Aurora Ruffino: «Mia mamma è morta quando avevo 5 anni, mi manca in ogni momento, ma si vive anche per chi non c'è più. Il silenzio mi ha salvata»

La cornice del lago Trasimeno, durante il Festival del Cinema Italiano, accoglie Aurora Ruffino, l'indimenticabile Cris della fiction Braccialetti rossi, per la presentazione del suo primo romanzo, Volevo salvare i colori. Il libro racconta il viaggio di Vanessa, una giovane donna segnata dalla perdita della madre e chiamata ad attraversare il dolore per riuscire a ritrovare il proprio posto nel mondo.

 La storia non è autobiografica, ma nasce da un sentimento che l’attrice conosce profondamente. Aurora Ruffino aveva infatti soltanto cinque anni quando perse la madre, un lutto che ha segnato la sua infanzia e che, negli anni, ha imparato ad affrontare e trasformare.

A Leggo parla di perdita, accettazione e rinascita, ma anche di una carriera costruita tra cinema e fiction e del desiderio, oggi, di esplorare nuove forme di espressione attraverso la scrittura, la comunicazione e l’incontro con il pubblico.

Che significato ha per lei portare in giro questo libro e incontrare i lettori?

«Finora è una delle soddisfazioni più grandi che abbia mai provato, sia professionalmente sia umanamente. Aver creato questa storia e avere la possibilità di portarla in giro per l’Italia è un dono meraviglioso. Credo sia una storia che meriti di essere accompagnata, perché tante persone la stanno amando e trovano un aiuto nell’identificarsi non soltanto con Vanessa, ma anche con gli altri personaggi. Questa, per me, è la soddisfazione più grande».

Da dove nasce il titolo Volevo salvare i colori?

«Nasce da una vera e propria ossessione che avevo da bambina. Facevo un gioco con me stessa: coloravo il cielo e il prato e mi davo dieci secondi per riuscire a completare il disegno. Se fossi riuscita a finire in tempo, avrei salvato quel colore dalla morte. Era un gioco molto importante per me, il mio modo creativo di bambina di fare i conti con un dolore troppo grande. Mi illudevo di poter salvare la situazione, perché da piccoli si crede di poter fare qualsiasi cosa».

Quali colori vorrebbe salvare oggi?

«In realtà non c’è un colore preciso.

Crescendo ho capito che i colori devono essere inclusi tutti. Forse proprio il nero è quello che racchiude ogni sfumatura. Non bisogna salvare un colore rispetto a un altro. La vera sfida è riuscire ad abbracciare tutto ciò che esiste, anche le parti più dolorose e più oscure».

La protagonista segue la rotta della farfalla Vanessa del Cardo, ma la sua è soprattutto una migrazione interiore attraverso il dolore. Quanto questo viaggio rispecchia quello che ha vissuto lei dopo la perdita di sua madre?

«È un viaggio simile, perché il dolore e la sofferenza devono essere attraversati, non negati. La prima fase è il dolore: bisogna soffrire e permettersi di vivere pienamente quello che si prova. Dopo, però, può aprirsi una nuova porta, quella dell’accettazione. Quando una perdita non viene accettata, la fase del dolore rischia di continuare per sempre. Per trasformare quella sofferenza bisogna arrivare ad accettarla profondamente. Solo allora quel dolore, che è comunque una forma di energia, può diventare una nuova fonte d’amore, di creatività e di vita. Si può arrivare ad apprezzare l’esistenza in un modo diverso, più profondo e più semplice. Si vive anche per le persone che non ci sono più. È il dono che la sofferenza può lasciare quando si riesce a trasformarla».

Che cosa l’ha aiutata ad attraversare questo percorso?

«Mi ha aiutata il mio costante dialogo interiore. Cerco continuamente di domandarmi come sto e di trovare la verità di quello che provo in quel preciso momento. Ho imparato anche a stare con me stessa, a vivere grandi momenti di solitudine senza distrazioni e ad abitare il silenzio. È un silenzio che fa emergere il dolore, ma, se si riesce a restarci dentro, permette poi di accedere alle fasi successive. È come se tutto il rumore intorno si spegnesse e finalmente si riuscisse ad andare in profondità».

C’è stato un momento preciso in cui ha capito di avere accettato la perdita di sua madre?

«Non credo esista un momento in cui ci si dica: “Da oggi lo accetto”. Cambia piuttosto il modo in cui si vive. Cambiano i pensieri, l’atteggiamento verso la vita e il modo di affrontare ciò che accade. Si continua a stare male e possono tornare ondate emotive in cui quel dolore si ripresenta, ma non è più così acuto. L’accettazione è un modo nuovo di vivere la propria esistenza».

C’è un momento della sua vita in cui avrebbe desiderato avere sua madre accanto?

«In tutti. Ogni figlio desidera avere il proprio genitore accanto nei momenti importanti, quando va a scuola, quando cresce o quando raggiunge un traguardo. Io non mi sono ancora sposata, ma quando accadrà è ovvio che penserò a lei. È il desiderio di avere quella presenza accanto in ogni fase della vita».

Da Braccialetti rossi fino a produzioni internazionali come I Medici: guardando indietro, che bilancio fa oggi del suo percorso?

«Sono stata fortunata, perché finora ho avuto la possibilità di partecipare a progetti, serie e film molto belli. È stata una grande fortuna anche perché, attraverso i personaggi, ho potuto esprimere tante emozioni che portavo dentro. Adesso, però, mi trovo in una fase diversa. Essendo cambiata e trasformata, sono cambiati anche i miei desideri. Prima ero concentrata esclusivamente sulla recitazione, mentre oggi si sono aperte nuove sfumature dell’arte e nuove forme di espressione che desidero coltivare, dalla scrittura alla comunicazione».

Se potesse tornare indietro, cosa direbbe alla giovane Aurora che muoveva i primi passi in questo mondo?

«Le direi di fare tutto quello che sentirà di voler fare, perché ogni esperienza, nel bene e nel male, la porterà a scoprire sé stessa».


Ultimo aggiornamento: venerdì 31 luglio 2026, 05:00

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