo essere bravi noi, soprattutto in questo momento specifico della campagna in cui ogni team sta iniziando a lanciare i progetti e le costruzioni dei pezzi finali che poi saranno utilizzati in regata il prossimo anno. Dovremo fare le scelte giuste adesso ed essere bravi a fare un errore in meno degli altri».
Le condizioni che troverete a fine settembre saranno simili a quelle della prossima primavera?
«Settembre è un periodo strano meteorologicamente, i tempi potrebbero rompersi. Ma noi abbiamo navigato qui diversi mesi, soprattutto nel periodo della prossima America’s Cup, e quindi abbiamo raccolto i dati che erano importanti».
Ora sono tutti a Nisida, voi arriverete tra qualche giorno. Però le vere fiches si giocano con gli AC75 al momento ancora nelle basi d'origine.
«Vero, ma la realtà è che le fiches le giochi tutte le volte che vai in mare. In queste regate ci sono tanti aspetti: c’è il valore sportivo, c’è il lavoro mediatico, di comunicazione, ma soprattutto è un’opportunità, se fai bene il tuo lavoro, di mettere pressione agli avversari in vista poi delle regate del prossimo anno. È anche un gioco psicologico che si gioca in mare, in tribunale e nelle aule. Conta tutto».
Cosa è per Max Sirena la Coppa America?
«Sono uno di quelli che si svegliano la mattina e ringraziano Dio per il lavoro che fanno. Lo rifarei, perché ho sognato fin da bambino di fare la Coppa America. Quindi avevo già molto chiaro quello che volevo fare. E farlo adesso con tanti giovani ti da ancora più forza ed emozione. Stiamo vivendo una fase costruita attraverso un percorso lungo, fatto di lavoro, sfide e crescita. Ed è proprio questo che rende questa Coppa America così affascinante».