Max Giusti: «Farei uno show con Gerry Scotti. Tifo De Martino, ma Sanremo solo a Mediaset. La Gialappa’s? Non escludo il ritorno»

A Max Giusti il trasloco a Mediaset è fruttato un bottino niente male: terzo titolo in sette mesi, e chiavi in mano di “The Wall” da Gerry Scotti, dopo la staffetta di “Caduta libera”. Il game show, rispolverato da un letargo che durava dal 2019, sbarca nel preserale di Canale 5 a partire dal 13 luglio. Nemmeno il tempo di capire se il pubblico digerirà il cambio della guardia che, il 16 luglio, il camaleonte romano festeggerà i quarant'anni di carriera alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma con lo show “Quaranta e sto!”.

Giusti, ammetta: sta facendo le prove generali per scippare a Scotti pure “La ruota della fortuna”?

«Macché, “La ruota” è proprietà privata. Nessuno saprebbe farla girare come lui e pure il pubblico vuole che sia così. Gerry è Gerry. Io mi considero fortunato perché a Cologno Monzese mi stanno affidando macchine importanti: il mio unico compito è rispettarle, senza mettermi a scimmiottare nessuno».

Ma questa benedizione di Scotti come la accoglie? Saper di essere il prescelto fa piacere, d’accordo, ma a questo punto vi manca un programma insieme per chiudere il cerchio: c'è qualcosa in ballo?

«Le sue parole mi hanno emozionato. Quando uno come Gerry ti dice “adesso vai tu”, senti il peso della responsabilità ma anche una bella scarica di fiducia. Mi ha dato un consiglio: “non avere fretta e resta te stesso”. Me lo tengo stretto ogni volta che entro in studio. Un programma insieme? Magari. Gerry è tra i rari colleghi generosi rimasti. Se arrivasse l'occasione, direi di sì prima ancora di finire la frase».

La sfida Auditel la vedrà contrapposto a Pino Insegno. Lei cuore romanista, lui laziale militante: al netto della fede biancoceleste, che altri peccati gli riconosce?

«Essere laziale basta e avanza per l'inferno (ride). Scherzi a parte, con Pino c'è stima e affetto da anni, la concorrenza fa parte del gioco, ma non è una faccenda personale. E poi il pubblico decide con il telecomando, mica con la sciarpa al collo».

Lei però Lotito lo ha parodiato ai tempi di “Quelli che il calcio”. Non è che, a forza di abitarne i tic, sotto la camicia le è rimasta impigliata una piuma d’aquila?

«Nessun pericolo, ve lo giuro sulla lupa: sotto la camicia c'è sempre e solo una maglia giallorossa. È vero che quando imiti qualcuno finisci per radiografarlo così bene che qualche tic ti resta appiccicato addosso, ma per fortuna mi sono fermato a quelli».

È stato anche il re dei pacchi per cinque anni, anche se non finì proprio da amiconi. Oggi che Stefano De Martino vola verso Sanremo, lo benedice a sua volta?

«Stefano sta facendo un percorso intelligente. Ha trovato un equilibrio perfetto tra leggerezza, ironia e conduzione, e la gente lo percepisce benissimo. È sempre bello vedere un amico crescere così bene. Sanremo è un'altra montagna da scalare, ma se arrivi a prenderti le chiavi dell'Ariston significa che hai dimostrato di avere spalle larghissime».

E dopo di lui, il Festival lo farebbe?

«Certo... se Mediaset si comprasse Sanremo! (ride)».

Può sempre chiedere una liberatoria a Berlusconi. Tornando a “The Wall”: cosa rende imperdibile questa edizione, al di là del conduttore?

«È un'architettura che tiene tutti con il fiato sospeso fino all'ultimo secondo, perché entrano in gioco le emozioni, i nervi scoperti e i rapporti tra le persone.

Si vince e si crolla insieme. Quest'anno poi la novità della Lucky Ball può ribaltare il destino della partita all'ultimo istante. Io ho cercato di viverlo con una partecipazione fisica: quando una coppia gioisce o affonda, sono lì a fare il tifo con loro».

Ci sarà spazio per le sue note imitazioni? Un Malgioglio, un De Laurentiis, chi vuole mettere nel mirino, stavolta?

«Questo è un game show e il meccanismo va rispettato, non si può fare varietà. Però le parodie sono nel mio Dna. Se ogni tanto dovesse scappare una zampata, statene certi, verrà fuori in modo assolutamente naturale».

In confidenza: non le dispiace un po' aver mollato la Gialappa’s Band? La saga del povero Fantonio è rimasta a metà. Esclude il ritorno?

«Con la Gialappa’s mi sono divertito da pazzi e li ringrazierò sempre. Nella vita però bisogna anche fare delle scelte e avere il coraggio di cambiare strada. Oggi sono concentrato al cento per cento su questa nuova fase a Mediaset. Con loro però vale sempre la stessa regola: basta uno squillo e si ricomincia a ridere insieme come se non fosse passato un giorno, pronti per una nuova avventura. Non escludo affatto il ritorno».

Poco dopo il debutto in tv, il 16 luglio sbarca all’Auditorium Parco della Musica di Roma con “Quaranta e sto!”. Che bilancio traccia di questi quarant’anni passati a consumare le tavole del palcoscenico?

«Più che un bilancio la considero una festa, una sbronza collettiva di risate. Lo show nasce proprio da questo: raccontare quarant'anni di televisione, teatro, parodie e incontri che mi hanno cambiato la vita. Farlo nella mia Roma, alla Cavea dell'Auditorium, a poche ore dal battesimo di “The Wall”, rende tutto quasi magico. Se guardo indietro vedo tanta gavetta, un mare di porte in faccia e tantissime persone che mi hanno dato fiducia. La serata è tutta dedicata a loro».

Il 28 luglio, poi, il tassametro personale dice 58 candeline. Farà festa con moglie e figli o vuole dimenticarsi che è a meno due dai 60?

«Io dentro continuo a sentirmi un ragazzino... d'accordo, magari con qualche dolorino in più! (ride). Gli anni non mi spaventano, mi interessa solo non perdere la curiosità. Il compleanno lo passerò con la mia famiglia e gli amici di sempre, che sono il mio vero punto fermo. E poi diciamolo: se a 58 anni hai ancora questa voglia matta di rimetterti in gioco, fare nuovi programmi e salire su un palco, significa che il motore gira ancora alla grande».

Ma se lo chiede mai cosa avrebbe fatto nella vita se non fosse diventato il Max Giusti che conosciamo oggi?

«Me lo sono chiesto mille volte. Da ragazzo ho fatto di tutto per sbarcare il lunario: avrei continuato a cercare la mia strada, ma avrei avuto comunque bisogno di stare in mezzo alla gente. Mi piace osservare le persone, raccontarle, farle ridere. Forse è questo il mio vero mestiere, indipendentemente dal palco o dalla televisione. E farlo dopo quarant'anni con lo stesso entusiasmo del primo giorno è un privilegio».


Ultimo aggiornamento: martedì 14 luglio 2026, 07:45

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