Argentina-Inghilterra, da Maradona e i «ladroni della Fifa» al ribaltamento dei ruoli: così i ribelli sono diventati potenti

Inneggiano a Maradona, indossano la maglia blu del 1986, ma strizzano l'occhio alla Fifa. Paradossi in salsa Argentina, che qualche anno fa sarebbero stati archiviati alla voce racconto distopico. Storie impossibili da credere, cartoline reali dal Mondiale 2026. Quello dove i cartellini si rimediano in campo e si tolgono sulle scrivanie. La Nazionale degli hinchas e della Barra brava, di tifosi e calciatori ribelli per antonomasia, gente di garra capace di ribaltare sul campo da calcio le ingiustizie società, oggi è diventata il biglietto da visita perfetto per promuovere il prodotto calcio di Infantino.

E l'Inghilterra, nemico giurato dei sudamericani, simbolo di imperialismo in mare e allo stadio, nella semifinale di Atlanta, mercoledì alle 21, diventa di colpo l'appiglio nostalgico per opporsi al calcio moderno. I «carnefici delle Malvinas», castigati per la tracotanza in una volta sola dalla mano de Dios e dal gol del secolo, adesso hanno le sembianze confortanti degli amici al pub. Rice, Kane e Bellingham, cantano Wonderwall e i Beatles. raccolgono consensi trasversali. Nel pallone di affari e colletti bianchi, i maestri d'Oltremanica godono di un'inusuale simpatia, solitamente accordata alle vittime sacrificali. Ribaltimenti da terzo millennio, intuibili già in Qatar.

Nel deserto, Messi alzò la Coppa del mondo coprendo la dieci dell'Albiceleste con un abito della tradizione locale. La Fifa aveva trovato il testimonial perfetto. «Niente contro usi e costumi del Golfo, ma Diego non lo avrebbe mai fatto. Per lui la camiseta era sacra», ripete allo sfinimento il radiocronista Rai Francesco Repice. «Non me ne voglia nessuno, ma Maradona sarà sempre un'altra cosa».

La pelota non se mancha, il testamento di Maradona

D'altronde, «la pelota non se mancha», «la palla non si sporca», insegnava nel giorno dell'addio al calcio proprio il Diez. Lezione che, cori a parte, gli argentini di oggi farebbero bene a ripassare. Diego oodiava le ingerenze dei potenti nello sport. Giurò guerra alla Fifa e pagò. A caro prezzo. Dal suo Mondiale americano, 32 anni fa, venne estromesso per uno strano caso di doping.

All'epoca aveva messo da parte le droghe. Si era sottoposto a tre mesi di allenamento militare. Doveva essere l'ultimo ballo prima dei saluti. Una missione impossibile, ovviamente riuscita. Si presentò tirato a lucido. Intorno a lui una squadra forte. All'esordio fu 4-0 alla Grecia.

Il Pibe de oro segnò la terza rete e urlò indemoniato alla telecamera. Illusione di mezza estate, cancellata da un diavolo nei panni di infermiera. Lo prelevò sul terreno di gioco al termine della sfida alla Nigeria. Lo accompagnò personalmente a fare un test a cui Diego sarebbe risultato positivo. Niente coca, ma «efedrina, una cosa che non ti aiuta a fare un passo». Tornò a casa.

L'Argentina lo seguì presto, svuotata nell'anima dal contraccolpo psicologico di un «complotto ordito dalla Fifa. Ci volevano fare fuori». A Buenos Aires lo dissero allora e lo ripetono adesso. Così negli Usa vogliono alzare la coppa «que le robaron al Diez». Il coro è un tormentone partito dagli spalti e arrivato nello spogliatoio. Contiene riferimenti alla guerra, quella delle Malvinas, per questo suscita polemiche e meriterebbe una sanzione. Il condizionale resta un obbligo. Perché, polemiche a parte, provvedimenti non se ne prendono.

Gli errori arbitrali e la profezia di Maradona

Se l'Argentina è con merito in semifinale, la Fifa non ha fatto nulla perché il copione prendesse una piega differente. L'Abiceleste ringrazia e invoca Maradona. Piazza un colpo al cerchio e l'altro alla botte. «Se io fossi Maradona andrei in mondovisione per dire alla Fifa che sono dei gran ladroni», Manu Chao si metta il cuore in pace. Il mondo cambia, l'Argentina pure. Così a un percorso agevole, si sommano il mancato rosso a Messi con l'Algeria e il ricorso dell'Egitto. Agli ottavi i Faraoni, in vantaggio di una rete, si sono visti annullare il raddoppio con zelo quasi eccessivo. Ma anche negare un rigore nell'azione che ha deciso la partita in favore dei sudamericani.

Ai quarti è toccato alla Svizzera protestare. Via col var il giallo a Paredes, doppia ammonizione per Embolo, cacciato dal campo sul parziale di 1-1. Un bell'impulso al successo di Messi e compagni. Che oggi cantano e 60 anni fa in Inghilterra gridavano allo scandalo. L'espulsione di capitan Antonio Rattin costò l'eliminazione al cospetto dei maestri, padroni di casa e portò all'introduzione dei cartellini comparsi a partire da Messico '70. Altri tempi. «Faranno un Mondiale in America. Lo divideranno in quattro tempi per la pubblicità. Non mi piace». Lo aveva profetizzato Diego. Ignorava che a tradirlo sarebbero stati i suoi.


Ultimo aggiornamento: martedì 14 luglio 2026, 05:00

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